Leopardi è su Rai1, ma perché Ranieri ogni tanto parla in napoletano stretto? Analizziamo le possibilità di questa scelta.

La fiction di Rai1 ha incuriosito molti per il suo approccio particolare alla vita di uno dei poeti più importanti nella nostra tradizione. Uno di questi è la scelta di far parlare Ranieri in un napoletano “moderno”. Ma come parlava davvero Ranieri?

UNA SCELTA VOLUTA
In salotto con Caterina Balivo, Cristiano Caccamo, che interpreta Ranieri nella serie “Leopardi: il poeta dell’Infinito”, parla di difficoltà linguistiche. Di origine calabrese ma trasferitosi in Umbria, racconta di essersi fatto aiutare da un suo amico che gli mandava audio su whatsapp da imitare. Questo perché Sergio Rubini ha voluto esplicitamente che lui parlasse il napoletano di oggi. Ma com’era il napoletano del passato? Vediamo alcune tappe di una storia molto ricca:
- IL REGNO: Dall’unificazione alle due Sicilie, per decreto del re Alfonso II, la lingua ufficiale del Regno di Napoli fu il napoletano. Sostituì il latino nelle assemblee e presto divenne lingua di una tradizione letteraria florida, sia in prosa che in poesia. Mentre la poesia era sempre influenzata da modelli toscani anche linguistici, era la prosa ad essere fortemente legata al napoletano. Un esempio molto prezioso sono le lettere di Ceccarella Minutolo. Queste ci mostrano come doveva suonare il napoletano di una nobildonna in ambiente cortigiano:
“Lo terzo sono lictere con preposte et resposte: dove de amore legerai ognie affecto. Lege con filicita et piacere. Lictera a la illustrissima diva madonna Helyonora d’Aragona del felicissimo Ferdinando Re Sicilia figlia” (“Il terzo capitolo sono lettere con domande e risposte, dove leggerai di ogni affetto dell’amore. Leggi con felicità e piacere: la lettera alla illustrissima e divina signora Eleonora d’Aragona, figlia del felicissimo re di Sicilia Ferdinando.”)
- IL BAROCCO: Per scrivere il suo Cunto de li cunti (racconto dei racconti, databile agli anni 30 del Seicento) Giambattista Basile adopera il napoletano più popolare. L’opera è una raccolta di favole destinate all’intrattenimento e disposte in una struttura simile al Decamerone (ed infatti è detta anche Pentamerone, perché diviso in cinque giornate). La sua fama lo porterà ad essere tradotto anche dai fratelli Grimm. Ecco un estratto de “La gatta Cenerentola”:
“Le disse na vota: « Se tu vuoi fare a muodo de sta capo pazza , io te sarraggio mamma e tu me sarrai cara comm ’a le viscide de st ’uocchie » (“Una volta le disse: « Se farai come ti suggerisce questa testa pazza, diventerò tua madre e tu m i sarai cara come le ciliegine di questi occhi » .)
- PRIMA DEL RISORGIMENTO: Venendo al XIX secolo, ormai Napoli è sotto il potere dei Borbone. Il popolo continua a parlare napoletano perché è l’unica lingua che conosce, mentre i nobili adottano perlopiù il francese. Sfortunatamente, è improbabile che Ranieri parlasse davvero napoletano con Leopardi. Da buon liberale e viaggiatore (aveva detto di essere un esule, ma forse era solo una bugia per apparire più cool) sapeva esprimersi in una lingua comune che ormai tutti i rivoluzionari desideravano. In realtà dopo il risorgimento Ranieri sarà una figura importantissima, autore di opere come “Ginevra”, storia di una ragazza del popolo che allo stesso tempo racconta la miseria e la crisi della quarta città più grande d’Europa. Ma la lingua che usa sarà sempre l’italiano. La scelta di un Ranieri che dice “o fridd pe’ cuoll” (i brividi, per i nostri amici extrapartenopei) è sicuramente artistica. Ma è davvero così male?

L’UMILIAZIONE DEI DIALETTI
Nel 1861 l’italiano era una lingua straniera in patria, perché parlata e scritta solo da un italiano su cento fuori di Roma e della Toscana. La scuola dell’Unificazione, con lo scopo di diffondere “la buona lingua”, umiliò e represse i dialetti. Ma nelle regioni del Sud il dialetto è rimasto la lingua madre. Per risolvere il dubbio una volta per tutte: dal punto di vista tecnico della linguistica, il napoletano è una lingua. L’essere “dialetto”, per farla breve, è solo perché è parlato in una ragione e non in uno Stato. Questo rende molti meridionali bilingui a tutti gli effetti. La questione sull’importanza del dialetto è ancora aperta, con alcuni che propongono l’insegnamento a scuola. Ma c’è un campo che, ormai da molto, sta silenziosamente accogliendo il napoletano.
IL MERITO DEL CINEMA
È da un po’ che il cinema sta facendo spazio per il dialetto napoletano, basti ricordare il successo de “L’Amica Geniale” e di “Gomorra”, che sono recitati in dialetto come frutto di una scelta autonoma. Né Saviano né la Ferrante scrivono in lingua napoletana, quando la Ferrante vuole dire che un personaggio parla in napoletano semplicemente scrive “disse in napoletano”. Ma il cinema è più visuale e si avvale anche dell’abitudine che già abbiamo ai sottotitoli. La questione su Ranieri non è di esattezza storica ma di simbolismo degli “strumenti a nostra disposizione” come ha detto lo stesso Rubini. Quindi, anche se Ranieri non avrebbe mai detto “Giacomì, c n jamm a Napule!” non è così terribile. Nelle sue parole, il napoletano rivendica uno spazio che ancora oggi gli viene lasciato con difficoltà. E poi è divertente. Unica pecca, forse ci volevano meno stereotipi sui napoletani. Tra sparatorie, corruzione e conflitti interni (sia quelli del XIX secolo che quelli di oggi) è difficile mantenere quell’ottica del “futtitenne!”.