Siamo tutti potenziali assassini? Ecco cosa ne pensano Freud e Simenon

La storia di Spencer Ashby ci porta a problematizzare le strutture della macchina sociale fondate sull’inibizione di tutte le manifestazioni libidinose, fra le quali l’aggressività.

Georges Simenon ha avuto un ruolo decisivo per la nobilitazione del romanzo giallo: la trama poliziesca si è arricchita di sfumature e stilemi che l’hanno avvicinata al romanzo psicologico, aprendo alle opere appartenenti a questo genere la strada verso la canonizzazione all’interno della letteratura “alta”.  Alla psicologizzazione del giallo hanno sicuramente contribuito le teorie di Sigmund Freud, che negli stessi anni in cui Simenon muove i primi passi da scrittore andavano acquisendo una posizione sempre più salda fra le nuove conquiste nel panorama dei saperi.

Spencer Ashby: uno solo o uno fra tanti?

“La morte di Belle” è un romanzo del 1952; pur non appartenendo alla selezione dei romanzi più celebri dello scrittore belga – dalla cui penna, del resto, ne sono nati più di quattrocento – è uno dei più rappresentativi del suo stile letterario.

L’intreccio esula dai classici polizieschi, anche di più recente pubblicazione; pur ruotando intorno al delitto di Belle Sherman, si concentra sui meccanismi psicologici che esso accende nella mente di Spencer Ashby. Tutto è avvenuto in casa sua e della moglie, presso cui Belle, figlia di un’amica di lei, alloggiava da poco; è fin da subito il principale sospettato dell’omicidio, in quanto, la sera in cui ha avuto luogo, era rimasto solo in casa con Belle. Ashby finisce man mano ai margini degli spazi sociali che abita: viene allontanato dalla scuola dove insegna e la piccola comunità cittadina inizia a guardarlo sempre con maggiore sospetto. Perfino sua moglie Christine inizia a diffidare di lui, così Ashby finisce per vivere separato da tutto e tutti, compreso sé stesso.

La ragione principale che spinge tutti gli altri personaggi a credere nella colpevolezza di Ashby è che lui è un “forestiero”: non è nato e cresciuto insieme a loro, nessuno conosce di persona la sua famiglia di origine né sa molto della sua vita passata. Ashby è infatti un uomo estremamente riservato e solitario, non ricerca troppo la compagnia altrui e non ostenta interesse per la conclamata “comunità”; d’altra parte, l’isolamento cui viene progressivamente relegato rinnova un disordine interiore in lui dormiente, che viene risvegliato dopo molti anni trascorsi senza particolari scosse.

Freud e “L’infelicità della civiltà”

Nel saggio “L’infelicità della civiltà” (Das Unbehagen in der Kultur) del 1929, Freud s’interroga sul radicamento del male nella psiche dell’uomo moderno, e in particolare su come essa scaturisca da dinamiche sociali. 

Per tutto il corso della loro storia, gli uomini hanno sempre ricercato il piacere, la felicità, ma si sono dovuti scontrare con forze avverse provenienti da più versanti: dal proprio io e dal mondo esterno, quindi anche dalle relazioni con gli altri uomini. In quest’ultimo caso si parla di “sofferenza sociale“, che colpisce in maniera acuta, profonda e ineludibile e, soprattutto, agisce sottotraccia, per cui si è portati a sottovalutarla o considerarla superflua. Non è facile riconoscerne l’origine, le ragioni e l’entità; secondo Freud, una delle cause principali è da ricercare nella “inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello stato e nella società” e non si curano della psiche degli individui, nei quali nasce pertanto una sorta di “frustrazione civile“.

Del resto, il concetto stesso di “civiltà” presuppone, attraverso tutta una serie di divieti, restrizioni e barriere, la rinuncia da parte dell’uomo alle proprie pulsioni, fra cui l’aggressività. È un istinto che l’uomo possiede in maniera innata, e finisce per manifestarsi sotto molteplici forme non sempre decifrabili in quanto tali. Nessuna dottrina, ideologia, religione, filosofia possono illudersi di eliminarla del tutto; ecco spiegato perché nella storia umana sono così tristemente frequenti episodi di violenza e crudeltà, e perché nelle masse delle società di ogni luogo e tempo siano presenti in forma così radicata pregiudizi, conformismo, razzismo, cecità, mediocrità e tutti i mali a cui attribuiamo il nostro malessere individuale.

Il senso di colpa

Nel saggio “Al di là del principio di piacere” del 1920, Freud approfondisce l’entità delle due tendenze che soggiogano l’essere umano, Eros e Thanatos: l’una tende verso la conservazione della vita, l’altra verso la sua distruzione.

Questo dissidio, che Freud legge come pulsione di morte, provoca disagio e infelicità a livello intrapersonale e interpersonale. Ci sono due modalità in cui essa si concretizza: attraverso l’annientamento dell’altro o l’allontanamento dell’idea di morte come qualcosa d’irreale. Pertanto l’inconscio, che mira soprattutto a salvaguardare l’io, non crede alla propria morte ma essenzialmente a quella degli estranei e dei nemici: nel nostro inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità, il che ci rende “una masnada di assassini”. A Thanatos, infatti, è riconducibile la “naturale pulsione aggressiva dell’uomo, l’ostilità di ciascuno contro tutti e tutti contro ciascuno”, e mentre le manifestazioni di Eros sono evidenti e ben riconoscibili, quelle di Thanatos non lo sono. Quali sono dunque i mezzi utili alla civiltà per “frenare la spinta aggressiva che le si oppone, per renderla innocua, magari abolirla”?

Uno è il senso di colpa“Chiamiamo senso di colpa la tensione fra il rigido Super-Io e l’Io ad esso soggetto; tale senso si manifesta come bisogno di punizione. La civiltà domina dunque il pericoloso desiderio di aggressione dell’individuo infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno”. Ovvero, attraverso il senso di colpa la morale sociale, con i suoi imperativi e divieti, spinge l’essere umano a interiorizzare l’aggressività e a rinviarla con contro il proprio Io mediante il Super-Io dell’individuo, onde evitare che essa venga riversata sugli estranei.

Tuttavia, l’Io non è in grado di sottostare a qualsiasi richiesta; al contrario, si fomentano la rivolta o la nevrosi. Al contempo, la mancata agnizione del senso di colpa come causa di insoddisfazione e malessere relega quest’ultimo nelle profondità dell’inconscio, da cui è libero di manovrare il resto della psiche. È proprio quello che succede ad Ashby: la comunità lo spinge ad autocolpevolizzarsi, alimentando l’istinto di aggressività in lui sopito, e a trasformarsi da individuo innocuo ad assassino. 

 

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