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Noi e le cose: alienazione e salvezza spiegate dall’esperienza poetica montaliana

Il nostro rapporto con le cose raccontato dal più grande poeta del Novecento italiano.

In una società moderna che ci ha preposto ogni tipo di comfort, Montale ci conduce verso un’interpretazione antitetica della realtà e ci lascia un grande insegnamento direttamente dal secolo scorso.

 

Il rapporto di dipendenza

Ai giorni d’oggi, la fisionomia umana sembra essere mutata ed adeguata al suo nuovo habitat: il cellulare è prolungamento artificiale del braccio, l’automobile ha preso posto e compito delle gambe, il display del computer è divenuto l’anticamera del cervello. Macchine che vanno rendendoci automi: un’alienazione dalla nostra stessa natura.
Le cose (cui si intendono, in particolare ma non solo, il frutto del progresso tecnologico e delle innovazioni degli ultimi decenni) ci hanno reso la vita comoda; hanno ridotto, se non addirittura bypassato la fatica: le auto prima e gli aerei poi ci hanno permesso di ridurre il tempo di spostamento nello spazio, sul web è possibile trovare con un paio di click qualunque cosa ci occorra.
Tale fenomeno ci ha rammolliti e resi dipendenti da specifici mezzi senza i quali non immagineremmo le giornate quotidiane.

 

Il mondo delle “cose”

Le percezione che si ha è che l’uomo viva di cose (ma questo non è un male, anzi: il contrario vorrebbe dire ritrovarsi allo stato brado)  e, soprattutto, per le cose ed è questo l’aspetto problematico: capo uno, il soggetto (e cioè l’uomo) va ponendosi ad uno stato di subordinazione alle cose che, in teoria, dovrebbero essere alla sua mercé; capo due, lo sterile ed avido materialismo è tra le cause principali della crisi in ogni ideologia; capo tre, l’uomo non può sottrarsi ad un mondo in cui il credo determinante è dettato dal capitale che gestisce il mercato, il cui fine e motore principale sono le cose stesse; cose che, tra l’altro, il consumismo si premura di rendere in tempo zero obsolete e inutili, coadiuvato dalla pubblicità induttore di bisogni non necessari: ciò si traduce in un accumulo e produzione di scarti.
Qual è il destino dell’uomo in questo mondo di cose?, ma prima: qual è il destino delle cose in questo mondo sempre più disumanizzato?

 

Montale, le cose e gli scarti

Prima di addentrarci nella visione poetica di Eugenio Montale, occorre definire il termine “cosa“: derivante dal latino “causa“, la cosa è, appunto, causa della vita del soggetto, la fonda ed esiste a prescindere da esso; da qui la doverosa e sostanziale differenza con “oggetto“, che è invece definito in base al soggetto e solo nella loro stretta relazione che esiste.
Le cose sono destinate a perdurare nel tempo e sovrastare anche l’esistenza stessa dell’uomo, tant’è vero che Remo Bodei, accademico e filosofo italiano, parla di cose orfane, cioè rimaste senza il loro soggetto di appartenenza.
Montale è attento e commosso da questa condizione, lui che è il poeta della aderenza alle cose: le salva dall’orfanità, dalla perdita del loro nesso di significato e gliene rende uno nuovo, ed è proprio negli scarti la preziosità di ciò che è tratto dall’oblio.

 

Il male di vivere: la forma del trascendente

Ed è proprio da una condizione di scarto che Montale dà per la prima volta alla luce la sua vena poetica: è uno scarto l’Osso di seppia ed è nella cumulazione di cose scartate che ha vita il prodigio a cui diverse volte si accenna. La poesia montaliana ritrova nel fisico lo slancio metafisico, dalla superficie giunge all’essenza trascendentale.
E non è un caso che proprio nelle cose il poeta ritrovi sia il male di vivere sia il bene che non seppi, che gli dia forma nelle immobilità che schiudono la rivelazione:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

La bufera e altro: l’alienazione e il silenzio

Tuttavia, è lo stesso Montale ad avvertire, con finissima e pessimistica lungimiranza, l’avventa di un progresso industriale e tecnologico che avrebbe comportato non più di qualche problema (quelli analizzati nei paragrafi precedenti). Quando pubblica questa raccolta (era il 1956), il poeta è a metà circa, anche se ancora non poteva saperlo, tra la fine della Seconda guerra mondiale (La bufera) e il boom economico che avrebbe investito il nostro paese: da lì, la proliferazione delle merci (e altro) e l’avvento del consumismo.
Ogni sua certezza è un ricordo lontano: l’uomo gli sembra soffocato da un mare di cose in una realtà non fa più per lui.
Da quel momento, un silenzio poetico che sarebbe durato quindici lunghi anni, ed una domanda che egli stesso porrà dando avvio al discorso di ringraziamento durante la premiazione del Nobel per la letteratura ricevuto quasi due decenni dopo (1975):

è ancora possibile la poesia?

 

 

L’alluvione dell’Arno (1966): l’ombra dell’oblio

Ci fu, però, un evento cruciale che segnò il suo significativo ritorno alla poesia: trasferitosi da Firenze a Milano nel 1948, fu costretto a farvi ritorno nell’inverno del ’66 a seguito dall’alluvione del fiume Arno che comportò la rovina di molte opere d’arte e di quasi tutte le abitazioni. L’intera nazione osservò con il cuore infranto le vicende di quella tragedia, al che da tutta Italia accorsero giovani – gli angeli del fango – nel tentativo di salvare il salvabile: tra le altre, la casa di Montale, quella che aveva condiviso con la sua Mosca (al secolo Drusilla Tanzi, moglie del poeta scomparsa tre anni prima). Le stanze e le cose che appartenevano alla sua amata sono sommerse, quasi irriconoscibili, e del ricordo di lei sembrano non restare che poche macerie.
Eppure, per l’ultima volta, Montale si appresta per il suo più tenero gesto d’amore, ovvero restituire alla sua Drusilla un dono (Xenia) che perdurasse oltre l’assenza, ma per farlo doveva salvare l’unico scrigno che potesse preservare i loro ricordi: doveva salvare quelle cose distrutte dall’alluvione.

L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
Rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,
il Valèry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
[…]

 

Satura: la salvezza corrisposta

Si giunge al punto d’arrivo del pensiero montaliano: il poeta, nel tentativo di preservare le cose dell’amata, le salva in punta di verso andando a capo, lanciando una rete a strascico nel fango che riesca a raccogliere il più possibile. Ridà alle cose distrutte una nuova identità affinché queste facciano lo stesso con la sua Mosca: se è vero che è il poeta (e l’uomo) a salvare le cose, è vero anche che queste salvino l’uomo nel ricordo che conservano.
Qual è il destino delle cose in questo mondo sempre più disumanizzato? Essere salvate.
Qual è il destino dell’uomo in questo mondo di cose? Farsi ricordare da queste, illudendosi che la morte non ci appartenga mai del tutto.

Quando non sono certo di essere vivo
la certezza è a due passi ma costa pena
ritrovarli gli oggetti, una pipa, il cagnuccio
di legno di mia moglie, un necrologio
del fratello di lei, tre o quattro occhiali
di lei ancora!, un tappo di bottiglia
che colpì la sua fronte in un lontano
cotillon di capodanno a Sils Maria
e altre carabattole.
[…]

 

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