No ai matrimoni omosessuali in copertina: rivista White in bancarotta dopo lo scandalo. Fino a dove è libertà d’espressione?

Cala definitivamente il sipario sul magazine “White”, una tra le più importanti riviste di matrimonio australiane, investita da pesanti critiche dopo essersi rifiutata di esibire tra le sue pagine – fiorite di lustrini, veli e abiti di pizzo – immagini raffiguranti coppie dello stesso sesso. La risposta della rivista? “Non volevamo creare una guerra sociale, politica o legale”.

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Credit: America’s Conservative News

Stando a quanto riportato sul proprio blog dai fondatori della rivista, Luke e Carla Burrell, a seguito della loro esplicita decisione di non includere coppie gay e lesbiche tra i modelli dei propri scatti, gli inserzionisti avrebbero iniziato a recidere i rapporti con il titolo australiano, provocandone la bancarotta. Le prime proteste da parte degli attivisti LGBTQI nei confronti dei coniugi e del loro “figlio” pubblicitario – che fino a pochi giorni fa vantava due decenni di fama – avrebbero infatti amplificato l’eco creata lo scorso dicembre dal Parlamento australiano, il quale aveva votato in maggioranza per legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Non prendere posizione significa in realtà prenderne una?

In un post di addio pubblicato sul proprio sito web, i Burrell hanno dichiarato di essere stati presi di mira da “un’ondata di giudizio” la quale si sarebbe riversata anche sulle coppie di neo-sposini eterosessuali che avevano posato per loro, importunate da diversi “abusi online”. “White Magazine è sempre stata una pubblicazione secolare, come editori siamo cristiani ed il nostro unico interesse è l’amore” raccontano le righe postate sul blog personale. “Per noi, White è sempre stato un lavoro d’amore: le nostre intere vite e il nostro cuore ci sono entrati pienamente. Ma abbiamo sempre detto che è importante mettere il nostro benessere e le nostre relazioni prima di tutto. È diventato chiaro che mentre siamo in questo viaggio, non ci sarà data la pazienza di cui abbiamo bisogno, né possiamo operare in un modo che rifletta accuratamente l’amore profondo che abbiamo per tutti. Per quanto amiamo ciò che facciamo e siamo ispirati dall’impatto positivo che ha avuto, dobbiamo quindi calare il sipario su questa parte della nostra vita, per ora. Speriamo che un giorno la nostra società possa imparare ad accettare le differenze delle persone e i diversi punti di vista riguardo ad ogni tipo di amore, non importa quale esso sia. Ecco dove inizia il vero cambiamento positivo”.

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Credit: NPR

Un ammonimento quasi velato, quello dei proprietari di White, che non è però passato inosservato dall’occhio mediatico, e non solo. La fotografa Lara Hotz –  reduce dal lavoro su tre copertine per la rivista – ha infatti ammesso che quest’ultima sembrava aver scelto volontariamente di escludere le coppie gay, sebbene non l’avesse dichiarato pubblicamente: una decisione che, a detta della professionista, attualmente partner all’interno di un matrimonio omosessuale, l’ha fatta sentire “estremamente ferita”.
Dalla stessa parte si sarebbe schierato anche il programma radiofonico Hack, il quale ha così commentato la vicenda: “sembra che siano felici di prendere denaro, contenuti e fotografie dagli inserzionisti e dai contributori LGBTQI, eppure devono ancora sostenerci e rappresentarci allo stesso modo in cui le coppie eterosessuali sono rappresentate nella rivista”.

White e il ring virtuale dei media

Ad essere invece completamente diviso a metà è stato il giudice virtuale del web, che ha mostrato reazioni contrastanti: gli utenti dei principali social media si sono infatti divisi in chi lodava i fondatori di White per essersi attenuti a quelli che reputavano i propri principi e che invece, al contrario, li condannava etichettandoli come omofobi e ne festeggiava il fallimento.
“Dite che il vostro unico interesse è l’amore, ma piuttosto sembra che il vostro unico interesse sia l’amore tra persone etero” avrebbero commentato alcuni, mentre dall’angolo opposto del ring digitale spuntavano commenti opposti come: “sfortunatamente oggi se hai fede e non sei d’accordo con il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non puoi gestire la tua attività come vuoi”.

Qual è il confine tra libertà d’espressione e discriminazione?

La rivista White non è però la prima impresa condannata per motivi legati alla discriminazione sessuale: uno degli ultimi casi risale solo al mese scorso, quando una panetteria dell’Oregon si rifiutò di realizzare una torta nuziale per una coppia lesbica, decisione che ne sancì il fallimento. Ancora una volta, dunque, sorge un quesito fondamentale: a che punto i nostri valori e le nostre credenze, da “semplici” strumenti di cui ci serviamo per far valere le nostre opinioni, si trasformano in armi che ledono l’identità altrui? Tanti sono stati gli studi psicologici condotti a riguardo, alcuni dei quali hanno dimostrato come spesso le decisioni più discriminatorie e drammatiche siano prese paradossalmente nel momento in cui si tenta di agire nel migliore dei modi.

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Credit: Timeline

Un esempio attuale e “cucito” sullo sfondo della nostra modernità di questi meccanismi si rivela la cosiddetta “Terza Onda” (Third Wave), esperimento sociale ideato nel 1967 da un professore di storia della Cubberley High School di Palo Alto (CA), con il fine di dimostrare i devastanti effetti che a volte gruppi ideologici troppo uniti ed esclusivi possono provocare. Il docente convinse infatti i suoi studenti circa la necessità di eliminare la democrazia a favore di una visione collettiva, comunitaria e di profonda solidarietà: tutte caratteristiche sulle quali i gruppi sociali di attivisti, associazioni e partiti politici si fondano anche attualmente. Quando però il movimento studentesco cominciò ad espandersi oltre i confini scolastici, la situazione andò fuori controllo: quello che si era creato – più che essere una comunanza di valori ed opinioni – era infatti un movimento fortemente esclusivo, discriminatorio e persecutorio nei confronti di chiunque la pensasse diversamente. Uno scenario che a primo impatto potrebbe sembrare estremistico, ma che poco si discosta dalla cronaca con cui siamo abituati a confrontarci quasi ogni giorno. E, questa volta, non si tratta di esperimenti psicologici.

Francesca Amato

 

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