fbpx
Ma come ti vesti?! La sociologia di Simmel ci spiega i meccanismi della moda

Risvoltini, jeans a vita bassa, calzini e ciabatte infradito: vi ho fatto inorridire, scommetto. Ma è pur sempre moda. Dal programma tv Ma come ti vesti alle passerelle, vediamone i meccanismi sociologici.

Quante volte ci è capitato di fare zapping e di fermarci a guardare Ma come ti vesti? E quante volte abbiamo pensato che un programma tv così trash non dovrebbe essere mandato in onda? Almeno una volta tocca a tutti. Ma avete mai pensato a ciò che sottostà al giudizio degli inflessibili giudici ed esperti di stile Enzo Miccio e Carla Gozzi? Mi spiego meglio: cosa distingue un capo di tendenza da uno sciatto, o da uno brutto e demodè? E quali sono le determinanti che portano al successo un certo accessorio o vestito? A questi quesiti risponde la sociologia culturale e della moda. Scopriamo le opinioni del celebre Georg Simmel a riguardo.

Ma come ti vesti?! La televisione che insegna la moda

Presenza immancabile nel palinsesto del canale Real Time, il programma di intrattenimento Ma come ti vesti?! appassiona e diverte gli spettatori da ben undici anni. Alla guida troviamo i due fashion-addict Enzo Miccio e Carla Gozzi, impegnati, in ogni puntata, a salvare il buon gusto e il ben vestire. Difatti, essi giungono in aiuto di diverse donne dallo stile trasandato che, grazie ai loro preziosi consigli di moda e bellezza tarati caso per caso, possono capire come abbigliarsi meglio. Ognuna delle concorrenti, a fine puntata, viene invitata a rifarsi completamente il guardaroba in base alle indicazioni dei due conduttori. Oltre a ciò, viene fatto loro il taglio di capelli e il maquillage più adatto al loro viso. Il risultato è sicuramente molto d’effetto, ma ci siamo mai chiesti perché un abito è reputato trendy da Enzo e Carla? E, invece, come mai un capo viene visto come ‘da cestinare‘?

La Moda: Georg Simmel docet

Il sociologo Georg Simmel è uno dei primi studiosi volenteroso di spiegare il meccanismo retrostante alla moda. Nel suo saggio omonimo, edito nel 1895, egli descrive come il cambiamento incessante nelle tendenze di abbigliamento corrisponda alla vita frenetica delle metropoli. Come dargli torto? Le mode nascono principalmente nelle città e si diffondono soprattutto nei grandi centri, mentre le periferie e le campagne sono i fanalini di coda. Ovviamente, questo oggi è molto meno evidente: il potere dei social media ha reso questo processo molto più uniforme. Un altro importante concetto esposto è che la moda risponda a una dialettica intrinseca della condizione umana: la differenziazione versus l’uniformità. E’ l’eterna lotta fra la volontà di essere unici e la pressione dell’appartenenza sociale a un gruppo. Cosa prevale? La distinzione dell’Io o l’imitazione dell’Altro, l’individualità o la comunanza? Simmel insegna che non esiste un vero e proprio vincitore, ma le due anime convivono nel fenomeno. La moda, in sintesi, è un enorme sistema di segni comunicante diversi aspetti della nostra condizione, sia personale, sia sociale. Ma come si traduce questo empiricamente?

Il trickle-down e il trickle-across

Riassumendo: la moda è sia conformismo che individualismo. Ma com’è possibile? Pensiamoci: se noi decidiamo di seguire una tendenza, ci uniformiamo ad essa e a tutti coloro che la seguono. In questo modo, si appaga il nostro innato bisogno di approvazione sociale e veniamo rassicurati di non essere devianti. Ma, riflettendoci, alla fine ci differenziamo, se facciamo nostra una certa moda. Se procediamo a ritroso, possiamo osservarne le radici: tutto nasce, secondo Simmel, dalla classe nobile. Alcuni membri di quest’ultima, iniziando a indossare un determinato capo di abbigliamento, creano una tendenza. Gli altri componenti della nobiltà non possono essere da meno, quindi comprano, a loro volta, quel determinato prodotto: ecco che si è realizzato un processo di trickle-acrossLetteralmente significa “sgocciolare attraverso” e vuole indicare questo effetto di propagazione orizzontale, tra gli appartenenti di una stessa classe, di una moda. Ma non finisce qui. Questa tendenza, ormai diffusa fra la classe nobiliare, passa prima alla borghesia e poi alle classi più umili attraverso il trickle-down: essa “sgocciola” verso ceti inferiori, andando ad infiltrarsi, seguendo la gerarchia, in ognuno di essi. Prima nei bourgeoisdesiderosi di avere uno status sempre più simile a quello nobile, ne imitano molto in fretta le mode. Così, alcuni membri della classe borghese iniziano a seguire la tendenza diffusa nell’alto rango. Ma ricordiamoci che, anche qui, agisce il trickle-across: una volta fatta propria da alcuni, la moda si sparge a tutto il ceto. Lo stesso accade anche per la classe più umile, quella operaia. Oggi siamo in una società molto più fluida, dove tutto è basato sui social e sugli influencers, ma la sostanza rimane.

Moda e femminilità: perché?

Una volta chiarito il meccanismo di diffusione della moda, capiamo il perché di alcune tendenze discutibili come i jeans a vita bassa o i risvoltini. Dovrà esserci un motivo, no? Simmel spiega che, se subentra la tendenza, tutto è concesso: anche capi particolarmente scomodi o repellenti sono legittimati ad entrare negli armadi di tutti noi e nel nostro immaginario collettivo. Cosa non si fa per apparire, vero? Spesso, anche in tempi recenti, sono soprattutto le donne a subire la pressione della moda. Questo, secondo il sociologo tedesco, deriva dal fatto che il genere femminile, storicamente, è sempre stato segregato alla sfera privata e casalinga. Non potendosi esprimere in altri campi pubblici, si è concentrato sul proprio apparire, evidente manifestazione esteriore del proprio essere interiore. Coloro che rompono questa identità sono le prime femministe: trovando uno spazio di espressione pubblico (come le manifestazioni per il diritto di voto o gli atti simbolici svolti nelle piazze), iniziano a disinteressarsi della moda, in quanto non hanno più bisogno di un’ulteriore interstizio di sfogo. Simmel, femminista DOP, sostiene che solo con l’integrazione della creatività e della sensibilità del genere femminile al concetto di cultura, ancora fortemente maschilista, si possa parlare di una conoscenza completa e inclusiva. Come dargli torto?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: