Quando parliamo di Noi, dobbiamo necessariamente far riferimento al concetto di Loro, il quale non solo si contrappone concettualmente al Noi, ma gli conferisce significato ed in molti casi solidità, ispessendo e delineando precisamente i confini di un gruppo che può rafforzare la propria identità nelle differenze con un gruppo esterno.

È ciò che può accadere nei rapporti conflittuali tra culture, che portano a disuguaglianze figlie di razzismo, come nel caso degli USA dove il gruppo maggioritario si relaziona con la minoranza della black culture in maniera non sempre pacifica e priva di pregiudizi, così come accade il contrario, ed è in questa relazione spesse volte complicata che il rapper Joyner Lucas articola il testo del suo singolo I’m not racist, che si compone di due parti, ognuna delle quali evidenzia i tratti caratteristici del rafforzamento dell’in-group e la presa di distanza dall’out group.

Sentirsi migliori perchè il nostro gruppo è il migliore: la teoria dell’identità sociale

Nelle prime strofe avvertiamo l’insofferenza di un repubblicano stereotipizzato nei confronti di una cultura che a sua avviso non sembra essere all’altezza di quella a cui appartiene, sostenendo la tesi che gli altri ( l’out-group) dovrebbero quasi essere grati per ciò che gli è stato concesso e le argomentazioni riguardo le critiche mosse sono legittimizzate dalla propria appartenenza di gruppo la quale conferisce all’individuo stabilità ed autostima. Se identifichiamo noi stessi con l’in-group automaticamente le ragioni del gruppo saranno quelle giuste, così come le sue ideologie, perchè ciò ci farà sentire effettivamente migliori, ed è per questo che tendiamo così tanto a svalutare le caratteristiche del gruppo estraneo, come succede all’americano medio bianco protagonista del video di Joyner.  Il fenomeno è definito come intergroup bias   ed il significato del termine fa riferimento ad un vero e proprio errore di valutazione, un errore che è in gran parte dei casi generatore di pregiudizi e valutazioni superficiali, favorendo, come sottolineato in precedenza, le ragioni intergruppo.

Fa riflettere quanti stereotipi infondati presenti nel testo siano in realtà ampiamente condividisi e realmente presenti in numerosi gruppi di individui, risultando così una descrizione dettagliata e apparentemente scientifica ma pesantemente inesatta del gruppo in opposizione, scaturendo quello che sembra essere un odio legittimato, dimostrato dalla ricorrente  giustificazione I’m not racist but… che incarna perfettamente lo spirito del razzista che si vela dietro fallaci argomentazioni che hanno lo scopo di addossare colpe e problemi alla minoranza. Dall’altro lato invece, il desiderio e la sensazione di sentirsi migliori è frutto dell’oppressione e della disuguaglianza realmente esistente, che si tramuta in un deleterio odio reciproco e in una potente affermazione della propria cultura, in opposizione ferrea a quella altrui, in questo si avverte l’esperienza diretta dell’artista, facendo parte del gruppo discriminato, che prova, tramite il messaggio del suo generico uomo di colore, a smontare le accuse mosse alla sua cultura esplodendo con rabbia nell’affermazione del proprio in-group, come spesso accade, senza troppa diplomazia: il conflitto sembra inevitabile.

 Il conflitto tra gruppi, Tajfel e Sherif

La contrapposizione tra due gruppi differenti come possiamo notare è quasi automaticamente conflittuale ed i due Psicologi sociali Henri Tajfel e Muzafer Sherif hanno studiato il fenomeno in questione, provando a spiegare l’origine della scarsa collaborazione pacifica tra due diverse fazioni.

Per Tajfel due gruppi confliggono per il semplice fatto che l’ in-group riconosca l’esistenza di un out-group, giustificando così le frizioni di qualsiasi tipo di gruppo con uno esterno, per Sherif questo accade quando due fazioni si contendono una risorsa ambita ma scarsa, qualsiasi sia la risorsa, dunque potremmo provare a spiegarci quali siano i motivi principali dell’astio che abbiamo preso in esame, è una presa di posizione nei confronti dell’out-group o una competizione che vede come fine la conquista di una risorsa? Probabilmente le due soluzioni convergono se prendiamo in considerazione tutti gli elementi che hanno portato al conflitto e quelli che oggi sono presenti ai fini della valutazione, perchè nonostante all’apparenza non sembri così, nella nostra società l’approvvigionamento di risorse, se pur di tipo diverso rispetto al passato, esiste ed è forte, così come è forte il pregiudizio derivante dall’affermazione di se e del proprio gruppo a discapito di un elemento estraneo.

L’innovazione di Joyner

La scelta vincente del rapper è quella di collocarsi al centro (per quanto possibile) tra le due fazioni, Joyner Lucas è un rapper di colore che vede nella storia del suo gruppo anni di sofferenza e come detto cerca il riscatto, ma è importante sottolineare come la sua narrazione si sposti da ambedue le parti, adottando una visione bilaterale che lascia una certa libera interpretazione e spunti di riflessione di diverso tipo, ognuno giudicherà dopo il video che si trova di seguito. Il set è semplice, l’ambientazione povera, praticamente vuota, due persone che parlano ad un tavolo in una stanza che sembra non risentire di contaminazioni esterne, risaltando unicamente ciò che i due si dicono, l’attenzione verso i loro discorsi e la loro enfasi, è massima.

L’analisi della questione è dettagliata, emotiva e soprattutto vera , caratteristiche che risultano utili e innovative ai fini dell’osservazione e della risoluzione di un conflitto pesante tra gruppi, la verità sta nel mezzo, tra in-group e out-group.

Simone Esposito

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