In vista dell’anniversario della cattura del sovrano Inca, ripercorriamo le fasi della decadenza del regno più grande del Sud America pre-colombiano.

Tecnologie, malattie e sete di ricchezza, queste sono le ragioni che permisero ad un piccolo contingente spagnolo di 170 soldati di sbaragliare un intero impero, che seppur enormemente inferiore in fatto di sviluppo, aveva a disposizione un’armata di 100.000 uomini.
L’Impero Inca
Il ricco e immenso territorio dell’Impero si estendeva lungo la costa ovest del Sud America per circa 4.000 Km dalla Colombia meridionale al Cile settentrionale. La varietà geografica del loro territorio fatto di regioni tropicali, di una lunga costa sul pacifico e della catena montuosa delle Ande si contrapponeva ad un’amministrazione centralizzata sulla capitale Cuzco. C’è chi addirittura ha paragonato il suo sistema amministrativo a quello romano, come lo storico Daniel R. Headrick, ma ciò che cambiava era l’assenza della pratica della scrittura e di mezzi di trasporto che non fossero le gambe, sebbene il regno fosse collegato con una rete di strade e postazioni militari. Proprio quest’organizzazione sul territorio permetteva loro di dare battaglia sia a Nord che a Sud, forti del massiccio esercito che poteva sfruttare i numerosi depositi di armi, cibo, vestiario ed equipaggiamento.
Il primo segno dell’arrivo degli spagnoli paradossalmente arrivò prima della discesa di Francisco Pizarro, il vaiolo infatti fece la sua comparsa tra 1524-25, arrivato fin qui dal Messico e propagatosi lungo quelle stesse strade che portavano a Cuzco. La prima vittima fu l’Imperatore Huayana Càpac e la sua cerchia di capitani e di lì a poco anche il suo erede Ninan Cuyoche perì, dando inizio alla lotta al trono dei fratellastri Huàscar e Atahualpa. Tra lotte di successione e l’intensificarsi dell’epidemia, l’esercito spagnolo iniziò la spedizione di conquista nel 1531.

L’arrivo degli Spagnoli
Francisco, Hernando e Gonzalo Pizarro con appena 170 soldati e 90 cavalli, raggiunsero senza troppi problemi Cajamarca, nel Perù settentrionale, dove si trovava l’accampamento di Atahualpa con i suoi 100.000 guerrieri. L’animo del contingente iberico era più che intenzionato a ripetere le imprese di Cortés in Messico, riuscendo a prendere di sorpresa l’esercito e a garantirsi di essere ricevuti dal contendente al trono. Ma non appena se lo trovarono di fronte non persero tempo e lo presero come ostaggio dietro riscatto, i suoi seguaci furono infatti obbligati a consegnare loro tutto l’oro e l’argento di Cuzco. Negli otto mesi di prigionia Atahualpa ordinò l’assassinio di Huàscar, forse perché era convinto che la brama di ricchezza degli spagnoli sarebbe stata soddisfatta e lo avrebbero liberato, niente di più falso. Trovandosi di fronte a quell’ingente quantità di metalli preziosi, gli spagnoli non fecero altro che essere stuzzicati piuttosto che soddisfatti, la sete d’oro e d’argento apriva la strada alla piena conquista del territorio Inca che non poteva non iniziare con l’uccisione dell’ultimo pretendente al trono il 16 novembre 1532.
La società fortemente gerarchica del regno sud-americano venne così decapitata, non semplicemente della figura fisica del sovrano, bensì del “figlio del Sole” come veniva inteso l’Imperatore Inca. Trovandosi al completo sbaraglio, all’esercito indigeno non rimase altro che fuggire verso le regioni tropicali a Nord dove Manco, fratello di Huàscar riorganizzò le forze e assediò il piccolo contingente invasore a Cuzco per quasi un anno, ma non ottenne altro che la proprio sconfitta. Già negli anni ‘70 del ‘500 la potenza iberica, forte dell’alleanza con i numerosi nemici dell’Impero, assoggettò completamente il popolo indigeno iniziando a sfruttare sistematicamente le ricchezze del territorio.

Una guerra asimmetrica: armi e tattiche
Le armi e le tattiche impiegate in Perù furono sostanzialmente le stesse già adottate in Messico, ma in misura diversa. Ciò che davvero fece la differenza sul campo di battaglia è senza dubbio il cavallo, capace di sorprendere le sentinelle e muoversi decisamente più veloci dei messaggeri Inca, era la forza di sfondamento dell’esercito dei conquistadores, con la possibilità di ribaltare l’esito di una battaglia. La prima reazione degli indigeni alla vista dei cavalli fu riportata da Garcilaso de la Vega:
“E niente li stupì tanto da indurli ad accogliere gli spagnoli come dei e ad assoggettarsi loro fin dall’inizio della conquista, quando vederli combattere in groppa ad animali ferocissimi come a loro giudizio sono i cavalli, e vederli tirare con archibugi e uccidere il nemico a duecento e trecento passo di distanza. Per questi due motivi, che furono i principali, aggiunti ad altre cose che in essi videro gli indiani, li presero per figli del Sole e si arresero com’è noto opponendo scarsissima resistenza”
Ecco, le armi e gli equipaggiamenti sono un altro motivo che fa di questa una guerra asimmetrica. Se dal lato spagnolo si trovano archibugi, piccoli cannoni, armature e picche di acciaio, dall’altro invece l’esercito Inca non aveva altro che mazze, asce di pietra o bronzo, giavellotti e fionde rudimentali. Una differenza non da poco conto insomma, soprattutto se pensiamo alla velocità della conquista condotta dai conquistadores, che rese impossibile l’assimilazione di nuove pratiche e di contrattaccare efficacemente. Il massimo che riuscirono a fare è far inciampare i cavalli con l’escavazione di fossati o tramite il lancio di pietre legate, dette bolas, ai loro arti inferiori.
Tecnologie, malattie e sete di ricchezza, ecco i motivi dell’ascesa spagnola e della decadenza del più grande impero pre-colombiano.
