L’ombra di un uomo: cosa si cela sotto l’ultima maschera

L’uomo indossa costantemente una maschera: si costruisce in modi diversi per saper apparire in ogni circostanza. Così facendo, perde di vista di sè stesso e quanto di autentico la sua identità poteva celare.
Foto in scala di grigi di persona con maschera facciale glitterata argento
Pirandello focalizza le sue opere sul tema dell’identità: nel teatro e nei romanzi si evolve di pari passo con l’individuo. Il personaggio viene rappresentato in un’ottica del tutto nuova e il fine dell’autore è di riuscire a catturare la sua essenza sotto la maschera. Se davvero l’uomo si costruisce diversamente in funzione del contesto in cui si trova, bisogna chiedersi quanto della nostra identità vada perduto in questo processo.

La rivoluzione dell’identità

L’avvento del XX secolo viene inaugurato da una serie di opere rivoluzionarie che mettono in discussione i fondamenti della realtà. “L’interpretazione dei sogni” e la scoperta dell’inconscio di Freud, le nuove teorie di Einstein, gli scritti di Monel, le teorie del doppio di Binet, portano alla nascita di un nuovo relativismo, che caratterizza il clima culturale di tutto il Novecento. In questa cornice storica, cade la cieca fiducia nel progresso scientifico, cardine del pensiero positivista, e si assiste ad un brusco crollo delle certezze rispetto ai concetti di spazio-tempo e di identità unitaria della persona.
Negli stessi anni si stava affermando il fascismo e Benedetto Croce era una figura di rilievo contro il movimento. Propone, riprendendo Aristotele ed Hegel, l’idea che il romanzo rappresenti le passioni in modo unitario e coerente con sè stesse e con il personaggio. Pirandello si oppone a questa visione, condizionato dal periodo storico in cui vive: capisce che la concezione di Aristotele viola la natura umana, complessa e frammentaria, nel momento in cui pretende di poter ridurre l’uomo alla coerenza e all’unitarietà. La rappresentazione dell’uomo senza ammettere il dubbio è in sè disumana, così Pirandello capisce che uno dei doveri dell’autore è quello di rispettare i moti dell’anima. Inaugura l’estetica anticlassica: la realtà interiore prevale su quella esteriore.

La vita e la forma

Il saggista Tilgher distingue la forma, un irrigidimento sottomesso dell’io alle convenzioni sociali, dalla vita, il continuo fruire della realtà ingabbiato e mascherato dalla forma. In modo simile, Bergson indentifica nella realtà uno slancio vitale e l’individuo come la momentanea espressione dell’Uno. L’unico modo per far sí che la vita emerga sopra la forma sono le epifanie: apparizioni, situazioni di cui i personaggi si accorgono all’improvviso e attraverso cui colgono la vita.

Luigi Pirandello, noto scrittore e drammaturgo italiano, adotta una prospettiva relativistica per evidenziare il contrasto tra realtà e apparenza. Per questo motivo, nelle sue opere si parla di maschere: identità fittizie con cui ognuno convivere, dovute a vincoli sociali, regole e ruoli. Dato che la vita è nascosta sotto la forma, i personaggi sono frammentati in più personalità perché devono interpretare i ruoli imposti dalla società. Però, in attimi di Epifania, la vita vera si mostra in momenti di follia o di creazione artistica: questi sono personaggi e filosofi che hanno scoperto l’inganno e diventano maschere nude. Per questo motivo il ruolo dell’arte è mostrare la complessità e le contraddizioni: l’artista mostra le deformazioni con un’arte grottesca e umoristica che faccia vedere la vita dal di fuori.
silhouette di persone

Centomila maschere della vita quotidiana

La riflessione filosofica di Pirandello proietta sulla nostra quotidianità l’esistenza di tantissime maschere. L’uomo ne indossa una costantemente. In base al contesto in cui ci troviamo, alle persone con cui ci stiamo relazionando, alle diverse situazioni, indossiamo maschere diverse. Cambiamo e ci adattiamo, ci aggiustiamo, ci perfezioniamo di continuo e appena ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, correggiamo la maschera ancora e ancora. Ne abbiamo costruite a migliaia, una per ogni necessità di apparenza. Abbiamo imparato a cambiarle con rapidità e automatismo. Le abbiamo rese sempre più solide, più spesse, più scure, così che fosse impossibile vederci attraverso, così che non trasparisse nulla di noi. E il nostro io sparisce sotto, piano piano, senza farsi sentire. Viene sempre coperto, sentito sbagliato, tenuto nascosto. Bisogna avere attenzione che nessuno lo noti, che non si infranga la persona costruita, che non si crepi il velo delle apparenze. Questo genera molte frammentazioni e una grande crisi nel rapporto con sè stessi. Non è possibile mostrarsi totalmente veri agli altri; lo si potrebbe essere da soli, ma si subisce l’influenza di tutte le maschere indossate durante la giornata che rendono frammentata e confusa la propria personalità. Così, l’io viene compromesso e diventa indistinguibile fra tutte le identità assunte. Si potrebbe indagare se tutte queste maschere siano effettivamente una necessità, anche se ormai è appurato che costituiscano per l’uomo consuetudine e desiderio. Infatti, sentendosi nudo e sbagliato di fronte alle proprie imperfezioni, tenta in ogni modo di coprirle: forse perché gli altri non le notino, forse perché spera che prima o poi sotto la forma si assopiranno. Resta quindi da chiedersi se, queste maschere di salvezza con cui ci proteggiamo e ci costruiamo, non siano in fondo quello che più ci allontana dalla relazione autentica con noi e con l’altro, quindi dall’unica forma pura di felicità. La gioia che deriva da queste articolate costruzioni resta in conflitto con il nostro io che se ne è separato e non ci permette di vivere nulla in prima persona, come se solo la maschera in sé potesse giovare di ciò che vive. A fronte di questo, probabilmente l’unica necessità sarebbe quella di rendersi autonomi da questo progressivo allontanamento. Razionalmente resta la scelta più morale e più improntata sulla persona, eppure comporta un grosso sacrificio: esporsi nelle proprie imperfezioni e miserie in una società che detta e reclama la perfezione. Bisogna capire cosa è più importante alla fine del giorno: essere per gli altri centomila impressioni positive o aver vissuto veramente. Senza dubbio la seconda ipotesi è la più umana e completa, ma per mantenerla serve restare saldi nel proprio intento anche di fronte a tutte le altre maschere.

 

silhouette dell'uomo in piedi vicino al muro su un'area scura

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