Il Superuovo

Batman e Cesare Beccaria spiegano il concetto di giustizia in opposizione a quello di vendetta

Batman e Cesare Beccaria spiegano il concetto di giustizia in opposizione a quello di vendetta

“Occhio per occhio, dente per dente” è la famosa e antichissima legge del taglione per la quale ad ogni danno si deve ricambiare con lo stesso danno. Un principio basato su un concetto di equità più vicino alla rabbia e alla vendetta, destinato a condurre ad un mondo anarchico in cui ognuno si fa giustizia da sé.

Christian Bale in una scena del film “Batman Begins” (da www.wikipedia.org)

Il film “Batman Begins” e il pensiero di Cesare Beccaria, espresso nell’opera “Dei delitti e delle pene”, ci portano invece a riflettere sul fatto che la giustizia non deve essere equiparata alla vendetta, propugnata dalla legge del taglione, ma deve invece ispirarsi all’imparzialità e mirare non tanto a punizioni fini a se stesse ma a pene rivolte all’educazione e della prevenzione dei reati.

“Batman Begins” e la lotta contro il crimine

Il film del 2005 è il primo della trilogia de “Il cavaliere oscuro” diretta da Christopher Nolan e incentrata sull’eroe creato da Bob Kane e Bill Finger nei fumetti della DC Comics. L’attore Christian Bale interpreta il protagonista Bruce Wayne, miliardario statunitense rimasto orfano da piccolo dei genitori uccisi in una rapina. Intimamente traumatizzato da questo dramma, cova dentro di sé un profondo senso di colpa e un crescente desiderio di vendetta verso l’assassino dei suoi cari. Questo, sommato alla scarcerazione del colpevole, disposto a testimoniare contro il boss Carmine Falcone, lo conducono a decidere di regolare i conti e a sua volta sparare a quell’uomo, venendo però preceduto dai sicari del mafioso. Da quel momento decide di vivere fra i criminali e conosce le loro condizioni comprendendo che è la disperazione e il bisogno a spingerli alla delinquenza. Reclutato e addestrato al combattimento dalla Setta delle ombre, si rifiuta di guidare i membri di questa organizzazione alla distruzione di Gotham, la sua stessa città. Dopo ben 7 anni rientra a casa e comincia il suo impegno nella lotta contro il crimine nel segno di un simbolo, ovvero Batman, che incuta timore nei disonesti, scoraggiandoli. Grazie al costume e alle attrezzature ipersofisticate, affrontando una serie di scontri e peripezie riesce a salvare Gotham. Sventa infatti il piano di distruzione totale che la Setta delle ombre, guidata da Ra’s al Gul, aveva messo in atto contaminando il sistema idrico, le cui acque avrebbero dovuto evaporare, grazie ad una speciale macchina, formando una nube di gas estremamente nocivo per i cittadini.

La giustizia del cavaliere oscuro non è dettata dalla collera

“E se dicessi sul serio? I miei genitori meritavano giustizia”.
“Quella di cui stiamo parlando non è giustizia, stiamo parlando di vendetta”.
“Molto spesso coincidono”.
“No, non sono mai la stessa cosa. La giustizia è armonia. La vendetta serve solo a farti stare meglio. Per questo abbiamo un sistema imparziale”.
“No, è un sistema che non funziona”.

Questo dialogo fra Bruce e la sua amica Rachel Dawes è forse l’inizio del processo che porterà il giovane a riflettere e a mettere da parte il proprio dolore che, accecandogli lo sguardo, gli impediva di cogliere lucidamente la realtà. La trasformazione in Batman è il culmine di un cambiamento radicale a livello interiore. Wayne non è più il il ragazzo ricolmo di rabbia, rancore e sete di vendetta per la morte ingiusta dei propri genitori, uccisi da un un ladruncolo disperato, ma un uomo forte, consapevole e dotato di un’integrità morale incorruttibile. Dopo essere stato fra i monti e nel quartiere della setta delle Ombre, capisce che la vendetta è inutile e non può davvero placarlo. Avendo provato in prima persona quanto la necessità spinga l’uomo al male, a gesti estremi e a rubare per sopravvivere, si rifiuta di uccidere un delinquente come vorrebbero i membri della setta, in segno di sottomissione completa alla giustizia. Bruce non vuole essere un carnefice in quanto come egli stesso dichiara, è la compassione a distinguerlo dai disonesti. Diversamente da quanto avrebbe fatto in passato egli ritiene che quell’uomo debba avere un processo. Nonostante umanamente l’ira lo porterebbe alla violenza comprende che deve sottomettersi ad un sistema neutrale e che anche il peggiore assassino ha diritto ad essere giudicato e punito secondo le leggi. Perché la vita, come affermava Cesare Beccaria, è un bene inalienabile che deve essere tutelato dallo Stato, fondato su un contratto che prevede che nessun cittadino possa disporre della vita di un altro. I cittadini, nel sacrificare piccole parti della libertà individuale per il bene comune, non hanno sacrificato anche la vita e non hanno perciò dato allo Stato il potere di ucciderli.

“L’Accademia dei Pugni” di Antonio Perego

Cesare Beccaria contro lo Stato vendicativo e prodigo di feroci  supplizi

Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

Citazione capitale da “Dei delitti e delle pene“, opera del 1764, in cui l’illuminista italiano Cesare Beccaria esplicita il proprio ragionamento riguardo l’inutilità della pena di morte e della tortura. Esse sono la proiezione della vendetta personale, ovvero della legge del taglione, al livello dello Stato. In questo opuscolo rivoluzionario, base delle leggi moderne, distingue tra peccato e reato e stabilisce che gli accusati di qualunque crimine debbano essere ritenuti innocenti, finché un giusto e regolamentato processo non sentenzi il contrario. Ecco come egli esprime l’avversità alla pena di morte:

Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.

Questa oltre che essere sbagliata in quanto riproduce il danno del delitto stesso e non può essere lecita allo Stato, è inutile perché vana ai fini della prevenzione dei misfatti. Essa provocherebbe, come la tortura, solo emozioni come lo sdegno oppure la compassione verso i delinquenti, senza influire in modo duraturo sulle coscienze degli esseri umani. Ciò che veramente può fermare gli uomini dal commettere crimini è l’esemplarità e l’estensione della pena, come nel caso della prospettiva di un lungo periodo di incarcerazione e dei lavori forzati. Infatti in rapporto ai vantaggi ottenibili con gli illeciti è più temibile una lunga reclusione piuttosto che un giorno di sofferenza, quale è il dì dell’esecuzione capitale. L’autore assumendo poi il punto di vista del disperato mette in luce come la causa delle infrazioni alla legge sia l’ingiustizia sociale e il conseguente desiderio di rivalsa del povero, il quale spera così di migliorare la propria condizione non potendolo fare in altro modo.

 

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