Quella del 9 maggio 1978 è una data per molti impossibile da dimenticare. La morte dell’Onorevole Aldo Moro fu difatti un evento che scosse i cuori e le coscienze degli italiani affamati di quella verità che, a distanza di quarantesei anni, è (forse) stata rivelata da Claudio Signorile, all’epoca dei fatti, vicesegretario del Partito Socialista Italiano e Vincenzo Scotti.

Ripercorriamo la storia de “il caso Moro” e, alla luce delle parole di Claudio Signorile, cerchiamo di capire cosa successe tra le fila del governo la fatidica mattina del 9 maggio 1978.
L’ITALIA DI PIOMBO
Per comprendere le (possibili) ragioni della morte di Aldo Moro, è necessario fare riferimento al complesso contesto socio-politico italiano degli anni ‘70. I cosiddetti “anni di piombo” non furono semplici per nessuno, figuriamoci per la classe politica che era continuamente chiamata a gestire gli attentati e le stragi che terrorizzavano il popolo italiano. Per alcuni le ragioni di tali atti sono da ricercare nel tentativo di “soffocare la partecipazione democratica”, per altri nella volontà di affermare i propri ideali, per altri ancora nella sete di libertà che, a quanto pare, fa rima con violenza. Insomma, l’Italia era gettata nel caos, tra stragi e azioni violente in ogni dove, nessuno poteva dirsi realmente al sicuro. C’era però un ingrediente fondamentale: la fiducia nello Stato. Si perché Falcone e Borsellino non erano ancora stati uccisi, Tangentopoli non era lontanamente pensabile e la guerra era solo un ricordo lontano spazzato via dal fresco vento della Repubblica. Ebbene, è in questo contesto che va inserita la figura di Aldo Moro, storico Segretario della Democrazia Cristiana che con il suo fare paterno è entrato in pochissimo tempo nel cuore degli italiani. Lui era un visionario amante della propria terra, in nome della quale si sarebbe voluto fare garante di un’alleanza fino a pochissimo tempo prima impensabile e, forse per questo, mai realizzata. Si trattava del Compromesso Storico, storico per davvero, una reazione alla passata strategia dell’attenzione della DC, alle esclusioni dai vertici del partito comunista che già nel 46, su consiglio statunitense, avevano tagliato fuori Togliatti e, dopo di lui, tutti gli altri fino a Berlinguer, o almeno così si sperava. Insomma, il cattolico e “grigio” Moro aveva finalmente aperto la strada del dialogo in un mondo scisso dalla lunga “cortina di ferro”, un dialogo tra un Paese filoamericano e un’ideologia filorussa. Lui, un “prete fascista”, come avrebbe detto Umberto Saba.

IL CASO MORO
Era la mattina del 16 marzo 1978 quando Aldo Moro venne rapito dalle Brigate Rosse che, vestite con le divise dell’Alitalia, uccisero la scorta dell’Onorevole in via Fani e lo fecero sparire assieme alla sua valigetta. Quella non era una mattina come le altre e questo i rapitori lo sapevano bene: Moro si stava difatti recando in Parlamento per votare la fiducia al Governo Andreotti che per la prima volta avrebbe accolto tra le proprie fila i comunisti di Berlinguer. Si dice che sia stata questa la causa scatenante assieme all’allontamento del PCI dai radicali ideali comunisti, un’”Imborghesimento” ritenuto inammissibile, un compresso non cercato né voluto, in nome del quale qualcuno avrebbe dovuto pagare. È così che iniziano cinquantacinque giorni di prigionia dell’Onorevole, scanditi dai nove comunicati che le BR avrebbero invitato, nonché dalle lettere velenose rivolte ai suoi e quelle di amore e speranza per la moglie Eleonora.
“Mia carissima Noretta […] Non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica che, se necessaria al partito, doveva essermi salvata accettando lo scambio con i prigionieri […] Non si è trovato nessuno che si dissociasse?[…] E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amerò per sempre […] avessi almeno le vostre mani, le vostre foto, i vostri baci. I Democratici Cristiani […] mi tolgono anche questo […] Ti abbraccio, ti stringo carissima Noretta […]”
Sono queste alcune tra le righe che Aldo Moro scrisse durante la prigionia perpetrata sotto gli occhi di un intero Paese che seguiva pedissequamente le mosse, le strategie e le trattative di un governo pietrificato, per molti vero colpevole dell’omicidio, anche per Moro stesso. Questo perché con l’ottavo comunicato i brigatisti offrirono la libertà del prigioniero in cambio di quella di alcuni terroristi, proposta rifiutata in nome di un tête-à-tête che andava avanti ormai da un decennio rispetto al quale lo Stato non poteva mostrarsi debole. A questo le BR risposero con un ultimo comunicato:
“Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri […]dobbiamo registrare un chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi a battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”
È quindi così che alle 12:30 del 9 maggio 1978 le BR tramite una telefonata al professor Francesco Titto, annunciarono al mondo intero che Moro era morto e il suo cadavere si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in Via Caetani, tra la sede della DC in Piazza del Gesù e quella del PCI in Via delle Botteghe Oscure. Con la morte dell’Onorevole Moro il volto dell’Italia e del partito era destinato a cambiare: tre anni dopo un terrorista turco avrebbe ferito il Papa, quattro anni dopo Bettino Craxi sarebbe diventato il primo presidente del Consiglio non democristiano della storia della Repubblica, undici anni dopo sarebbe finita la guerra fredda, quattordici anni dopo sarebbe esploso lo scandalo di Tangentopoli e sedici anni dopo sarebbe finita la Prima Repubblica, macchiata dal sangue di Aldo Moro.
ULTIME RIVELAZIONI
Lo scorso 7 gennaio la trasmissione “Report” in onda su Rai 3, ha ospitato lo storico (co)protagonista del PSI Claudio Signorile, in studio per rivelare dettagli inediti sulla mattina del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. “Si accende il cicalino e dal cicalino la voce. Due messaggi. Il primo la macchina rossa […] il secondo dopo qualche minuto la nota personalità” dice Signorile che all’epoca dei fatti si trovava in compagnia dell’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga il quale, a suo dire, ha esordito dicendo: “Mi devo dimettere”. Stando a queste dichiarazioni, il futuro Presidente della Repubblica sarebbe quindi venuto a conoscenza dell’omicidio tre ore prima di quella telefonata giunta intorno alle 12:30 e destinata a cambiare per sempre le storti e il volto dell’Italia. Ma non finisce qui. A testimoniare è stato chiamato anche l’esponente della DC Vincenzo Scotti che ha ampliato i confini dei fatti, esportandoli sino ai non così lontani Stati Uniti, dichiarando che i fili della morte dello statista sarebbero in realtà mossi dal Mangiafuoco-Kissinger, l’allora segretario di Stato americano che si sarebbe opposto con le unghie e con i denti (soprattutto con dodici proiettili) al Compromesso storico. Stando alle parole di Scotti, il motivo dell’antipatia da sommarsi probabilmente ai promiscui rapporti con il PCI di Berlinguer, arriverebbe dal lontano Oriente, o meglio, dalla Palestina, alla quale Moro avrebbe espresso la sua vicinanza dichiarando che “il popolo palestinese non aveva bisogno di assistenza, ma di una patria”. Come poteva passare sopra queste parole uno dei maggiori rappresentanti del primo Stato finanziatore di Israele? Non poteva, infatti. Ebbene, probabilmente non conosceremo mai il vero mandante dell’omicidio di uno statista, deputato e segretario del partito probabilmente più votato della storia della Repubblica, il nome del quale si va a sommare a quella lunga lista di morti che, parimenti, non hanno conosciuto la verità.