Le europee sono alle porte e, fra appena due mesi, circa 400 milioni di persone saranno chiamate a votare, per eleggere i membri del parlamento europeo.
È il nono appuntamento dal non troppo lontano 1979, quando si tennero le prime elezioni a suffragio universale.
Le date da segnare sul calendario: dal 23 al 26 maggio, l’Italia ha deciso di optare per l’ultimo giorno e, con la redistribuzione dei seggi, si troverà ad eleggere 76 deputati, tre in più rispetto al passato, dopo l’adieu del Regno Unito.
Lo stesso governo italiano definisce da tempo queste elezioni fondamentali, tentando di guadagnare nell’Olimpo del Parlamento Europeo, e di conseguenza nella Commissione, un posticino al sole per le forze politiche sovraniste ed euroscettiche, mettendo a rischio gli ideali su cui l’Europa fu costruita.

L’unione europea pone radici nel 1957, in un’epoca in cui il suo nome era ancora Comunità economica europea (CEE), il termine economica fu poi rimosso all’inizio degli anni 90, con il trattato di Maastricht, ponendo le fondamenta per quella che sarebbe divenuta l’UE che tutti oggi conosciamo.
I capi saldi dei suoi obbiettivi sono molto meno moderni di quanto potremmo credere: promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi cittadini, offrire libertà, sicurezza e giustizia, senza frontiere interne.
Favorire lo sviluppo sostenibile basato su una crescita economica equilibrata e la protezione dell’ambiente, lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione.
Promuovere il progresso scientifico e tecnologico, rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri, rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica.

 

Immanuel Kant

Ricorda qualcosa?
I caratteri fortemente illuministi rappresentati dall’unione, sono stati trasportati dai secoli fino ai giorni nostri.
Grande precursore dei suoi tempi fu Kant che nella sua opera “Per la pace perpetua” aprì la la strada ad un progetto allora impensabile: superare la divisione fra stati, per costruire una repubblica federale mondiale: una federazione a livello globale.

Uguali ideali ispirarono un altro capo cardine della storia, questa volta nel mondo nella musica.
29 anni dopo la prima stampa del saggio di Kant, Beethoven fece debuttare la massima rappresentazione della sua arte, 7 maggio 1824 al Theater am Kärntnertor di Vienna, quando, per la prima volta, fu orchestrata la nona sinfonia.

Già ai suoi tempi, la Sinfonia n. 9 in re minore per soli coro e orchestra Op. 125 fu un enorme successo, dominato però dalla sordità del maestro che non volle rinunciare a dirigere la sua orchestra.
Si racconta che il soprano Caroline Unger, al termine del finale, abbia delicatamente fatto voltare Beethoven, per mostrargli il calore del pubblico che con grida e applausi lo stava idolatrando.
Ma quale fu il motivo di così tanta adorazione?

A sconvolgere maggiormente il pubblico, fu dalla prima l’ultimo movimento, ancora oggi signore delle melodie per flauto o tastierina durante le lezioni di musica delle scuole medie: l’Inno alla gioia, su testo di Friedrich Schiller.
Non è un caso che la sua melodia (solo la base strumentale) sia stata scelta nel 1972 come inno ufficiale, prima del Consiglio d’Europa ed, in seguito, riconosciuto da tutti gli stati membri come inno dell’Unione Europea.
Aldilà del palesissimo testo, l’Inno alla gioia nasconde un significato ancora più intrinseco, per cui è stato scelto.
Riprendendo il motto europeo, Beethoven tesse una celebrazione dell’unità nella diversità, costruendo una tela fitta fra suoni e strumenti che si intersecano fra di loro per creare un effetto magistrale.
Per Beethoven, la gioia non rappresenta unicamente un sentimento soggettivo, ma ha bisogno di espandersi e contagiare i vicini, la gioia è per lui un sinonimo si uguaglianza, comunanza e condivisione, attraverso forme di socialità, è una dimensione sovranazionale che si trova nelle parole, negli atti e nei gesti di ogni individuo.
E, se ciò si ritrova in maniera abbastanza esplicita nel testo, il significato nascosto della musica strumentale è molto più sottile e raffinato.
La musica, per quanto possa sembrare carica a dismisura, è in realtà di base semplicissima,  un inno è infatti una base estremamente popolare, che arriva però anche ad un pubblico alto: è quindi in grado di unire tutte le classi sociali, accomunandole in un unico sentimento.

In un tempo in cui gli ideali europei rischiano la distruzione, sovrastati dal soggettivismo e dall’egoismo, servirebbe tornare a ricordare e ricreare le basi fondanti di questa unione, celebrare, come suggerisce lo stesso Beethoven, la diversità fra gli individui, trasformandola in un punto di forza, per costruire insieme un futuro comune.

Alice D’Amico

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: