Il Superuovo

L’Inghilterra degli anni ‘70: il punk dei The Clash ne racconta decadenza e disordini sociali

L’Inghilterra degli anni ‘70: il punk dei The Clash ne racconta decadenza e disordini sociali

Alzi la mano chi non ha mai ascoltato una canzone dei The Clash! Scommetto quasi nessuno. Da White Riot a London’s Burning, facciamoci guidare nella tumultuosa Inghilterra degli anni ’70.Molte volte, la storia e la società sono descritte ottimamente dalla musica, più che dai testi informativi. Uno di questi casi è quello delle rivolte sociali e politiche che scuotono il Regno Unito durante tutti gli anni Settanta del Novecento. Una decada di decadenza, di sconvolgimenti e di cambiamenti in negativo: i giovani dell’epoca, completamente senza speranza e senza futuro, sfogano tutta la loro rabbia nel punk. Sex Pistols, The Clash, Buzzcocks,…ce ne sarebbero a centinaia. Occupiamoci dei The Clash, considerata da molti “the only band the matters” (“l’unica band veramente importante“).

L’Inghilterra degli anni ’70: il declino di una grande potenza

Come descrivere il Regno Unito post-bellico, se non con il termine ‘decadente‘? Durante gli anni Settanta siamo nel pieno declino sociale, economico e politico britannico. Il primo motivo, è la disgregazione dell’Impero coloniale: lo Stato si chiude nella sua piccola isola, non più supportata dagli alleati di secoli, ma speranzosa sulla nuova solidarietà statunitense. In secundis, nel 1971, crolla il Gold Standard, ossia il sistema monetario aureo di Bretton Woodsfacendo aumentare esponenzialmente la volatilità dei corsi valute ed i prezzi. Nel 1974 viene nominato un governo laburista per cercare di abbattere gli altissimi tassi di disoccupazione e di inflazione, rafforzando l’assistenzialismo ma, allo stesso tempo, criticando il welfare state. Milioni di giovani della working class sono destinati alla precarietà e ai sussidi statali, ma la loro insofferenza non passa inosservata negli squat (appartamenti cittadini non affittati per via del prezzo alto, che diventano case abusive per gli squattrinati).

No future: i disordini sociali inglesi degli anni ’70

Una società nettamente divisa in due: da una parte, l’austera tradizione vittoriana, sostenuta dalla generazione dei padri, richiedente ordine e disciplina; dall’altra, i giovani anarchici, condannati a vivere in un Paese senza prospettive per il futuro. Circondati dagli antiquati messaggi trasmessi dalla televisione, dal crescente numero di scioperi e dal pesante clima di razzismo e discriminazione verso gli immigrati di colore dell’epoca, i ragazzi provano ad uscire da questo orizzonte arido e grigio. E qual è il miglior modo di farlo, se non quello di ribellarsi a modo loro? La normalità e il conformismo devono crollare di fronte alla novità e al cambiamento. ‘No future‘, dicevano i Sex Pistols, ma c’è qualcuno che si oppone alla passività.

White Riot: l’emblema di una generazione

Eccoci quindi arrivati ai The Clash, vera e propria band icona di questa agitata decada. Composta da quattro giovani squattrinati, capitanati da Joe Strummer (letteralmente, Joe ‘strimpellatore‘), iniziano la loro carriera negli squat londinesi. Membri della working class provenienti dal quartiere più multiculturale d’Inghilterra, Brixton, si considerano ferventi socialisti rivoluzionari. Difatti, non si potrebbe denotare la loro musica in maniera migliore. Attraverso le (volute) stonature, gli assoli di chitarra graffianti, il basso vibrante e le violente rullate della batteria, The Clash riescono a descrivere la società in una maniera inedita. Ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di un ritratto estremamente critico e sarcastico, in grado di smontare i luoghi comuni britannici in soli due sconvolgenti minuti. Non è presente solo la distruzione, ma anche la proposta: perché non fare un White Riot, una rivolta dei bianchi, verso tutto ciò che non va? L’omonimo singolo, rilasciato nel 1977, solidarizza con gli immigrati di colore: questi ultimi sono i primi a sollevarsi, se qualcosa li mortifica, mentre i bianchi subiscono e, anzi, ringraziano i propri aguzzini e usurai. Ma è possibile una rivoluzione a cui tutti possiamo prendere parte, a cui tutti siamo invitati: quella per il nostro futuro. Cogliamo l’insegnamento sempreverde di questo storico gruppo: conosciamo i nostri diritti e battiamoci per essi, perché il futuro non è scritto.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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