Nazifascismo e lotta partigiana: era vivo il sentimento di umanità? Risponde “Uomini e no”

Un appello alla solidarietà e alla fratellanza si leva tra le pagine del romanzo di “Uomini e no”.

Le brutalità di una guerra che fa crollare ogni certezza, che annienta ogni speranza e uccide tutti gli eroi vengono raccontate nel 1945 dalla penna di Elio Vittorini.

“L’HANNO STRETTA I PUGNI DEI MORTI LA GIUSTIZIA CHE SI FARA’”

Italia, 1943. La minaccia nazifascista distrugge il paese, già stremato dalla guerra. E’ così che inizia a levarsi il coro di voci oppositrici, unite sotto il segno della lotta di resistenza partigiana dove gruppi armati di antifascisti, composti su base volontaria, operano nel periodo compreso tra l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943 e la fine della guerra nel maggio 1945. Dopo l’armistizio, a Roma, viene fondato il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), i cui partiti costituiranno poi i primi governi del dopo guerra e scriveranno la Costituzione ispirandosi ai principi democratici e antifascisti. Nella conduzione della lotta partigiana fondamentale è la nascita, il 9 giugno 1944, del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) su iniziativa del CLN. E’ così che le formazioni partigiane trovano una guida politica e un coordinamento militare, divenendo un organismo unitario al vertice e strategicamente frammentato alla base operativa. Per quanto unite in un unico Corpo, le varie formazioni mantengono le caratteristiche politiche che le contraddistinguono, trovando omogeneità nel comune obiettivo della lotta contro il nazismo e il fascismo. Tra le principali organizzazioni che compongono il CVL si trovano le Brigate Garibaldi, guidate da Luigi Longo e Pietro Secchia, esponenti del partito comunista; le formazioni Giustizia e Libertà, guidate da Ferruccio Parri; o, ancora, la formazione socialista delle Brigate Matteotti che si occupò dell’evasione di Saragat e Pertini dal carcere di Regina Coeli. La guerra di Resistenza fu necessariamente violenta e sanguinosa, volta a combattere le atrocità dei totalitarismi: nel suo discorso di fine anno del 1979, il presidente Sandro Pertini concluse dicendo che “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”.

“NON BISOGNA PIANGERE, SE PIANGIAMO ACCETTIAMO E NON DOBBIAMO ACCETTARE”

Elio Vittorini, con “Uomini e no” opera in presa diretta, scrive e pubblica la sua opera nello stesso anno in cui essa è ambientata. L’autore crea qui un contesto diretto con il lettore, uscendo dalla cornice del testo stesso per inserirsi in un processo che vede unire il meccanismo fittizio della rappresentazione e la consapevolezza della testimonianza. “Da 10 anni io voglio raccontarvi questa storia”, spiega Vittorini. E la storia è quella di Enne 2, capitano dei GAP di Milano, distrutto dal suo amore impossibile per Berta, descritto da lunghe speculazioni introspettive che non fanno altro che sottolineare la personalità turbata ed angosciata del protagonista. A questo tormento sentimentale si intrecciano le azioni partigiane di Enne 2 e dei suoi, che vedono sempre una pronta e sanguinosa controffensiva da parte dei militari tedeschi. Tra corpi di uomini, donne, anziani e bambini mutilati e senza vita, uomini fatti sbranare da cani e le altre atrocità del regime, l’ultima missione di Enne 2 è quella di uccidere Cane Nero, capo dei fascisti. Enne 2 non fugge neanche quando, avendo una grossa taglia sulla testa, viene identificato e denunciato: un operaio corre ad avvisarlo dell’imminente cattura ma egli si rifiuta di fuggire e va incontro al suo destino, aspettando il nemico Cane nero per ucciderlo, in uno scontro che costerà la vita anche allo stesso Enne 2. Gli ultimi capitoli sono incentrati sullo stesso operaio, che tenta di imparare a uccidere i tedeschi in motocicletta. Nel momento in cui deve agire, però, si ferma e risparmia il tedesco perché lo vede “troppo triste”, e si rivede negli occhi di quel giovane che avrebbe dovuto essere sua vittima.

“LA GUERRA NON SI PUO’ UMANIZZARE, SI PUO’ SOLO ABOLIRE”

Sebbene l’opera sia stata scritta nel pieno della guerra partigiana non si presenta come una celebrazione della Resistenza, per quanto dall’autore ritenuta necessaria. Enne 2 non è il classico eroe fermo e saldo nei suoi propositi e senza paure; è forse un eroe novecentesco, che esprime l’inquietudine di un mondo che ha visto crollare tutte le certezze, è forse l’unico eroe possibile in un mondo in cui tutti gli altri eroi sono morti. Per quanto lo studioso Pavone identifichi con gli “uomini” i partigiani e i “non uomini” i nazifascisti sorge quasi spontaneo chiedersi se sia effettivamente questa la divisione voluta dall’autore: di umanità qui ce n’è poca. “Perché, se non erano terribili, uccidevano? Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza aver niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano?” si chiede Vittorini. Forse tutti sono “uomini e no”. L’opera si conclude tuttavia con una nota di speranza: l’incapacità dell’operaio di sparare al giovane tedesco, suo oppressore e nemico, vuole rappresentare l’appello alla solidarietà e l’invito alla deposizione delle armi. L’operaio, si specchia negli occhi del ragazzo tedesco, immaginandoselo nei suoi panni e con le mani sporche proprio come le sue. E’ così che l’operaio supera divisioni e linee nemiche, dimostrando che forse erano tutti “uomini e no” ma che l’umanità, in fine, pendeva da una parte.

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