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L’indissolubile legame fra Eco e gli alessandrini mostra la grandezza de “Il nome della rosa”

L’arte di Umberto Eco spesso non è evidenziata nella sua interezza, tanto che alcuni aspetti della sua genialità vengono trascurati.

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Seppur così distanti, gli alessandrini ellenistici presentano delle peculiarità che ritroviamo ne Il nome della rosa e che rendono quest’opera pressoché unica nel suo genere.

Eco e l’arte alessandrina

A una prima impressione, sembra che gli alessandrini e Umberto Eco non abbiano nulla in comune. I primi scrivono in generi completamente diversi, trattano temi distantissimi da quelli presenti ne Il nome della rosa e si rivolgono a un pubblico elitario. I tempi e i due contesti sono peraltro estremamente lontani tra loro. Eppure piccoli tratti che accomunano questi autori sembrano legarli in modo indissolubile e far sì che un paragone tra loro risulti evidente e immediato. Le opere di Callimaco ci aiutano forse a capire tutto questo, come ad esempio i Pinakes (πίναξ, ‘quadri’). Si tratta di una lunga lista di autori, suddivisi per genere, delle cui opere veniva riportato l’incipit accanto. Si pensi poi a molti altri scritti in cui l’autore si propose di raccogliere informazioni di ogni genere: elenchi lessicali di varie opere, descrizioni di fiumi, isole e città del mondo, raccolte sulle meraviglie della Terra e molto altro ancora. Ma cosa c’entra tutto questo? C’entra perché proprio questa tendenza all’erudizione tipica degli alessandrini – portata all’estremo – la ritroviamo, in un certo senso, anche in Eco. Partiamo dunque proprio da questo: dall’erudizione.


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L’erudizione echiana

Eco ambienta le vicende del romanzo in un monastero benedettino situato fra i monti dell’Italia settentrionale, dove il frate francescano Guglielmo, accompagnato dal suo allievo Adso, è stato incaricato di risolvere una serie di omicidi che stanno stravolgendo il quotidiano andamento dell’abbazia e di partecipare a un dibattito sulla povertà fra i delegati imperiali e quelli papali. Nel corso della narrazione l’autore inserisce una serie di digressioni che vanno dalla descrizione dettagliatissima e minuziosa dell’ambiente che circonda i personaggi (con tanto di tecniche e specifiche indicazioni geometriche e architettoniche), a erudite divagazioni di natura teologica e filosofica. Per avere una minima idea di tutto questo, citiamo un passo in cui viene descritto l’Edificio, il misterioso luogo dove si celano i segreti gravitanti attorno ai delitti:

Tre ordini di finestre dicevano il ritmo trino della sua sopraelevazione […]. La forma quadrangolare generava, a ciascuno dei suoi angoli, un torrione eptagonale, di cui cinque lati si protendevano all’esterno – quattro dunque degli otto lati dell’ottagono maggiore generando quattro eptagoni minori […].

Ma l’erudizione echiana non si ferma certo qui. L’intera narrazione è piena e zeppa di riferimenti storici, filosofici e teologici a personaggi, opere ed eventi. Un citazionismo sfrenato che abbraccia anche nomi di animali, mostri mitologici e medievali, piante di ogni specie, vivande di ogni genere, pietre preziose con virtù magiche e molto altro ancora. Un citazionismo che riempie talvolta intere pagine, rassembrando il testo a un bestiario, a un lapidario oppure a un trattato scientifico. Appare essere un’erudizione fine a se stessa, senza scopi secondari, volta a fare sfoggio della propria conoscenza, proprio come la poesia ellenistica.

Piantina dell’abbazia (corriere.it)

Altri punti in comune tra Eco e l’ellenismo

Ma c’è altro ancora oltre all’erudizione. In questa straordinaria attenzione nel variegato uso delle parole, nella scelta esatta del termine perfetto, è facile intravedere una tecnica elaboratissima, frutto  di un’estrema ricerca dell’originalità e di un raffinatissimo labor limae ellenistici, attraverso cui l’autore raggiunge l’apice dell’aulicità. Quando Adso vede le figure raffigurate in un decoratissimo istrione nella chiesa dell’abbazia, in una forma forse più poetica che prosastica e con particolari accostamenti lessicali simili alle callidae incturae oraziane, si dice:

Oh, quale concento di abbandoni e di slanci, di posture innaturali eppure aggraziate, in quel mistico linguaggio di membra miracolosamente liberate dal peso della materia corporale, signata quantità infusa di nuova forma sostanziale, come se il sacro stuolo fosse battuto da un vento impetuoso, soffio di vita, frenesia di dilettazione, giubilo allelujatico divenuto prodigiosamente, da suono che era, immagine.

Ma pur mettendo da parte la ποικιλία, la varietà di forme, che dire della πολυείδεια, la commistione di generi? Il nome della rosa si può infatti considerare a tutti gli effetti un romanzo appartenente al genere giallo, a quello storico, gotico e infine filosofico.

La perfezione racchiusa in un’opera

Ma come si può spiegare un così ampio successo di un’opera che presenta un tale artificio letterario, una tale erudizione e complessità formale, tutti aspetti dunque indirizzati piuttosto a un pubblico elitario, di stampo ellenistico? La risposta va cercata nel fatto che il romanzo, inserito in un contesto postmodernista, è costruito su un doppio livello: da una parte abbiamo l’elemento investigativo, del giallo e del misterioso, che attirano il più ampio pubblico, mentre dall’altra parte abbiamo una chiave di lettura più erudita che solo in pochi riescono a cogliere. Ed ecco come Umberto Eco è riuscito in una sola opera a mostrare la sua enorme cultura e conoscenza che appaiono quasi senza confini, e allo stesso tempo renderla accessibile e piacevolissima al popolo tutto.

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