L’ONU alza la mano per Gaza: ecco perché secondo Weil hanno fatto troppo tardi

Gaza in sei mesi ha visto la morte di 28mila persone, è diventata teatro di uno dei conflitti più drammatici nel nuovo secolo e, soprattutto, è il primo luogo che grazie all’innovazione tecnologica è in grado diffondere le immagini di una porzione di mondo distrutta dall’odio. Come mai questo non è bastato all’ONU? Perché hanno aspettato sei mesi e 28 mila morti? Le risposte a queste domande, come ci dice Simone Weil, si ritrovano nell’ “Iliade”.

Simone Weil con il suo “Libro del potere”, risponde ad alcune domande sulla guerra di Gaza, rintracciando le ragioni delle dell’odio e della violenza moderna nel capolavoro omerico

25 MARZO 2024: UNA DATA STORICA

Lo scorso 25 marzo tra le fila dei grandi burattinai del nostro tempo, è stata votata l’approvazione per un immediato cessate il fuoco a Gaza. Sei mesi dopo l’inizio dell’ultimo scontro, quasi un secolo dopo l’inizio di tutto. Ma come si dice, meglio tardi che mai. Tra i 14 voti favorevoli ad uno stop temporaneo per il Ramadan, spicca l’astensione degli Stati Uniti che, non pronunciandosi apertamente, avrebbero voltato le spalle al suo offeso alleato che, come per ripicca, ha deciso immediatamente di annullare il viaggio a Washington dei suoi Bravi finalizzato alla discussione circa la guerra e la già preannunciata operazione militare a Rafah. Israele senza l’appoggio americano si ritroverebbe come Achille senza sandali in un campo di battaglia: vulnerabile e troppo esposto a rischi. E mentre alcuni governi stanno iniziando a soffrire il mancato raggiungimento di un accordo di pace, l’ambasciatore israeliano presso l’ONU Gilad Erdan continua a lottare per la sua causa affermando che “tutti avrebbero dovuto votare contro questa risoluzione” dato che “non subordinare il cessate il fuoco al rilascio degli ostaggi danneggia gli sforzi per liberarli”.  In tutto ciò gli Stati Uniti si sono affrettati a dichiarare che le posizioni belliche non siano variate nonostante l’astensione e il ministro del Gabinetto di Guerra Benny Gantz, non solo ha criticato la decisione di Netanyahu di annullare il viaggio a Washington dei suoi, ma lo ha invitato a recarsi alla Casa Bianca per incontrare Biden di persona. E mentre il Ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato che “non cesseremo il fuoco. Distruggeremo Hamas e continueremo a combattere finché l’ultimo degli ostaggi non sarà tornato a casa”, gli uomini, le donne e bambini rimasti continuano a perire, rinchiusi in un lembo di terra che sembra più una bomba ad orologeria.

SIMONE WEIL

Filosofa e professoressa francese di origine ebraica, Simone Weil è stata una figura fondamentale nel dibattito filosofico novecentesco. Il suo campo d’interesse ruota attorno due poli: il lavoro e il potere, uniche basi su cui si regge una società moderna, complessa, individualista. Per questo, centrale è “Il libro del potere” scritto tra il 1937 e il 1942 , una raccolta di tre saggi attraverso i quali l’autrice esamina la natura del potere prendendo le mosse dal grande poema epico greco: l’Iliade. La Weil si sofferma proprio sui versi più cruenti del capolavoro omerico, evidenziando la crudeltà della materia narrativa incentrata sulla cieca violenza e l’oggettificazione dei corpo nemici, non più uomini ma bersagli da uccidere e trascinare con un carro. Il medesimo utilizzo della forza, osserva la Weil, è stato promosso durante la guerra civile spagnola che la giovane filosofa ha scelto di vivere da protagonista arruolandosi volontariamente tra le fila dei repubblicani, facendo esperienza di quali fossero gli effetti della forza e della violenza. Questi due elementi vengono descritti dalla filosofa come lo scudo dell’insicurezza umana, il luogo dietro il quale nascondersi per far sentire la propria voce altrimenti inudibile al resto del mondo, il regno della polarità e della scelta in cui si è pro o contro un’idea per la quale si rischia di pagare con la vita. Ebbene le radici di quella violenza che hanno ridotto l’Europa degli anni Trenta in ginocchio, si trovano proprio nell’ “Iliade”, trasposizione letteraria degli effetti disastrosi della guerra e della forza, da cui ancora una volta gli uomini e le donne non hanno imparato proprio niente.

GAZA LIBERATA?

Quella sulla Striscia di Gaza è la perfetta incarnazione della guerra moderna i cui fili sono mossi da un paese lontano che decide la sorte di genti mai viste né conosciute. È finito il tempo dell’eroismo, le guerre si vincono o si perdono seduti attorno ad una tavola rotonda tra una battuta di caccia e una partita di polo. A perire però sono le persone. In questi giochi di forza, ci si dimentica che sotto le bombe ci siano uomini e donne in carne ed ossa, vere e degne di stare al mondo tanto quanto chi ha il potere, che subiscono gli effetti disastrosi di decisioni prese da altri. Quella a Gaza è la prima guerra nella storia d essere documentata in modo così dettagliato, in cui tutto accade sotto gli occhi di un mondo scioccato che assiste in diretta ad un massacro, un mondo che può immedesimarsi e provare ad immaginare il dolore di un popolo stanco di combattere e sull’orlo del collasso. Questo stesso popolo, per chi davvero sta combattendo la guerra a Gaza, non è altro che un insieme di pedine su un’immensa scacchiera, abbandonate al proprio destino inconsapevolmente ceduto a qualche uomo di potere che, come fosse il diavolo, prende senza dare nulla indietro. La risoluzione dell’ONU non dovrebbe essere accolta con grande giubilio, dovrebbe essere un passaggio naturale che non si sarebbe dovuto attendere tanto a lungo. Mentre i signorotti in qualche sala barocca di uno dei loro castelli arroccati si prendevano il tempo per decidere il destino degli altri, morivano 28.985 persone in soli sei mesi. Persone intrappolate come topi in una striscia di terra da cui non si può né entrare né uscire, vittime della cieca violenza di alcuni e del male banale perpetrato da molti. L’ONU è il prodotto di due guerre mondiali, è il prodotto della morte, della violenza, del dolore e della cieca ubbidienza ad un potere che non rappresenta il suo popolo. La storia recente ha dimostrato come il progresso sia solo scientifico e non umano, che, inevitabilmente, il passato è destinato a tornare se non si distruggono quelle sovrastrutture vecchie di secoli che hanno guadagnato il diritto di parola dal proprio albero genealogico. Finché a dettare le regole saranno gli stessi che nel secolo scorso hanno promosso operazioni belliche di rilievo, il presente e il futuro sono destinati ad essere plasmati ad imagine e somiglianza del secolo più violento della storia dell’umanità.

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