Il simbolismo dei numeri arricchisce Harry Potter e la “Commedia” di Dante di significati nascosti

Due grandi pilastri della cultura letteraria ci mostrano che in un’opera ci possono essere molti rimandi impliciti e che, a volte, i numeri dicono più delle parole stesse.

Dante Alighieri (1265-1321), autore della “Commedia”, in un’illustrazione

Nel Medioevo dantesco i numeri erano importantissimi e carichi di una loro peculiare valenza simbolica da non trascurare. Il famosissimo poeta e scrittore fiorentino attinse alle varie lezioni della cultura filosofica e religiosa del suo tempo per rendere la sua più importante opera ancora più ricca di intrinseci significati. La ricorrenza di alcuni numeri speciali (già presenti nella Commedia) nella saga di Harry Potter mette ancora più in evidenza che, anche in letteratura, essi non possono essere trascurati.

Raffigurazione dell’incontro di Dante con le tre Fiere nel primo canto dell’ Inferno

Il tre, numero perfetto

L’importanza del numero tre in Dante è evidente in ogni sua opera, a cominciare dalla Vita nova, dove è facile notare la straordinaria ricorrenza del nove, chiamato anche “Numero di Beatrice” perché ritorna spesso associato al nome dell’amata di Dante. Infatti il numero nove è il quadrato perfetto del tre, che già in sé possiede la caratteristica di perfezione secondo la simbologia desunta dalle Sacre Scritture cristiane. Ne consegue, dunque, che si può vedere il nove come la perfezione al quadrato e la cosa è associabile al ruolo cardine che Beatrice ha nella vita e nella poetica dantesca. Questo è il tipo di ragionamento che è necessario fare quando si approcciano le cifre scritte o lasciate implicite da un autore come Dante, che ha desunto il culto del simbolismo numerico attraverso i suoi studi di filosofia aristotelico-tomista e, ovviamente, dalla Bibbia. Ci concentreremo principalmente sul mare magnum della Commedia, nella quale il tre predomina praticamente incontrastato. Innanzitutto va considerata l’organizzazione generale che Dio ha posto per l’aldilà cristiano: tre regni (Inferno, Purgatorio e Paradiso) a cui Dante fa corrispondere precisamente tre cantiche, divise in 33 canti ciascuna escluso il canto introduttivo, collocato nella prima. Ecco che si presenta il 33, numero che rappresenta l’importantissima età di Gesù Cristo quando morì e che riporta affiancati due tre. Partendo proprio dall’inizio, tre sono le Fiere che impediscono a Dante di risalire il “Colle” dopo lo smarrimento nella Selva oscura: lonza, leone e lupa, portatrici di molti significati allegorici. Sempre tre sono i passaggi che portano Virgilio a soccorrere Dante, perché l’originaria mandante è nientemeno che la Vergine Maria, che invita Santa Lucia a rivolgersi a Beatrice, la quale, a sua volta, prega il poeta latino di fare da “Duca, segnore e maestro” allo smarrito scrittore fiorentino. Ecco, a proposito di guide: Virgilio conduce Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, poi però nel Paradiso passa il testimone a Beatrice, anche se nel trentatreesimo canto la guida diventa San Bernardo, che intercede per lui presso la Madonna di modo che possa contemplare la magnificenza di Dio. Tre, dunque, sono le guide di Dante nel suo viaggio nell’aldilà, che si adoperano per aiutarlo a compiere il suo percorso fatale. Una volta fissato l’occhio nella visione di Dio, sono tre le immagini che il poeta riesce a scorgere: L’unità e la perfezione dell’Universo, il mistero della Trinità (che fa riferimento ad un dogma cristiano in cui ricorre il tre) e il mistero dell’Incarnazione di Dio che si fece uomo. All’opposto dell’Empireo, nel profondo dell’Inferno, c’è Lucifero, che possiede tre paia di ali e tre bocche in una sola testa, con le quali divora le anime dei traditori Bruto, Cassio e Giuda, non a caso quantificabili con il numero più presente di tutti. Ultima ma evidentissima traccia del numero tre è la scelta di utilizzare lo schema metrico delle terzine, struttura talmente forte e rigorosa che, nella complicata trasmissione manoscritta della Commedia, ha contribuito alla conservazione (quantomeno delle rime) di molti versi dell’opera.

I protagonisti principali della saga di Harry Potter: Hermione Granger (Emma Watson), Ron Weasley (Rupert Grint) e Harry Potter (Daniel Radcliffe)

In “Harry Potter”

Anche la fortunatissima saga di J. K. Rowling possiede dei riferimenti ben precisi alla numerologia e al significato nascosto dei numeri del mondo dei maghi. Il tre, seppur in maniera piuttosto inferiore rispetto alla Commedia, gode anche qui di una discreta fortuna. Per iniziare è doveroso dire che i protagonisti, quelli che compaiono praticamente in ogni pagina dei libri o nelle scene dei film, sono tre, gli inseparabili Harry, Ron e Hermione, con le loro peculiarità caratteriali ed emotive che li accompagneranno durante le loro avventure fino alla resa dei conti finale. Non è sicuro che il particolare del numero dei protagonisti faccia affidamento sulla considerazione di perfezione di cui gode il tre, ma fatto sta che le caratteristiche così diverse di questi amici si amalgamino perfettamente nei momenti di difficoltà, quando lo spirito di squadra aiuta a superare le situazioni difficili. Affrontare insieme le loro vicissitudini è ciò che aiuta Harry a fronteggiare il suo destino, troppo pesante perché lui lo possa fare sempre da solo. Un importante riferimento al numero tre ha luogo nel quarto libro della saga, quando va in scena ad Hogwarts il prestigiosissimo Torneo Tremaghi, al quale possono partecipare, appunto, tre concorrenti, ognuno dei quali in rappresentanza della sua scuola: dunque, anche le scuole sono tre (Hogwarts naturalmente, Durmstrang e Beauxbatons) come tre sono le prove in cui i concorrenti devono sfidarsi al fine di aggiudicarsi la Coppa Tremaghi. In questa ripetizione evidente del numero tre è altrettanto palese un’intento simbolico: le tre pericolose prove sono la modalità migliore e più completa di giudicare l’abilità dei maghi rappresentanti che, giustamente, sono tre, di modo da combaciare perfettamente con i gradini del podio. Il fatto che, per la prima volta nella storia della competizione, il Calice di fuoco selezioni quattro rappresentanti invece che tre, è una sottilissima associazione simbolica che rivela quanto il torneo sia stato truccato e manipolato, perché a monte c’è stato un imbroglio (il Calice ha subito un incantesimo Confundus da parte del finto Malocchio Moody) che ha poi scombussolato tutta la gara fino al terribile colpo di scena finale. L’inattesa presenza del numero quattro, dunque, turba la perfezione di una competizione organizzata per essere ineccepibile. Il tre ritorna prepotentemente quando si parla dei Doni della Morte, offerti ingannevolmente dalla Morte in persona ai fratelli Peverell: la ricercatissima Bacchetta di Sambuco, la Pietra della resurrezione e il Mantello dell’invisibilità, ricevuto dal terzo ( e avveduto) fratello, del quale è discendente proprio Harry Potter. Questi tre doni, tutti insieme, avrebbero reso chi li avesse posseduti il più potente mago del mondo.

Lo sport magico per eccellenza, il “Quidditch”, praticato anche da Harry

Il numero sette

Il numero sette è forse quello che ricorre maggiormente nei libri di Harry Potter e si ripresenta molto anche nella Commedia dantesca. Partendo dalla saga fantasy, il sette è considerato il numero magico più potente e sembra essere particolarmente caro ad Harry visto che (nei film) lo porta sulla maglia nelle partite di Quidditch (come nella foto sopra). Peraltro è persino il numero massimo di giocatori che una squadra può schierare contemporaneamente. Sette è l’ammontare di libri in cui è suddivisa la saga e combacia con gli anni in cui è scandito il percorso di studi magici ad Hogwarts, che presenta quattordici insegnamenti, dunque il doppio di sette. I piani di altezza in cui il castello è organizzato sono sette, così come i passaggi segreti che portano fuori dalla scuola. Altrettanti sono i babbani che sono stati in grado di vedere l’auto volante con la quale Ron e Harry tentano di arrivare a scuola in modo esilarante il primo giorno del secondo anno. I Weasley hanno ben sette figli e sempre sette sono le persone che assumono le sembianze di Harry per mezzo della pozione Polisucco nel settimo libro. Sette sono le occasioni in cui Harry ha modo di scontrarsi con Voldemort. Il settimo mese dell’anno è quello in cui, secondo la profezia, sarebbe dovuto nascere colui che sarebbe stato in grado di sconfiggere l’Oscuro signore. Ancora più importante da dire è che sette sono gli Horcrux di Voldemort, di cui tre di suo possesso (Nagini, il diario e l’anello) e altrettanti appartenenti a tre dei quattro fondatori delle casate di Hogwarts (medaglione di Serpeverde, diadema di Corvonero, coppa di Tassorosso), giusto per ribadire la presenza del numero perfetto anche in questa occasione. Il settimo Horcrux, naturalmente, è Harry stesso. L’importanza magica del numero sette è sottolineata da questa carrellata di riferimenti importanti che si configurano in momenti e luoghi cardine delle vicende e che creano un implicito legame tra di loro, parallelo e nascosto rispetto alla narrazione principale. Nulla è fatto a caso, Voldemort stesso ha un debole per il numero sette e, evidentemente, anche J. K. Rowling gli è molto legata (lei, come il suo personaggio, è nata il 31 di luglio, il settimo mese). Evidente è il fatto che il sette predomini nell’ambito della suddivisione della scuola in termini sia curricolari sia di edificio e che ritorni molto spesso in occasione dello scontro tra l’Oscuro signore e il bambino che è sopravvissuto, a suggellare il ruolo cardine di questa dicotomia: il sette accompagna la lotta tra i due dall’inizio (la profezia) fino alla fine, quando inevitabilmente anche il settimo Horcrux deve morire.

Dante con la sua opera in mano e dietro la Montagna del Purgatorio. Alla sua destra le anime dannate entrano nell’ Inferno, mentre a sinistra si trova Firenze. Sopra ci sono invece i cieli del Paradiso. Affresco di Domenico di Michelino (1465) in Santa Maria del Fiore, Firenze

Nella Commedia, Dante non rinuncia al sette, numero importantissimo della Bibbia e della sua esegesi. Per cominciare, il viaggio di Dante nell’aldilà dura esattamente sette giorni, riferimento importante che dunque non va considerato nel suo inverosimile dato oggettivo ma come un vero e proprio simbolo: Dante non avrebbe mai potuto compiere tanta strada in così poco tempo, nonostante alcuni studiosi abbiano tentato di calcolarne un’effettiva durata. L’aspetto importante è il rimando proprio ad un numero fondamentale nelle Sacre Scritture, perché biblicamente il sette significa “Pienezza” o “Compiutezza” e la sua prima comparsa avviene nel libro della Genesi, quando Dio, dopo aver creato il mondo in sei giorni, il settimo si riposò e lo rese sacro. L’opera divina si era conclusa in sette giorni e il viaggio di Dante non è da meno, perché finisce con la visione di Dio stesso, Colui che impersona la completezza e la perfezione pura. Perciò egli ha raggiunto il culmine di tutto proprio durante il settimo giorno della Settimana Santa del 1300. Sette sono anche i vizi capitali secondo la dottrina cristiana, ai quali corrispondono altrettanti gironi del Purgatorio dantesco; ma sette sono anche le virtù, divise in teologali (tre: fede, speranza e carità) e cardinali (prudenza, giustizia, fortezza temperanza), alle quali sono dedicati molti riferimenti all’interno del poema. La preminenza del sette nella Bibbia investe anche la Commedia dell’importanza e del forte richiamo di questo numero, anche e soprattutto perché il capolavoro dantesco è pienamente imbevuto di dottrina religiosa. Dante era anche un profondo conoscitore del Libro dell’Apocalisse di San Giovanni apostolo, un testo sacro nel quale il sette ricorre parecchie volte durante le profezie della fine del mondo, stando ad indicare, anche in quell’occasione, la compiutezza della promessa divina del Giudizio Universale.

 

 

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