Il Superuovo

Il rapporto tra intellettuali e fascismo continua a sentire la sentenza dei posteri

Il rapporto tra intellettuali e fascismo continua a sentire la sentenza dei posteri

Il rapporto tra il fascismo e gli intellettuali è un argomento un po’ controverso. Molti storici hanno analizzato, condannato o giustificato alcuni comportamenti e, attraverso i loro studi, continuano ad aprire nuovi dibattiti. 

Su questo argomento, Stenio Solinas ha dedicato uno dei suoi ultimi articoli presentando due saggi che, pur essendo usciti recentemente, offrono importanti spunti di riflessione.

Consensi e dissensi

Solinas in apertura al suo articolo per il Giornale specifica che l’argomento trattato è molto delicato per diversi motivi. Innanzi tutto apre una pagina della storia italiana che vorrebbe essere dimenticata da molti: tantissimi dei sostenitori del fascismo, infatti, alla fine hanno dichiarato di essersi ricreduti ed essere stati sempre un po’ antifascisti in fondo. Secondariamente, il problema del comportamento degli intellettuali resta molto ambiguo perchè in un clima di forte censura la vita di chi aveva un ruolo pubblico non doveva essere particolarmente semplice. I saggi di cui si parla in quest’articolo sono due: “I fantasmi del fascismo” di Simon Levis Sullam e “Scrivere a destra” di Antonio Di Grado. Il focus di entrambi gli scritti è proprio la metamorfosi che molti autori hanno avuto nel loro pensiero riguardo al regime. Sullam, nello specifico, approfondisce la storia di quattro intellettuali particolarmente famosi al tempo: Federico Chabod, Piero Calamandrei, Luigi Russo e Alberto Moravia. Di Grado, invece, propone una riflessione più generica sulle radici di quest’ideologia fascista che innegabilmente ha segnato un’epoca storica con “l’ambivalente natura di regime e di movimento”.

Boia e giudice

Il punto dei saggi scritti sull’argomento è che anche se offrono un’analisi volta alla conoscenza e non al giudizio di alcuni comportamenti, inevitabilmente finiscono per far trasparire una certa posizione. Ma questo è perchè una posizione è necessaria e lo spiega chiaramente anche un interessante saggio di  Angelo Ventura. Nella sua meticolosa analisi esordisce affermando che gli intellettuali nel dopoguerra avrebbero dovuto fare i conti con una colpa non attribuibile alle classi sociali inferiori. Il fatto di essere studiosi privilegiati, infatti, avrebbe dovuto impedirgli di appoggiare un regime totalitario che ingannava così facilmente le menti impressionabili di chi, al contrario, non poteva permettersi un’istruzione. Certo, anche questo è un giudizio abbastanza rigido perchè ricordiamo che alcuni sono stati costretti all’esilio o messi a tacere in qualche modo o direttamente uccisi ad esempio Matteotti o Piero Gobetti. Per questo la sua lucida conclusione è proprio quella che l’assenso o il dissenso degli intellettuali nei confronti del fascismo resta una scelta personale spesso dettata da cause esterne e di vita privata. Un ultimo punto di riflessione che forse mette d’accordo tutti gli storici e intellettuali che si sono espressi riguarda il comportamento di questa elite colta nel momento successivo al regime e alla guerra. Di Grado, forse, rende chiaramente questa idea affermando che gli intellettuali hanno rifiutato l’idea che in Italia ci sia stata una guerra civile. Nell’analizzare il periodo storico, infatti non si sottolineava mai una vera e propria distinzione tra chi è stato fascista e chi antifascista, tra chi ha appoggiato e chi ha combattuto. A suo avviso, si deve aspettare il 1991 con la pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone per poter aprire un dibattito reale sulla questione. Prima di questo, infatti, chi giudicava i fascisti, chi elogiava l’operato dei partigiani, chi portava avanti un determinato tipo di memoria storica era lo stesso che stava facendo i conti con la propria coscienza. Tanto che Solinas chiude il suo articolo affermando che “spesso giudice, boia e condannato sono stati nel corso di una vita la stessa persona

Il caso esempio di Alberto Moravia

Per poter comprendere meglio l’argomento delicato di cui si parla forse è meglio presentare un esempio concreto. In modo riassuntivo, quindi, analizziamo alcune tappe della biografia di uno degli autori forse più controversi nati proprio durante il periodo fascista. Alberto Moravia è un giovane esordiente durante gli anni ’20 del Novecento, non si occupava di politica e non si aspettava minimamente l’orda del successo da cui è stato travolto. Nel 1929, infatti, pubblica il suo primo romanzo “Gli indifferenti” e il suo nome diventa famoso in tutta europa. Moravia aveva una situazione familiare molto particolare perchè sua madre proveniva da una famiglia che ha appoggiato attivamente il fascismo, mentre suo padre, con il cognome Pincherle, era ebreo. La sua fama e queste origini particolari lo posero subito al centro dell’attenzione di critici e censori e di Mussolini stesso che più volte si esprime riguardo a sue pubblicazioni. Il problema di fondo era che al pubblico non si dichiarò mai a favore nè contro i fascisti, continuava a sottolineare come la sua occupazione fosse la letteratura e non la politica e per questo non si iscrisse mai al partito. Dall’altro lato, però, sono state rese note di recente alcune lettere che egli aveva mandato ad esponenti elevati del regime e allo stesso Mussolini perchè in più occasioni gli erano state respinte pubblicazioni di articoli e di romanzi. Queste lettere sono piene di lusinge nei confronti della personalità del duce e del suo potere e si legge un Moravia che si appella proprio alla sua benevolenza per riuscire a lavorare. Nel frattempo, infatti, alcuni dei suoi libri erano stati proibiti dal commercio ed era stato allontanato dal Popolo d’Italia che era il giornale in cui interveniva con suoi articoli. Nel 1941 era stato anche inserito nell’indice degli autori non graditi ma Mondadori che era il suo editore principale continuava a fare pressioni perchè almeno alcune delle sue opere potessero essere pubblicate. Ecco, dopo questo breve quadro, continua a non essere chiara la posizione di Moravia che, però, alla fine della guerra si dichiara apertamente antifascista. Uno dei suoi romanzi resta comunque peculiare per comprendere qualcosa in più sulla situazione degli intellettuali. Nel 1951 esce, infatti, “Il conformista” un romanzo in cui molti critici hanno letto tra le righe veri e propri sensi di colpa. L’argomento forse resta controverso perchè, come detto in apertura, sono molte le variabili che hanno portato ad una scelta piuttosto che un’altra, è importante, però continuare a discuterne ed essere più consapevoli di quest’epoca buia della storia italiana.

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