Il Superuovo

Michael Baxandall ci espone i punti di vista di 4 umanisti sull’arte a loro contemporanea

Michael Baxandall ci espone i punti di vista di 4 umanisti sull’arte a loro contemporanea

“Giotto e gli umanisti” è un libro dello storico e critico d’arte Michael Baxandall (1933-2008) la cui prima edizione italiana è del 1994. In esso viene condotta un’acuta e interessante analisi dei commenti umanistici (fra il 1350 e il 1450)  alle opere d’arte in relazione ai concetti e al linguaggio utilizzati per esprimersi.

“Compianto su Cristo morto”, Giotto

Pagina dopo pagina, ci si accorge, grazie ai numerosi esempi riportati dall’autore, che gli umanisti, nel commentare le opere d’arte, non forniscono quasi mai giudizi e analisi originali. Sono invece concentrati sull’uso di luoghi comuni, di paragoni derivati dai classici, Cicerone in primis, e principalmente sul linguaggio che stavano elaborando, un latino neo-classico. Il mostrare la propria abilità nel padroneggiare il mezzo della lingua è al centro delle loro considerazioni anche riguardo l’espressione artistica. Vediamo di seguito il punto di vista di 3 umanisti secondo quanto ci riporta Baxandall.

1. Petrarca e la convenzionalità degli elogi

Francesco Petrarca nei suoi non frequenti elogi artistici si attiene ad una serie di consolidate convenzioni. Non tenta un approccio descrittivo innovativo ma si limita appunto a delle formule tipiche. Ad esempio, per dichiarare la propria ammirazione per alcune opere di Simone Martini, utilizza i luoghi comuni riguardanti la verosimiglianza dei soggetti raffigurati: “vultus viventes”, “signa spirantia”. Risulta quindi importante notare come le figure rappresentate sembrino vive, in grado di respirare. Per gli umanisti infatti scrivere che un’opera presenta le classiche qualità equivale a sbilanciarsi positivamente nei confronti di essa.

“Maestà”, Simone Martini

2. Manuele Crisolora e l’interesse per l’espressività

Manuele Crisolora, fu un umanista e diplomatico bizantino presente in Italia dal 1395. Scrittore della allora celebre “Erotemata”, manuale di grammatica, fu responsabile della diffusione degli studi greci. In una lettera a Demetrio Crisolora riporta delle considerazioni interessanti e d’impatto per la successiva critica umanistica. Oltre al topos della “Poetica” di Aristotele, per cui nell’arte possiamo apprezzare anche ciò che solitamente ci fa orrore, a patto che sia rappresentato con abilità, egli afferma che ammirare capolavori è in realtà ammirare la mente dell’artista. Egli scrive che la nostra stima  si rivolge alla capacità dell’artista di far confluire nella materia le emozioni, nell’animare figure inerti. L’altra straordinaria bravura dell’artefice è quella di provare in prima persona quel sentimento che vuole rappresentare anche se non lo riguarda direttamente.

“La Visione di Sant’Eustachio”, Pisanello

3. Guarino e l’ekfrasis di Pisanello

L’ekfrasis era un esercizio di retorica tratto dai “Progymnasmata” di Ermogene di Tarso (200 e.v.), conosciuti in occidente grazie alla traduzione di Prisciano. Uno dei soggetti preferiti dalle ekfrasis sono appunto le opere d’arte. Guarino Veronese era più propenso a denigrare la produzione artistica in quanto vacua e insufficiente a trasmettere la gloria personale. Tuttavia esercitò le sue abilità ecfrastiche commentando l’opera del pittore Pisanello. Quando commenta il “San Girolamo” insiste su un concetto chiave dell’ekfrasis bizantina: fare attenzione quando si osserva un’opera artistica per non disturbare le figure col proprio rumore. Guarino poi si focalizza anche sulla varietà della pittura di questo artista, elencando numerosi esempi esplicanti la perizia di Pisanello dell’uguagliare la natura.

4. Leon Battista alberti e la “compositio” in Giotto

A Leon Battista Alberti e al suo concetto di “compositio” Baxandall dedica l’ultimo capitolo del suo libro. L’autore del “De pictura” è infatti il primo a trattare di pittura con anche un bagaglio di esperienza pratica. Nel secondo libro della sua opera egli parla della “compositio” pittorica, ovvero il modo in cui un dipinto deve essere organizzato affinché tutte le parti contribuiscano in modo coerente all’effetto complessivo. Questo modello di organizzazione deriva dalla retorica, infatti viene specificata una gerarchia su 4 livelli: i piani formano le membra, le membra i corpi, i corpi la scena e specularmente le parole formano le frasi, le frasi le clausole e le clausole il periodo. L’esempio positivo che si conforma a questo rigoroso schema è indicato dall’Alberti in Giotto e, nello specifico, nella sua “Navicella”. Quest’ultima infatti è l’unica composizione moderna che merita l’elogio dell’umanista a discapito degli altri pittori in voga, come Pisanello, il cui stile viene da lui giudicato “dissolutus”.

 

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