Il Superuovo

Maurice e il “De Profundis” raccontano gli amori proibiti nell’Inghilterra edwardiana 

Maurice e il “De Profundis” raccontano gli amori proibiti nell’Inghilterra edwardiana 

 L’amore omosessuale viene raccontato nel “De profundis” di Oscar Wilde e nel film del 1987 “Maurice”.

 

Oscar Wilde e James Ivory offrono uno spaccato sull’amore omosessuale nell’Inghilterra di inizio 1900.

 

Memorie dal profondo

È dal profondo, dalle viscere di un uomo che aveva il mondo ai suoi piedi, e che ora si trova in ginocchio, che viene questa intima e disperata confessione. Rifacendosi al Salmo 129, un salmo penitenziale usato in suffragio dei defunti, Wilde esplora la sua intimità, spesso sottaciuta nelle sue altre opere a favore di un più frizzante e sferzante british humour che lo ha consacrato come uno dei massimi esponenti letterari di sempre. È lunga e straziante la riflessione di Wilde, che se nel suo “Ritratto di Dorian Gray” aveva scritto «Il vizio e la virtù sono per l’artista soggetto di un’arte», quattro anni dopo si ritrova schiacciato da quel suo vizio maledetto, osceno, che lo porta ad un processo infamante dal quale esce con una condanna ai lavori forzati per due anni. Dal carcere del Reading Gaol nasce l’esperienza del dolore, del duro lavoro delle mani, della vergogna non tanto per l’amore provato, tanto più per essersi lasciato usare dal suo amato Bosie, che ignorerà totalmente Wilde nel periodo della prigionia, abbandonandolo a sé stesso.

È da un colloquio intimo e sincero con il proprio io, dalla necessità di fare i conti con la propria coscienza che nasce il De profundis, una lettura dolorosa che porta a confrontarsi con un uomo solo e profondamente ferito, abbandonato dall’amore della sua vita, e dal mondo intero. Nella prima parte dell’opera Wilde con occhio critico e attento ripercorre tutta la relazione con il giovane Alfred Douglas, riuscendo a creare un percorso di repulsione-attrazione nei confronti del suo Bosie, e di un amore che non può fiorire alla luce del sole, ma che va coltivato nell’ombra, così come quello raccontato nella pellicola del 1987 Maurice.

Amarsi nell’ombra

Maurice di James Ivory si basa sul romanzo omonimo dello scrittore E. M. Forster, pubblicato postumo. È un lungometraggio che affronta il tema di petto, scelta che gli valse al tempo un enorme successo di critica con il Leone d’argento a Venezia, premi per le musiche e per due protagonisti, gli allora emergenti Hugh Grant e James Wilby. Rispettivamente Clive Durham e Maurice Hall, i due sono una coppia di amici che si incontra a Cambridge e che tra una lettura di Platone e lo scenario autunnale si innamorano, ben coscienti di dover vivere in segreto la loro relazione. L’amore tra i due è ben presto sostituito dalla paura e della consapevolezza di doversi adeguare ai freddi standard della società inglese di primo 900, che ripudia non solo l’omosessualità ma qualsiasi forma di passione, fuggendo dagli istinti e riparando sotto una rigida facciata posh nella quale è impossibile scorgere la sincerità delle interazioni umane. Ancora reduci dallo shock del processo di Wilde tempo prima, e di quello di un loro amico conosciuto negli anni del college, i due provano a reprimere nel profondo le loro passioni, tant’è che Clive sposa una donna e Maurice inizia delle sedute psichiatriche per tentare di risolvere quello che da lui viene percepito come un problema, cadendo entrambi in vite analoghe di misera ottusità e ristagnante emotività incolore. Eppure, il grande merito di Maurice, sta nell’essersi volontariamente distaccato  dal triste destino dell’upper class inglese, ripudiando il triste finale alla Wilde, proponendo almeno a Maurice un happy ending dove non solo il protagonista omosessuale non muore, ma riesce a coronare il suo sogno d’amore, conoscendo Alec.

L’eleganza della regia e questo volersi adeguare all’estetica algida della società inglese non fa che migliorare la resa delle inibizioni delle passioni: il suo stile elegante e composto sembra quasi soffocare l’amore dei due ragazzi, andando a sottolineare la collettiva opera di omertà attuta dalla società inglese, colpevole di una repressione andata avanti sino al 1967, anno della depenalizzazione dell’omosessualità.

Inferno e Paradiso

Sia nel De Profundis che in Maurice si intravede l’essenza di un amore sottaciuto, dove coloro che lo sentono sono coscienti di una prevedibile e terribile rovina, una gogna pubblica che li lascia in balia di una società spietata e ipocrita, che se prima rispetta gli uomini per il loro status, li punisce poi per il loro “vizio”. Maurice ama con la stessa forza con cui odia se stesso per essere quello che è, mentre Wilde nella sua lunga lettera prova a redimersi con le parole, senza mai però pentirsi del suo amore, evitando di cedere al rancore e continuando a professare la cieca speranza del ritorno di Bosie, che in effetti avviene al momento della scarcerazione, quando i due si ricongiungono, scappano in Italia e vi restano finché il padre del ragazzo non si intromette ancora una volta nella relazione proibita.

In entrambi c’è rivelazione: in Maurice viene allo scoperto il malcontento inglese, si punta il dito contro un’ingiustificata isteria di massa che ha condannato lo stesso Wilde, la cui rivelazione più grande viene affidata nelle più intime e strazianti pagine del De profundis, al quale affida  “the most bitter experience of a bitter life”, “l’esperienza più amara di un’amara vita”, che se per l’autore si conclude in tragedia, in Maurice da speranza nell’ambiguità di un finale agrodolce, dove i protagonisti possono vivere- come dice Maurice- in un:

“reale inferno, che è comunque meglio di un qualsiasi surrogato del Paradiso”.

 

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