Nell’anniversario della nascita celebriamo il Michelangelo Buonarroti poeta, lato nascosto di un artista straordinario

Michelangelo fu artista a tutto tondo, forse il più importante del Cinquecento italiano. Ma tra i capolavori architettonici, scultorei e pittorici si inserisce un’attitudine poetica originalissima, controversa e persino moderna.

Ritratto di Michelangelo Buonarroti (1475-1564)

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Michelangelo, nato a Caprese (vicino ad Arezzo) il 6 marzo del 1475. Nato da una nobile famiglia fiorentina, fu condotto a bottega presso Domenico Ghirlandaio, dove fin da giovanissimo manifestò un incredibile talento per la vocazione artistica. Di lui sono giunte fino a noi opere assolutamente immortali come il David, la Pietà vaticana, gli affreschi alla Cappella Sistina e, nel 1547, egli venne anche nominato architetto di San Pietro. Ma in tutto questo produsse una serie lunghissima di componimenti poetici di grande valore, i cui contenuti e lessico delineano la grande cultura letteraria di cui era nutrito l’artista aretino.

Foto dell’edizione delle “Rime” di Michelangelo curata dal nipote nel 1623

Un poeta privato

Il primo dei motivi per cui la parte poetico-letteraria della personalità di Michelangelo è quella meno nota, naturalmente, è la magnificenza dei risultati che egli ha ottenuto nelle arti figurative, dando sfogo a un’abilità insuperabile. Ma bisogna anche specificare che, dei circa trecento componimenti che lui scrisse, Michelangelo non pubblicò nemmeno un frammento. Tutte le rime del Buonarroti sono rimaste inedite finché egli ha vissuto e, in tutti i suoi ottantanove anni di vita, solamente una volta è possibile che abbia pensato di pubblicarne alcune. Questo perché, nel disordine generale in cui conservava i suoi scritti, c’è una sequenza di poesie che ha la parvenza di una disposizione studiata e coerente, voluta dall’artista intorno al 1540. Non sappiamo né se avesse sul serio questa intenzione né, soprattutto, il motivo per cui alla fine Michelangelo rinunciò alla pubblicazione. Nonostante questo, egli scrisse poesie praticamente per tutta la vita, coprendo un arco di tempo che all’incirca va dal 1503 al 1560. Una grande quantità di componimenti di varia natura che spaziano in vari generi metrici, indicando così la grande versatilità e poliedricità di questo artista. Egli fu in grado di scrivere canzoni, sonetti, quartine isolate e madrigali, ma anche epigrammi, aforismi e terzine sciolte. Nella sua frenetica e incessante elaborazione artistica spesso iniziava a scrivere e poi si fermava, correggeva, riprendeva i testi o, a volte, li abbandonava definitivamente. Così che ci resta anche una discreta quantità di scritti incompiuti, riveduti, corretti e interrotti del maestro, che era vincolato nella scrittura dai suoi impegni di architetto, scultore e pittore. Il tutto gelosamente conservato, per la maggiore, presso l’ archivio privato della famiglia Buonarroti a Firenze. Inoltre era solito scrivere su qualsiasi supporto gli potesse tornare utile, sia in un momento libero dal lavoro sia nella fretta di una piccola pausa. Dunque i manoscritti che ci restano di lui possono essere carte, fogli di brutta o frammenti marginali dei fogli su cui disegnava le bozze delle sue opere, pezzi di carta che era solito buttare a lavoro finito. Ma detto così può sembrare che l’ arte poetica fosse per lui secondaria rispetto alle altre in cui eccelleva, una sorta di esercizio creativo con il ruolo di passatempo. Ma era tutt’altro. La sua particolare concezione artistica considerava l’arte nella sua completezza, senza alcuna differenza di genere, supporto o prodotto finale: l’arte, in senso puro e assoluto, era la ricerca della bellezza, l’elevazione spirituale pronta a cogliere la perfezione di un’Idea e infonderla nell’oggetto sensibile. Questo lo vedremo meglio nel prossimo paragrafo. Ma la poesia era la componente più interiore dell’artista, l’indagine dell’interiorità scissa nelle sue contraddizioni, contratta nelle sue ambizioni e nell’affermazione della propria individualità di intellettuale. Il fatto che la prima edizione delle poesie (un’antologia dei suoi testi in realtà) fu voluta dal nipote, Michelangelo Buonarroti il Giovane, nel 1623, è indicatore del fatto che l’elaborazione letteraria era un esercizio piuttosto intimo per l’artista toscano, trattando anche delle tematiche piuttosto private secondo il gusto del tempo ma, allo stesso tempo, discostandosi da esso.

Immagine dei ponteggi, supporto per poter dipingere affreschi sui soffitti e nelle pareti in alto. Michelangelo ne fece i soggetti di alcuni suoi testi

La concezione dell’arte

Per Michelangelo, come per gli intellettuali della sua epoca, un’opera ha una genesi particolare. L’opera d’arte ha origine primariamente dal “Concietto“: l’intelletto è la forza prima dalla quale l’oggetto trae la sua forma, immediatamente abbozzata su carta, o plasmata nella cera, nella forma di schizzi. La creazione artistica è quindi il risultato della fusione tra la facoltà intellettiva, che concepisce l’idea, e quella operativa, che la fissa nella materia. L’artista è in tutto simile a Dio in quanto tenta di trasporre l’idea dell’opera che ha formulato in un supporto tangibile e sensibile attraverso la creatività della sua arte. Così infatti Dio ha posto la bellezza nel modo fisico durante la creazione e così dunque anche l’artista, nel suo piccolo, diventa un demiurgo divino che può infondere la bellezza negli oggetti circostanti, apparentemente privi di una qualche qualità estetica. Il Neoplatonismo rinascimentale viene dunque visto anche come processo artistico, in quanto viene risaltata la spiritualità dell’elaborazione delle opere d’arte e la superiorità dell’ “Idea” rispetto alla fase materiale del processo. Dall’ispirazione discende la fase creativa e l’intelletto dell’artista attinge direttamente al divino, alla perfezione, a immagini e modelli di superiore bellezza di ispirazione superna. E il processo artistico è ciò che più avvicina l’umano al divino, proprio come quando, nel famosissimo affresco della creazione, Adamo e Dio si sfiorano. Ma a questo punto si presenta una contraddizione nell’animo di Michelangelo: egli, infatti, ha acquisito la consapevolezza di come il processo artistico sia articolato nelle due fasi precedentemente descritte e del fatto che la prima, chiamiamola speculativa, sia nettamente superiore alla seconda. Ne deriva una dolorosa presa di coscienza per cui Michelangelo conclude che, per quanto il suo intelletto possa elevarsi fino al culmine nella ricerca della perfetta forma artistica, non potrà mai essere in grado di raggiungere quella bellezza con la materia. La fase materiale non sarà mai in grado di tenere il passo di quella spirituale e questo provoca una divaricazione nell’animo di Michelangelo: da un lato c’è la tensione innata che punta alla scoperta delle idee supreme per poterle imitare nella fase artistica, ma dall’altro si colloca l’amara consapevolezza di non poter mai colmare del tutto il divario tra i due processi. La contraddittoria crisi interiore dell’artista viene espressa proprio nelle poesie, nelle quali Michelangelo riversa la considerazione del suo lavoro sfogandosi, criticando se stesso, addirittura commentando le opere che andava creando. Le poesie sono quasi un confessionale per lui, il diario poetico di un processo artistico. Ci sono, ad esempio, componimenti in cui l’artista si lamenta dei dolori derivati dalla postura che deve tenere mentre lavora, oppure di una bozza che non gli aggrada e che deve rifare, degli errori durante la fase di scalpellatura e, di conseguenza, della fallacia della creatività materiale di cui si è detto in precedenza. Un po’ come se qualcuno si lamentasse con dei sonetti delle fatiche professionali che deve sopportare, unendo alle lamentele la speculazione poetica e filosofica. Le poesie michelangiolesche sono ricche di contraddizione interiore, dell’ambizione all’infinito e all’assoluto tipicamente rinascimentale e neoplatonica, della quotidianità delle fasi di lavoro, della visione completa dell’arte in ogni suo aspetto. Michelangelo mostra, nelle sue poesie, di essere un artista straordinariamente completo. 

La marchesa Vittoria Colonna (1490-1547) corrispondente di Michelangelo al quale inviava e dal quale riceveva sonetti amorosi

Un petrarchismo “Sui generis”

Ciò che emerge da quanto analizzato è soprattutto la figura di un artista che deve essere considerato moderno in rapporto alla consapevolezza della propria identità di uomo e di intellettuale che si interroga coscientemente sul valore morale e spirituale del proprio lavoro, e che trova nella lingua poetica italiana un mezzo atto a esprimere questa stessa modernità. Ma il suo essere moderno concerne anche il suo sapersi districare nel suo secolo intrecciando nei componimenti le molteplici fonti di ispirazione che ne condizionano la poetica senza cedere del tutto a nessuna di loro, soprattutto all’imperante petrarchismo. Nel Cinquecento l’imitazione di linguaggio, stile e temi di Francesco Petrarca giunge all’apogeo e molto spesso impone un’ingente selettività nelle parole e nelle espressioni da usare. E il petrarchismo sposò anche la poesia e la prosa di tipo cortigiano, praticati nelle corti signorili e dal carattere elitario e chiuso. Michelangelo non potè certo prescindere da questo tipo di letteratura, ma seppe aggiungervi il tocco personale fondendo con essa le altre sue fonti di ispirazione: egli, cresciuto nella Firenze medicea, subì l’influenza della letteratura di Poliziano e di Lorenzo il Magnifico; si interessò alla poesia comico-burlesca (e antipetrarchista) di Francesco Berni; sviluppò il culto di Dante, dal quale ereditò molte espressioni e, soprattutto, le rime petrose. Infatti, per coloro che leggono le poesie di Michelangelo, è facile sentire un incedere stentato, degli accostamenti azzardati di parole e una dolcezza del suono smorzata da vocaboli dal suono duro e aspro. Anche laddove i componimenti affrontano temi ed espressioni ereditate dal petrarchismo, l’integrale purezza dei suoni di questo canone viene rotta nel nome di un’espressività che comunichi al meglio le laceranti contraddizioni dell’animo. Oltre a tutti i temi di cui abbiamo parlato, ci sono ancora quelli preponderanti dell’amore e dell’incombenza della morte, sviluppato più in vecchiaia.

Crudele, acerbo e dispietato core,

vestito di dolcezza e d’amar pieno,

tuo fede al tempo nasce, e dura meno

c’al dolce verno non fa ciascun fiore.

Muovesi ‘l tempo, e compartisce l’ore

al viver nostr’un pessimo veneno;

lu’ come falce e no’ siàn come fieno”

L’amore viene cantato con toni e motivi piuttosto in linea con il gusto dei tempi, mantenendo comunque l’indole di indipendenza intellettuale che contraddistingue questo artista. Esso viene visto come esperienza erotica in modo completo, con il grande sforzo interiore di nasconderne la carnalità col tipico spirito della Controriforma. L’amore è qualcosa di dirompente, che devasta l’animo ma allo stesso tempo induce ad un’elevazione interiore grazie alla visione della donna: essa è il soggetto perfetto, in grado di elevare spiritualmente l’individuo e artisticamente il poeta. Paradigmatica è la corrispondenza con la poetessa Vittoria Colonna, anch’essa esponente del petrarchismo cortigiano. Essi si scambiarono poesie d’amore, ma un amore platonico nel quale tenerezza, stima reciproca e sofferenza per la distanza si intrecciano sapientemente in una moltitudine di dolcezza e malinconia. Nelle poesie per un’altra donna dal nome sconosciuto e per il giovinetto Tommaso de’ Cavalieri, invece, inserisce tutto il dolore per la passione fisica che però va assolutamente nascosta e soffocata, in virtù di una religiosità controriformista non del tutto condivisa ma a cui deve necessariamente piegarsi, visto che il datore di lavoro è rappresentato nientemeno che dal Papa.

hiunche nasce a morte arriva

nel fuggir del tempo; e ‘l sole

niuna cosa lascia viva. 

Manca il dolce e quel che dole

e gl’ingegni e le parole; 

e le nostre antiche prole

al sole ombre, al vento un fummo.

Come voi uomini fummo,

lieti e tristi, come siete;

e or siàn, come vedete,

terra al sol, di vita priva.

Ogni cosa a morte arriva.

Già fur gli occhi nostri interi

con la luce in ogni speco;

or son voti, orrendi e neri,

e ciò porta il tempo seco.

Sul finire della sua vita, invece, l’appressamento della vecchiaia porta il poeta Michelangelo a interrogarsi sulla caducità della vita e sulla brevità dell’esistenza umana. La tensione interiore diviene ancora maggiore rispetto a prima e la petrosità dei versi, ereditata da Dante, si fa ancora più predominante. Michelangelo quasi litiga con lo schema metrico, lo percepisce come una gabbia per la sua creatività e in ogni caso non lo asseconda mai del tutto. Col passare degli anni l’artista sente il tempo venire a mancare, inizia ad avvertire una sorta di pentimento religioso e il rapporto con Dio e la fede si fa più stretto anche se ancora un po’ contrastato. La consapevolezza che la vita umana debba finire e l’avvicinarsi della morte sono un’esperienza poetica che porta Michelangelo ad interrogarsi anche sulla funzione dell’arte, colei che è in grado di eternare l’insignificanza di una vita passeggera. E la sua arte, possiamo dirlo, ha compiuto il suo dovere.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: