La donna che riconobbe l’infanzia come una delle più importanti tappe evolutive, Maria Montessori, è scomparsa il 6 maggio 1952, all’età di 82 anni.

Maria Montessori fu una delle prime donne a diventare medico in Italia. Dedicò interamente la sua vita all’educazione dei bambini, approfondendo un vero e proprio metodo pedagogico studiato per la fascia 3-6 anni. Iniziamo questo viaggio nella vita del genio pedagogico.
Chi era Maria Montessori?
Maria Tecla Artemisia Montessori nasce a Chiaravalle, in provincia di Ancona, il 31 agosto 1870. Le nobili origini da parte di padre e la conseguente crescita in un ambiente borghese, consentirono a Maria di frequentare ottime scuole, che la aiutarono a coltivare i suoi interessi scientifici. Il pensiero della sua famiglia era da una parte conservatore e dall’altra progressista, molto interessati quindi alle tematiche politiche e attenti allo sviluppo intellettuale dell’adorata figlia. A seguito del diploma nella Regia Scuola Tecnica di Roma, la scelta universitaria fu una delle prime rivoluzioni della Montessori, considerata la visione dell’epoca. Si iscrisse all’università di scienze, avendo ben in mente il suo obiettivo di diventare una delle prime donne medico dell’epoca. Dopo due anni si iscrisse nella facoltà di medicina, sostenuta addirittura da Papa Leone XIII, che dichiarò: “Tra tutte le professioni, quella più adatta per una donna è proprio quella di medico”. Presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università “La Sapienza” di Roma, nel 1896 si laureò con una tesi in psichiatria. Quello stesso anno fu eletta rappresentante delle donne italiane al Congresso femminista di Berlino, dove difese l’uguaglianza dei diritti delle donne. Pochi anni dopo riuscì ad essere assunta come assistente alla clinica psichiatrica dell’università di Roma, iniziando il suo lavoro a fianco dei bambini considerati all’epoca “anormali”. L’osservazione in prima persona dei bambini la portò a sviluppare delle nuove teorie educative che presentò presso un congresso pedagogico di Torino nel 1898. Questo intervento le consentì di dirigere una Scuola Magistrale Ortofenica, ovvero una scuola che si occupava delle persone con disturbi psichici. La partecipazione a numerosi convegni pedagocici, in varie città europee, le permetterà di entrare in contatto con la scuola di Itard e Seguin e di apprendere i loro metodi sperimentali di rieducazione delle persone con deficit psichici gravi. Negli anni Venti ebbe origine l’Opera Nazionale Montessori e durante l’epoca fascista, Mussolini si fece promotore per l’apertura di altre “Case dei Bambini”, con l’intenzione di ostacolare l’analfabetismo. In seguito al delitto Matteotti, però, le scuole che seguivano il suo metodo vennero chiuse per ragioni politiche e Maria Montessori venne esiliata. Recatasi in India per diffondere i suoi metodi didattici, si ritrovò internata come cittadina italiana su suolo nemico, sorpresa dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel 1947 tornò in Italia, con il fine di ripristinare l’Opera Nazionale Montessori. Decise di trasferirsi nei Paesi Bassi, paese che vide la sua morte il 6 maggio 1952, all’età di 82 anni.

Le case dei bambini
Nel 1907 Maria Montessori poté finalmente aprire un proprio centro educativo chiamato “Casa dei Bambini”. Tutto quello che veniva fatto in quella scuola, nonché tutti i materiali didattici presenti, costituirono un metodo altamente innovativo che portava a importanti risultati per l’educazione dei bambini dai 3 ai 6 anni. Destinata ai figli degli abitanti del quartiere San Lorenzo di Roma, rappresenta una casa speciale, non costruita per i bambini, ma dei bambini, ordinata in maniera tale che i bambini la sentano veramente come loro. L’intuizione partì dagli studi effettuati su persone con disabilità psichiche, ideando un vero e proprio metodo che finì per avere effetti molto soddisfacenti anche applicato su bambini senza alcuna disabilità. Il pensiero della Montessori è basato sulla disciplina, che deriva dal “lavoro libero”. Essa nasce solo quando nel bambino emerge l’interesse autentico, ossia quando egli “sceglie” il lavoro, assecondando il proprio istinto. Questo è capace di procurare uno stato di raccoglimento assoluto e dare origine a creatività e apprendimento per il bambino. Il movimento rappresenta un ruolo centrale per l’apprendimento. Solo quando il bambino imparerà a muoversi seguendo uno scopo che sia connesso con l’attività psichica, saprà dirigere la propria volontà, e solo allora sarà disciplinato. Il lavoro nelle “Case dei Bambini” è basato sul movimento. Entrare in un ambiente costruito a sua misura, con materiali ideati per l’utilizzo autonomo dalla stessa Montessori, consente al bambino di scegliere la propria attività, seguendo l’istinto, svegliando l’interesse e la concentrazione. Della scuola tradizionale infantile, la Montessori, critica il fatto che, in essa, tutto l’ambiente sia pensato a misura di adulto. In un ambiente così concepito, il bambino non si trova a suo agio e quindi nelle condizioni per poter agire spontaneamente. L’insegnante, dunque, svolge solo un ruolo “facilitante” per l’apprendimento del bambino, organizzando attentamente lo spazio del medesimo, ma non impartendo alcuna richiesta nei suoi confronti. Il bambino, libero così di esprimersi senza compiti specifici o richieste esterne, nella totale libertà di movimento, impara proattivamente a far parte di una comunità (quella composta dagli altri bambini) e impara autonomamente a svolgere le attività che più lo attirano, senza essere “obbligato” a interagire con tutto, o con niente.

L’eredità educativa di Maria Montessori
Le principali innovazioni del metodo Montessoriano, sono state:
- L’apprendimento autonomo. Maria credeva nell’importanza i bambini liberi di scegliere le proprie attività in base ai loro interessi all’interno di un ambiente strutturato.
- L’ambiente. Progettato per essere a misura di bambino; accessibile, ordinato e pensato per stimolare l’indipendenza.
- Materiali sensoriali e didattici specifici. Strumenti nati per altri utilizzi, venivano riutilizzati in ambienti educativi per stimolare l’apprendimento e la percezione del mondo circostante.
- La visione dell’educatore. L’educatore funge da guida, e la sua prospettiva cambia: non più al centro della lezione, ma osserva e guida il bambino nel suo percorso rispettandone i ritmi e gli interessi.
- L’educazione alla vita pratica. I bambini imparano a compiere attività quotidiane, acquisendo maggior autocontrollo, autonomia, e coordinazione motoria.
- Il rispetto dei ritmi di sviluppo. I periodi sensitivi sono i momenti ottimali in cui il bambino è predisposto ad apprendere determinate abilità.
- L’educazione globale della persona. L’educazione non è attenta solo alle tappe dello sviluppo infantile, ma si espande a orizzonti che toccano lo sviluppo emotivo, intellettuale, sociale e morale.
“Rendiamoci conto che il bambino è un operaio,
e che il fine del suo lavoro è di produrre l’uomo”.
