Il Superuovo

Matteo Rovere e Tito Livio ci spiegano le origini di Roma

Matteo Rovere e Tito Livio ci spiegano le origini di Roma

La nascita di Roma viene raccontata in Romulus di Matteo Rovere in dieci puntate, ripercorrendo le linee tracciate da Tito Livio.

Nel suo “Ab urbe condita libri” Tito Livio ripercorre tutta la storia di Roma, partendo dalle oscure origini, provando a fissare una linea di separazione tra mito e storia, proprio come fa Matteo Rovere in “Romulus”.

 

Vŏluntās

 

Sed debebatur, ut opinor, fatis tantae origo urbis maximique secundum deorum opes imperii principium.

Ma era il destino, mi pare, a volere la nascita di una città tanto grande e l’inizio del più potente degli imperi, secondo soltanto a quello degli dei.

 

Scrive così Tito Livio nel primo dei suoi 142 libri dell’Ab Urbe Condita, la sua mastodontica opera che ha lo scopo di raccontare ai posteri tutta la storia di Roma, alternando alla celebrazione del passato glorioso il lamento per la degenerazione del presente. Lo scrittore concepisce e realizza il grandioso disegno di una storia generale del popolo romano, dalle origini troiane all’età augustea, con una scansione cronologica raggruppata attorno ad un evento principale, come le guerre o l’attività delle istituzioni, elementi privilegiati rispetto ad una quotidianità che viene messa da parte a favore di un resoconto apparentemente lucido, sporcato dalle intenzionali deformazioni dell’autore, operate nel tentativo di fornire un’immagine più positiva del popolo romano, fortemente idealizzato al contrario della negativa caratterizzazione dei nemici di Roma.

Recuperando la concezione didascalica e moralistica di Catone, Livio con una ricostruzione della storia romana va a dimostrare la superiorità dei romani, rilegando a posizione marginale il ruolo del fatum, sottolineando piuttosto i valori del mos maiorum- in particolare l’attaccamento alla religio, la religiosità tradizionale, che per lo storico è alla base della grandezza di Roma.

La sua opera parte dalla leggenda di Enea, con la fondazione da parte del figlio Ascanio della città di Alba Longa, per arrivare poi al racconto della tradizione: quello del fratricidio di Romolo e Remo. La lontananza temporale degli avvenimenti e la conseguente carenza di documentazione attendibile accrescono il carattere leggendario degli avvenimenti e il tono favolistico della narrazione. Livio nella narrazione sospende il giudizio sulla veridicità della vicenda e concede spazio a quelle che definisce favole poetiche nella convinzione che la mescolanza di umano e divino renda più venerabili le origini della città.

 

Parcere subiectis et debellare superbos

Nel libro I è evidente la simpatia che Livio nutre per Romolo, l’eroe eponimo di Roma. Eppure il nome di Romolo è stato ricavato a posteriori- così come quello del fratello Remo- dal nome della città: in una fase antica è attestato come Romo. Alcuni studiosi moderni connettono il nome della città di Roma al nome gentilizio etrusco Ruma o a Rumon, antichissimo nome del Tevere secondo Servio (ad Aeneidem VIII 63 e 90).

Il racconto di Livio sembra trovare poi riscontro nella realtà: oltre alle quattro fondazioni di capanne risalenti all’età del ferro rinvenute sul Palatino, datate tra IX secolo e la prima metà dell’VIII secolo a.C., scavi recenti hanno portato alla luce tratti di mura fortificate dello stesso colle, risalenti al 750-725 a.C. e, poco fuori da queste, i resti di una residenza coeva di dimensioni eccezionali, forse interpretabili come la reggia di Romolo. La realtà sottesa alle ultime parti del libro I è quella del trapasso istituzionale dalla monarchia al regime repubblicano, che coincide con la fine del predominio etrusco su Roma.

È da questi dati che parte il tentativo Matteo Rovere di mettere in scena gli albori di Roma, sostenendo la tesi del nome etrusco dell’Urbe. In più occasioni il regista ha affermato:

“Nel Primo Re ho raccontato la leggenda di Romolo e Remo come se fosse vera, qui il lavoro è stato diverso. Ci siamo immaginati, al contrario, la genesi di questa leggenda: a livello storico non si hanno notizie condivise sul quel periodo antico ed al riguardo ci sono tante scuole di pensiero archeologiche che lavorano sulla mitografia e quella romana ci ha aiutato”

È infatti un mix di storia e mito quello che è in Romulus, una serie da 10 puntate che si propongono di narrare la genesi della città eterna, come si scorge poi unendo i titoli degli episodi, che rimandano alla citazione virgiliana “parcere subiectis et debellare superbos” (risparmiare i sottomessi ed abbattere i superbi).

È questa la massima di questa serie tv, dove a trionfare è la pietas– quella intesa nel senso latino del termine: verso gli dei, che vengono evocati più volte da aruspici, sacrifici, statuette votive; verso l’altro, con il rapporto di fratellanza e lealtà che si crea a mano a mano tra i due protagonisti; verso la familia, con una trama volta ad esplorare anche la legittimità e la resilienza dei legami di sangue.

Origo

Romulus si muove su concetti arcaici, in luoghi naturali dove l’uomo non è ancora padrone ma solo succube e non si coglie la differenza tra i corpi contorti degli animali e degli attori (sottoposti a durissime prove, costretti a recitare in condizioni avverse e stressanti), cristallizzati in realtà antica e sconosciuta, primordiale e selvaggia, fatta di spazi a volte angusti e terribili, a volte sconfinati e meravigliosi.

A contribuire al realismo della serie tv è la scelta stilistica di Matteo Rovere che prosegue sul solco de “Il primo Re”, facendo recitare gli attori in protolatino, proprio per aiutare lo spettatore ad immergersi a pieno in un passato che è parte fondante della nostra storia.

La ricostruzione delle origini di Roma è una ricerca del proprio io non solo nel tentativo di comprendere meglio le proprie origini, ma anche con la dimostrazione che i Romani sono nati dall’unione delle varie popolazioni italiche che popolavano il Latium Vetus, strette in alleanze che hanno poi portato alla nascita del più grande impero del mondo antico. La cifra stilistica di Rovere, in questo senso, porta con gli innumerevoli dettagli inseriti ad hoc nella narrazione, a smuovere lo spettatore al fine di comporre un puzzle, rendendolo partecipe della ricostruzione di un albero genealogico impiantato su radici culturali e linguistiche, ripercorrendo poi quegli stessi temi cari a Tito Livio, cioè religio, familia e pietas, la vera triade capitolina su cui si basa il popolo romano, e che ha portato alla nascita della nostra storia.

 

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