fbpx
L’influenza di Edgar Allan Poe in Pascoli e Burton: “Il Corvo” viaggia nel tempo

Il Corvo di Edgar Allan Poe viaggia attraverso i secoli arrivando all’Assiuolo di Pascoli e Vincent di Tim Burton, dimostrando che la forza della poesia è sempre attuale. 

Il Corvo è una di quelle poesie che possiamo ritrovare citata in molte opere di altri artisti. Basti pensare che anche i Simpson in una loro puntata attuano una rivisitazione di questa splendida opera. L’Assiuolo e Vincent sono due esempi di quanto la poesia, in generale, sia sempre attuale: un messaggio può essere introiettato e ripresentato in modo nuovo, dimostrando la sua grande importanza.

The Raven

Il Corvo è forse la poesia più famosa di Edgar Allan Poe. Appartenente all’omonima raccolta di poesie pubblicata nel 1845, Il Corvo è formata da diciotto strofe, ognuna di esse si chiude con la parola “nevermore”, cioè “mai più”. Una scelta, quella dell’autore, simbolica, sia dal punto di vista fonetico, perché questa parola pronunciata svariate volte, con questa o “allungata”, dà l’idea di oltretomba; sia perché rispecchia una certa paranoia del protagonista che è anche il narratore. La poesia infatti parla di un uomo chiuso in un ambiente buio, che piange la propria amata scomparsa: Lenora. Il lettore non sa come sia morta, ma si vede sin da subito la grande sofferenza dell’uomo. Entra in scena un corvo, l’uomo crede che l’animale venga dall’aldilà, perciò gli pone delle domande, ma l’unica parola che il corvo pronuncia è sempre la stessa: nevermore. Il protagonista, però, preso dall’angoscia e da una folle voglia di autodistruzione non smette di porre domande all’uccello, come se cercasse il dolore, il piacere del dolore, come se sapesse che seppure oscuro, quello è l’unico contatto che può avere con Lenora, perché è consapevole che il corvo gli darà sempre quella risposta. Un uomo combattuto tra il desiderio di ricordare la sua amata e la voglia di dimenticare tutto e andare avanti, cadrà poi in un vortice di dolore e disperazione da cui non si risolleverà mai più. 

L’ Assiuolo

Tre strofe da otto versi compongono la poesia di Giovanni Pascoli L’Assiuolo, contenuta nella raccolta Myricae (1891). La poesia è un quadro impressionista. I padroni infatti sono i colori, le sensazioni, i suoni, ne è prova evidente la frase “nero di nubi” e non “nubi nere”, l’attributo diventa sostantivo e il sostantivo diventa specificazione dell’attributo, perché è la sensazione la protagonista. La descrizione è quella di un paesaggio che attraverso le parole del poeta possiamo sentire talmente nitido come se ci fossimo immersi tra i colori di un dipinto. Vi sono il mare, le foglie, il vento, un nebbioso chiarore che precede la notte e in lontananza un temporale. Tutto ciò accompagnato dal verso dell’assiuolo, un piccolo uccellino come una civetta, che diventa un grido nel cuore, come un canto funebre. Tutta l’atmosfera infatti richiama qualcosa di profondamene triste, sicuramente per via dei vari lutti che hanno colpito la vita del poeta. Pascoli così si interroga sulla morte, sul suo antico e tormentoso mistero. Infatti nell’ultima strofa le cavallette sono paragonate al culto che gli egizi avevano per l’oltretomba: i sistri, che hanno lo scopo di aprire una sorta di portale tra il mondo dei vivi e quello dei morti, ma questo non si apre, rendendo vane le speranze del poeta. Se ancora non fosse abbastanza chiaro il richiamo alla poesia di E. A. Poe, alla fine di ogni strofa, Pascoli riempie l’ultimo verso solo con una parola: “chiù”, l’onomatopeico verso dell’assiuolo, che con un climax, prima viene definito voce, poi singulto e infine pianto di morte. Inoltre in molti dialetti la parola “chiù” significa proprio “più”. La morte e il tormento che ne deriva, sono i temi principali di queste poesie che entrano in contatto creando qualcosa di spettacolare.

“Campo di grano con volo di corvi”, Vincent van Gogh, 1890, olio su tela, 50 x 100 cm, Van Gogh Museum, Amsterdam.

Mai più

Vincent è un cortometraggio horror del 1982 di Tim Burton targato Disney. Il giovane protagonista, Vincent Malloy, è un bambino di sette anni che come un piccolo Dr. Jekyil e Mr. Hyde di tanto in tanto gli piace trasformarsi in Vincent Price. Vincent Price è davvero esistito, era un attore americano completamente idolatrato da Burton, tanto che divenne il narratore del cortometraggio stesso. In pieno stile Burton, il cortometraggio è girato a passo uno, cioè quella tecnica che permette di creare il movimento degli oggetti senza che questi effettivamente si muovano. Nightamre before Christmas, ad esempio, è stato girato così, ogni elemento veniva filmato, poi spostato e filmato di nuovo, fino a compimento della scena.

In Vincent non ci sono dialoghi, ma la vicenda è raccontata dal narratore esterno che recita in rima. Quando Vincent si trasforma in Vincent Price acquisisce un gusto viscerale per l’horror. Vuole trasformare la zia in statua di cera, il cane in zombie, “Pinocchio e fatine non legge però, lui adora soltanto i racconti di Poe”. La follia lo dilania, scopriamo che aveva una moglie che ora è morta e sente la sua voce che lo chiama e chiede delle cose. Vincent allora cerca di ascoltare sua madre e vivere semplicemente la sua infanzia, ma ormai la sua mente è come una prigione da cui non può scappare.  Alla fine non regge tutto questo pathos e “lì senza vita al suol si accasciò. Con flebile voce il ragazzo citò le parole del Corvo di Edgar Allan Poe: “l’anima mia da quell’ombra laggiù non si solleverà mai più, mai più, mai più”.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: