Il Superuovo

L’imperatore Giuliano e il Grande Gatsby ci insegnano che la nostalgia è canaglia

L’imperatore Giuliano e il Grande Gatsby ci insegnano che la nostalgia è canaglia

Cosa accomuna il personaggio più famoso di Francis Scott Fitzgerald all’imperatore apostata del IV secolo? Scopriamolo insieme!

Due uomini, due facce della stessa medaglia, due inguaribili sognatori, leader nella vita, giocatori d’azzardo nei loro sogni di nostalgica restaurazione. Ma, non provateci a casa: sognare l’impossibile accorcia la vita.

Gatsby vive in una scenografia di opulenta solitudine

“Non si può ripetere il passato”. Così un introverso Nick Carraway si espone alla tenace fermezza di Gatsby, interpretato da uno struggente Leonardo DiCaprio. Il film, che nel 2013 ha trasposto il romanzo capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, si sofferma sulla solitaria solidità drammaturgica del protagonista.

Il regista, Baz Luhrmann, è infatti ricorso alla migliore arma a sua disposizione: il delirio di una scenografia opulenta. Opulenza e delirio sono infatti gli ingredienti che animano le feste del miliardario più amato della letteratura, ma sono anche il credo dell’american way of life dei ruggenti anni ’20.

Fragili legami affettivi tenuti in vita dall’ebbrezza di serate estenuanti, musica che stordisce le coscienze dentro e fuori la villa di Gatsby, risate evanescenti e sarcasmo incompreso sono gli elementi del set già proposto all’interno del romanzo, e intensificati dal monumentale lavoro di Luhrmann. Perché, questa estenuante impalcatura di giostre alcoliche e proibite accentua l’impeccabile e solitaria sobrietà di Gatsby.

Il nostro protagonista è un uomo con un progetto, anzi, un sogno studiato nei minimi dettagli, ma impossibile da realizzare. Incompreso da una società che ha smesso di immaginare, confondendo il sogno con l’intorpidimento dell’alcool, guardato con sospetto e invidia per la sua fortuna, Gatsby è il prototipo dell’ultimo romantico, pronto a mettersi in gioco per la sua fede.

La “luce verde” dell’imperatore Giuliano è il paganenismo

E se si parla di fede, non si può non pensare all’ultimo degli imperatori romantici, Giuliano. L’imperatore apostata è vissuto nel IV secolo d.C., in un’epoca di disillusione, tra lo spopolare del barocchismo della retorica tardoantica e la spocchia delle comunità cristiane. Anche il IV secolo fu un’epoca di stordimento, più acustico che alcolico, di fede più che di feste.

L’instabile convivenza tra paganesimo e cristianesimo, le iperboliche performances di retori cristiani che non credono ai contenuti della paideia che insegnano, sono i segni della perdita di una vera bussola ideologica. La poesia mira a stupire e meravigliare più che a veicolare contenuti edificanti. La mitologia è una figura retorica, la religione pagana ridotta a “bignami” per la composizione di testi eleganti.

Il paganissimo Giuliano sogna ad occhi aperti il ritorno all’impero di Marco Aurelio, il filosofo che parlava con se stesso quando il neoplatonismo non era ancora considerato uno strumento di interpretazione del Vangelo. Giuliano, sogna tra sé, ma comunica con il mondo, nelle sue lettere, riguardo ai suoi propositi. Giuliano legifera contro gli insegnanti cristiani, in solitudine, vittima di un’ansia di riuscire, di fare il più possibile nella sua giovane vita.

Non si può ripetere un passato non vissuto

Anche Giuliano, come Gatsby aveva la sua “luce verde”, una speranza analogica davanti a sé. La “luce verde” di una genuinità perduta, di un passato che non si è ben conosciuto, un passato mitizzato perché non si è avuta la possibilità di viverlo per sbugiardarlo.

Gatsby sogna, personalmente, il ritorno dell’amore di una donna che non ha che assaporato in giovinezza. Giuliano, pubblicamente, il ritorno a una fede pagana che non ha mai vissuto se non nella bolla protetta e privilegiata del suo periodo di istruzione greca, con Mardonio e il caro Libanio.

Entrambi guardano davanti a sé un passato démodé che non hanno mai vissuto, nostalgici per l’infelice condizione del presente, insoddisfatti, testardi, caparbi e sentimentali. Soli, incompresi dal mondo che li circondava ostracizzandoli per la loro poetica diversità, sono eroi prometeici, inchiodati dalla storia a una vita di inappagamento.

Possiamo solo immaginare che anche Giuliano abbia avuto un Nick Carraway a ricordargli che il passato non può essere ripetuto, ma la storia ci insegna che la sua ansia di vivere, come quella vissuta da Gatsby, si è consumata negli anni di una giovinezza troncata all’improvviso.

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