Nasce Vittorio Alfieri, poeta piemontese: ecco le maggiori tappe in occasione del suo anniversario

Avventuroso, libero, malinconico, Vittorio Alfieri nasce il 16 gennaio del 1749: ecco le sue maggiori opere e le tappe più importanti della sua vita. 

“Nella città di Asti, in Piemonte, il 16 gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti” si presenta così Alfieri nella sua autobiografia. Dedito ai viaggi, all’amore e alla libertà, fu uno dei maggiori del panorama italiano e del XVIII secolo.

 

 

Nascita e infanzia

Vittorio Alfieri nasce in un contesto familiare che può definirsi agiato. I suoi genitori, come ricordato da lui, erano agiati e onesti. Questo gli permise di ricevere un’ottima educazione ed essendo nato ad Asti, la sua prima lingua fu il piemontese, ma apprese anche il francese e il toscano. Si dedicò molto allo studio delle parole e della lingua, colmando, dove presenti, eventuali lacune. Questo atteggiamento metalinguistico lo portò a stilare anche dei piccoli dizionari che contenevano voci francesi e piemontesi con la corrispondete voce italiana. Purtroppo, il contesto familiare agiato descritto sopra, si disgregò quando Vittorio era ancora piccolo. La madre, savoiarda, era già alle sue seconde nozze quando il padre morì di polmonite. Si risposò con un altro parente del padre e nel frattempo il poeta visse fino all’età di nove anni nel palazzo del padre, sebbene non avesse compagnia e fosse stato affidato ad un precettore. Lo stesso Alfieri racconta alcuni episodi particolari della sua infanzia, tra questi, quello in cui -convinto che la cicuta portasse alla morte- cominciò a strappare e a mangiare erba dal giardino circostante il palazzo: “[…]trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche da salute, che era gracile […]”.

Era il 1758 e Vittorio era stato affidato allo zio Pellegrino, suo tutore e governatore di Cuneo. Sotto sua disposizione si iscrisse all’Accademia Reale di Torino e prima dell’autunno fu ospitato dallo stesso zio. Giudicato troppo vivace e poco gentile, venne mandato in accademia un mese prima del previsto, fatto che lo afflisse non poco.

L’arruolamento e i viaggi

Dopo la morte dello zio, nel 1766, Vittorio decise di non terminare il ciclo di studi all’Accademia Reale di Torino, rinunciando così al suo futuro d’avvocato. Decise di arruolarsi nell’esercito, rispettando anche quella che era una tradizione di famiglia, e divenne alfiere. Secondo una leggenda infatti, il cognome della famiglia dovrebbe derivare proprio da questo incarico. Rimase nell’esercito per circa dieci anni, momento in cui decise di rinunciare, abbandonando il tutto con il grado di luogotenente. Durante gli stessi anni aveva cominciato il suo tour tra le città italiane, tour che lo porta a Roma e a Firenze. Nel 1967 sarà addirittura in una delle capitali d’Europa, Parigi, soggiorno in cui ebbe l’occasione di conoscere Luigi XV, a cui non regalò parole poi tanto piacevoli, definendolo “sprezzante”. L’anno successivo fu a Londra e fece anche un viaggio nei Paesi Bassi. Proprio nei Paesi Bassi s’innamorò di una donna già impegnata, un amore che lo portò a liquidare i precedenti come amori di poco conto a cospetto del nuovo. Essendo la donna già impegnata in una relazione, dovette separarsene. Ciò costo molto ad Alfieri che tentò addirittura il suicidio, fortunatamente fallito grazio all’aiuto del suo servo, che lo seguiva in tutti i suoi spostamenti.

 

Le opere e la contessa d’Albany

Dopo essere stato anche in Finlandia e in altri Paesi del nord Europa, ritornò a Torino, allora capitale sabauda. Aveva solo ventiquattro anni, ma ricordò i suoi precedenti spostamenti come l’eco di anni passati tra avventure e dissolutezze. Dopo aver affittato una casa in Piazza San Carlo ed averla arredata con gusto, riuscì a stabilire in contatti anche con i suoi compagni di gioventù e con i suoi colleghi militari. Formò anche un gruppo, chiamato  “Societé des Sansguignon”, con il quale discuteva di diversi argomenti. Cominciò a scrivere diverse opere, ispirato anche dagli scritti di Voltaire. Scrive Filippo e Polinice, così come l’Antigone e Virginia, durante la cui stesura -sul finire, per essere più precisi- conobbe la contessa d’Albany, colei che definì “il degno amore”.

Uno dei suoi atti più famosi fu quello di “disvassallarsi”, lasciando tutto alla sorella e tenendo per sé il titolo di conte ed un vitalizio. Furono anni di nuove opere e altri impegni, anni in cui ebbe anche la possibilità di ricongiungersi la contessa, che aveva ottenuto la separazione dal marito e la possibilità di lasciare Roma. Completò opere come Bruto primo e Bruto secondo sul finire degli anni Ottanta del Settecento.

Dopo varie complicazioni dovute alla salute, diversi altri studi e opere di grande calibro, morì nel 1803 e fu seppellito a Firenze, nella Basilica di Santa Croce.

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