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Le proprie origini non si dimenticano: Pavese, “Nuovo cinema paradiso” e la nostalgia di casa

Per quanto si possa viaggiare il mondo, la terra d’origine rimane sempre dentro ognuno di noi: il film premio Oscar di Tornatore e il romanzo “La luna e i falò” ce lo dimostrano. 

Spesso arriva il momento, nella vita di una persona, in cui si arriva di fronte a una scelta: rimanere nel posto in cui si è nati e cresciuti, con tutti i legami e le conoscenze accumulate per tutta la vita, oppure andare via. Per lavoro, per studio, per trovare un ambiente migliore, per mille altre ragioni. Però il prezzo da pagare, lasciando il luogo delle proprie origini, è alto. Perché il senso d’appartenenza e l’affetto per casa propria sono sempre forti e, quando anche qualcuno disprezzasse la sua terra tanto da voltarle le spalle arrabbiato, giurando di farlo per sempre, rimarrebbe comunque per sempre legato ad essa. Le origini plasmano le persone e la loro identità e lasciano una traccia dentro ciascuno, anche piccolissima, ma sempre indelebile. Gabriele Tornatore questo lo sa benissimo e Cesare Pavese, legatissimo al suo Santo Stefano Belbo, lo ha dimostrato.

Non ti fare fottere dalla nostalgia

Il protagonista del film “Nuovo cinema paradiso” è un bambino, Salvatore, del quale vediamo lo sviluppo di tutta la vita. Anzi, il film inizia col mostrare proprio Salvatore adulto, coi capelli bianchi, nel suo splendido appartamento di Roma. E’ un uomo di successo, un grande regista, ricco e famoso, ma infelice. Gli manca qualcosa, qualcosa di ancora incompiuto, qualcosa che ha lasciato sepolto nel suo passato. E una specie di epifania lo coglie quando gli giunge la notizia della morte di Alfredo, colui che gli aveva fatto da padre.

Salvatore è nato e cresciuto a Giancaldo, un paesino siciliano, ma ha perso il padre nella campagna di Russia e Alfredo, per lui, è stato persino qualcosa di più di una figura paterna. Infatti l’uomo è il proiezionista dei film al Cinema paradiso, luogo che rappresenta l’unica attrattiva di svago degli abitanti del paesino e di cui Salvatore rimane subito folgorato. Si appassiona prestissimo al mondo delle pellicole e Alfredo, un po’ recalcitrante all’inizio, piano piano gli insegnerà i segreti del mestiere. Segreti che poi lo porteranno a sfondare nel mondo del cinema, anche se dovrà farlo lontano dalla sua terra, la Sicilia.

Sì perché Alfredo, oltre che insegnargli il suo mestiere, gli fa da mentore e lo accompagna nella crescita, prima come ragazzo e poi come uomo. Gli insegna tutto quello che sa in fatto dell’amore, del lavoro, della vita. E quando capisce che a Giancaldo non c’è più posto per Salvatore, non esita neanche per un istante ad esortarlo ad andarsene, nonostante quel ragazzo fosse la persona a cui tenesse di più. Continua a ripetergli di partire, di lasciare tutto e cercare fortuna altrove perché quello non è più il suo posto e solo lasciandosi tutto e tutti alle spalle può inseguire davvero i suoi sogni.

Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia. Dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu.

Salvatore viene così posto davanti ad una scelta: la sua terra, sua sorella, sua madre, Alfredo, il cinema paradiso oppure inseguire i suoi sogni a costo di non tornare mai più. L’ardua decisione viene presa non senza sofferenza, ma solo quando ormai davvero nulla lo trattiene più a Giancaldo. Nulla tranne l’affetto per Alfredo, a cui comunque dà ascolto fino alla fine: Salvatore non tornerà mai più in Sicilia, non andrà mai più a trovare l’uomo che gli aveva fatto da padre. Almeno finché le cose non sono del tutto cambiate.

Cosa (o chi) è cambiato?

Per trent’anni Salvatore non è più tornato a casa sua. Per trent’anni ha voltato le spalle a tutto e tutti, tenendo fede al consiglio di Alfredo. Solo quando Alfredo è morto, Salvatore sente la necessità di tornare a Giancaldo a tributargli un ultimo doveroso saluto. Già strada facendo, mentre l’aereo e il taxi lo portano sempre più vicino ai suoi luoghi, ripercorre con la mente il suo passato. La nostalgia e i ricordi crescono ancora e ancora. Incontra la madre ormai anziana e la sorella, rivede tutti gli abitanti del paese in mezzo ai quali era cresciuto e che la sera era solito intrattenere proiettando i film al Nuovo cinema paradiso.

In proposito, rivede anche il cinema, ormai cadente a pezzi e prossimo alla demolizione, simbolo di un passato che ormai si sgretola e che non può più tornare. Tutto è cambiato a Giancaldo da quando Salvatore è partito: lo si vede nella nuova piazza, dove ora ci sono le macchine parcheggiate; lo si vede nei volti della gente, rugosi e segnati dal tempo, ma felici di incontrare di nuovo un vecchio amico che avevano visto crescere fin da bambino; lo si vede tra i muri e i vecchi cimeli della cameretta di Salvatore.

Riguardando tutto, Salvatore viene assalito da nostalgia, da qualche rimpianto, dalla voglia di riprendere ad intrecciare alcuni fili dove aveva interrotto, quello dell’amore in particolare. Il sorriso malinconico con cui guarda tutto e le lacrime che fatica a trattenere sono l’indizio che tutto quello gli mancava. Gli mancava quella gente, gli mancavano quei muri, quegli odori, quella vita con cui aveva cercato di chiudere per sempre ma che era di nuovo tornata in auge. Il passato torna a galla con vigore mentre Salvatore ripercorre quelle strade che faceva anche da piccolo. I ricordi si fondono coi sogni della sua infanzia e con l’immagine e il confronto di ciò che è diventato.

Perché è vero che il paese, in trent’anni, è visibilmente mutato, ma molte cose sono rimaste com’erano. Solo che sono guardate da occhi non più abituati, che sono stati distanti per molto tempo. Chi è davvero diverso e cambiato è proprio Salvatore, che volontariamente (ma anche forzatamente) si è allontanato dalla sua terra ma che una traccia indelebile di Sicilia l’ha sempre portata con sé. Ed ora quella traccia, come una personalità remota del suo animo, torna a galla nel ripercorrere le gioie e i dolori di quando era solo un bambino con la travolgente passione della pellicola. Senza Giancaldo, senza la sua gente, senza quel retroterra culturale, senza il Cinema paradiso Salvatore non sarebbe mai potuto diventare quello che è ora.

Cesare Pavese nelle Langhe (© LAPRESSE
Archivio Storico )
Anni ’40
Storico
Cesare Pavese
Nella foto: Lo scrittore CESARE PAVESE fotografato sulla collina torinese.
NEG- 11751?

Un paese ci vuole

Eccome se la terra natia lascia il segno. Plasma la cultura di una persona, ne influenza la mentalità e le ambizioni, ma soprattutto è un punto fermo a cui appigliarsi, un rifugio sicuro. In una parola, casa. Perché dovunque si vada nel mondo, c’è sempre un posto dove ritornare e dove tutto rimane com’era, anche se tutto cambia. Lo sapeva bene Cesare Pavese, uno scrittore davvero molto legato alla sua campagna piemontese, un po’ come tutti quegli scrittori primo novecenteschi che venivano dalla provincia (Fenoglio e Calvino tra gli altri).

E una delle opere in cui Pavese ha dimostrato di più questa sua visione malinconicamente affettiva per Santo Stefano Belbo è il romanzo “La luna e i falò“, scritto e pubblicato poco prima di morire. In esso si narra di un uomo, Anguilla, che ha girato il mondo: è stato a Genova, in varie altre città ed è anche arrivato in America, salvo poi aver obbedito alla necessità impellente di tornare a casa, sulle colline piemontesi vicino ad Alessandria. E il romanzo è tutto un ripercorrere i luoghi dell’infanzia di Anguilla, che insieme all’ amico ritrovato, Nuto, vaga per le case, gli orti e le cascine rievocando il suo passato, terribile a tratti ma anche innocente e spensierato.

Il romanzo è tutto un alternarsi tra tempo presente e ricordi, riportati alla luce in un confronto che rivela sostanzialmente due cose: la prima è che tutto è cambiato, ma ciò che è cambiato di più è Anguilla stesso; la seconda è che per quanto lontano si vada, persino in America, il richiamo di casa propria è troppo più forte. Nostalgia e senso di appartenenza, in Anguilla come in Cesare Pavese, sovrastano ogni altra cosa e lo spingono a riprendere da dove aveva interrotto. Un senso di incompiuto, quasi di rimpianto, pervadono Anguilla mentre ripercorre quei luoghi che, nonostante il tempo li abbia cambiati o stravolti, ai suoi occhi appaiono di nuovo come una volta.

Vedere il mondo gli ha dato una mentalità diversa, gli ha fatto conoscere gente e posti nuovi,  ma ha dato al protagonista anche gli occhi per guardare al suo paese con affetto, devozione, nostalgia. Le radici dicono chi siamo, non è mai possibile separarsi da questo marchio. E il paese, per Pavese, è una radice nel vero senso della parola, è un punto fermo ma anche un pezzo dell’anima:

Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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