Nascere in America è davvero diverso? Ne canta Springsteen e ne scrive Vittorini.

 

 

La canzone rock di Bruce Springsteen è l’inno di una generazione. Lo scrittore siciliano descrive la genesi del sogno americano.

Siamo negli anni ottanta e Born in the U.S.A. diventa la canzone simbolo del nuovo mondo. Un’ascesa che la porterà a essere inserita nella lista delle migliori 500 canzoni secondo Rolling Stone.
Vittorini nella raccolta antologica Americana mostra cosa significa essere nati negli Stati Uniti. Letteratura e musica s’intrecciano per spiegare il senso del fenomeno d’oltreoceano.

Il lamento del veterano

Questo è come “The Boss”, soprannome di Bruce Frederick Joseph Springsteen, amava chiamare Born in the U.S.A. (1984) canzone che si trova all’interno dell’ album omonimo.
Il futuro del rock and roll”, le parole del celebre critico musicale Jon Landau , che consegneranno al grande pubblico il nativo di Long Branch. Grande cantante e compositore, Bruce incarna al meglio l’ orgoglio americano.
Già dal titolo si può comprendere la singolarità dell’evento, l’essere nati nella patria delle grandi opportunità. E questo lo si avverte quando si ascolta il pezzo.
D’altronde le parole del testo sono efficaci e significative.  Be careful !
Il singolo eletto a panegirico della potenza americana, nasce nella mente del cantautore come il tentativo di focalizzare l’attenzione su un altro punto di vista, che possiamo dire essere brutale. Il dark side della guerra. Perché se da una parte il singolo richiama in continuazione la speranza, protagonista dell’ American Dream, dall’altra è anche ricordare la violenza subita dalla madre patria. Scritta in occasione della Guerra del Vietnam, Springsteen si concentra sui superstiti del conflitto.
Quindi Born in the U.S.A. è anche l’urlo contro la guerra, che fa luce sull’inafferrabile ossimoro di questa nazione.

 

 

“Un libro essenziale nella storia della cultura italiana”

Firmato Italo Calvino. Questo in sintesi il ruolo dell’antologia Americana. Il libro fu pubblicato nel 1941 a cura di Elio Vittorini, scrittore nato a Siracusa nel 1908 e diventato famoso con la pubblicazione di Conversazione in Sicilia (1942). In un periodo abulico come quello dominato dal regime fascista, in cui non si tollerava la predisposizione all’apprendimento di culture al di fuori di quella nazionale (quindi figuriamoci quella statunitense), la scelta dello scrittore di proporre la narrativa americana (ancora completamente sconosciuta in Italia) si rivelò vincente.
La raccolta diventa un classico e comprende testi di autori famosi come Ernest Hemingway, Mark Twain, Edgar A. Poe e Herman Melville,  tradotti da Vittorini e non solo. Basti pensare che  alcuni tra i più grandi della letteratura italiana, quali Eugenio Montale, Alberto Moravia e Cesare Pavese, contribuiscono alla realizzazione dell’opera. Inoltre l’introduzione del critico letterario Emilio Cecchi sarà decisiva ai fini della pubblicazione. Foto e immagini completano il tutto.
Lo scrittore siciliano aveva capito fin da subito il potenziale mediatico di questa nuova letteratura, un soffio di vivacità e brio all’ormai scontata e priva di verve cultura della penisola.

 

The show must go on

Allegoricamente, niente meglio di questa frase rende l’idea dello spettacolo americano che, per forza di cose, deve andare avanti. Lo show della vita esibito in America non si esaurisce, ed è colpa della storia. Una storia moderna quella degli Stati Uniti, guidata da un moto incessante di eventi, sempre in continua evoluzione. Questo è ciò che ha contribuito a creare il mito americano ed è quello che canta Bruce Springsteen.
Vittorini non fa altro che notarlo e testimoniarlo. La rassegna degli avvenimenti letterari incastrati nel libro ne è la prova.

“L’America esorcizza la questione dell’origine, non ha il culto dell’origine né il mito dell’autenticità, non ha un passato né una verità fondatrice…vive in una perenne attualità. La potenza futura è riservata ai popoli senza origine che sapranno sfruttare sino in fondo questa situazione. Gli Stati Uniti sono l’utopia realizzata. La convinzione idillica degli americani di essere il centro del mondo, la potenza suprema e il modello assoluto, non è falsa. E non si fonda tanto sulle risorse, le tecnologie e le armi, quanto sul presupposto miracoloso di un’utopia incarnata, di una società che, con un candore che può apparire insopportabile, si regge sull’idea di essere la realizzazione di tutto ciò che gli altri hanno sognato.”

Le parole del filosofo Baudrillard contenute nel libro America esemplificano il concetto.
Elio Vittorini, sfruttando quel bisogno comune di semplicità, ci mostra temi e scelte degli scrittori d’oltreoceano, presentati in una nuova veste. Un bisogno che solo quella letteratura, per così dire “primitiva”, poteva soddisfare. Una letteratura nuova accompagnata da quel pizzico di follia che solo un nuovo continente, lontano da nuclei tradizionali, poteva avere.
Ma allora perché nascere in America è diverso? Nascere in America vuol dire essere consapevoli della follia congenita. Solo qui si può trovare l’eccesso della pazzia, aggiungerei anche sano, in natura.  Questo è “born in the U.S.A.”

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