Un servizio del tg1 poneva l’accento sull’evoluzione che la funzione di operaio ha assunto nella società odierna. Avanzava l’idea di operaio 4.0. Con lo sviluppo delle tecnologie assistiamo ad un progresso nel campo produttivo. Di conseguenza anche le mansioni che un operaio si trova ad affrontare sono differenti rispetto a quelle di un operaio di venti anni fa. Ma è lecito parlare di evoluzione del contesto culturale, è lecito allora parlare di evoluzione dell’operaio?

Il contesto culturale è in continuo mutamento, con le numerose influenze a cui è e siamo sottoposti. Non si può negare il fatto che effettivamente la realtà che ci circonda è in continuo cambiamento. Va da sé che con cambiamento si intenda un’evoluzione, una crescita culturale, poiché viene dato per scontato che la conoscenza e la scoperta di realtà differenti sia un motivo di crescita. In effetti è così.

Ma il concetto di evoluzione implica una realtà precedente a quella ‘evoluta’ che non è adatta alle esigenze di quest’ultima. Pertanto è necessario un cambiamento, un passo in avanti. Di conseguenza la realtà antecedente a quella ‘evoluta’, a posteriori verrà considerata come una realtà ‘primitiva’. Nel senso che non rispettava gli standard preposti e non rientrava nel canone di ‘progresso’ di un determinato periodo storico.

 

L’evoluzione dell’operaio

L’operaio si evolve nel momento in cui assolve alle richieste lavorative in modo differente rispetto al passato, nella misura in cui le azioni sociali di un operaio cambiano in base alla realtà culturale che lo circonda. Per esempio con le rivoluzioni industriali abbiamo assistito alla scoperta di nuove tecnologie, e l’innovazione in campo produttivo veniva accompagnata dall’innovazione delle mansioni degli operai. I quali si trovavano ad affrontare nuovi ambienti e situazioni, che non sempre rispettavano la dignità dello stesso operaio in quanto persona. Questa insoddisfazione e questo disagio sono stati le basi di molti sollevamenti di origine popolare.

La trasformazione del lavoro nell’era della digitalizzazione impone nuove figure professionali che prima non esistevano e crea un’evoluzione all’interno dei campi lavorativi già esistenti. L’industria 4.0 ha creato operai 4.0, i quali nel mondo sviluppato sono la maggioranza dei lavoratori. Coloro cioè che sono coinvolti in produzioni di alto contenuto tecnologico, sia di prodotto che di processo.
Lo stesso processo cognitivo è possibile ottenerlo riguardo la forza lavoro sul campo. I manutentori moderni devono possedere la capacità di utilizzare nuove tecnologie, come la realtà aumentata. Sebbene ci sia bisogno di essere a conoscenza degli schemi tecnologici più avanzati, questo ha la conseguenza di minimizzare al massimo il margine di errore.

Per essere operai al giorno d’oggi, quindi, è richiesto studiare, avere dimestichezza con la tecnologia. Anche se non è necessario ottenere una qualifica di livello avanzato in ambiti specifici di produzione, la maggior parte degli operaio sono, o si definiscono, ingegneri.

Charlie Chaplin nel film ‘Tempi moderni’.

È giusto quindi parlare di evoluzione operaia senza prendere in considerazione la realtà culturale circostante? Credo che si possa parlare di evoluzione del lavoro operaio solo nel momento in cui le richieste sociali cambiano e di conseguenza anche la realtà culturale si trova davanti ad un mutamento. Ma non è possibile prescindere da ciò. Non è possibile ottenere una visione completa dell’argomento se non si prende in considerazione la rete di fattori in continuo cambiamento che si trovano all’interno del processo produttivo. Credo che l’operaio sia solo un piccola parte di questo processo. La funzione dell’operaio così viene strumentalizzata, ma non è un termine di paragone nuovo, è sempre stato così, sin dai tempi del buon caro Marx e della teoria dell’alienazione anelante al processo produttivo.

Hans Magnus Enzensberger e ‘Il perdente radicale’

Enzensberger è uno scrittore, poeta, traduttore ed editore tedesco contemporaneo. Nel saggio ‘Il perdente radicale’ enuncia la tesi per la quale il perdente radicale è colui che è deriso dalla società, non si sente accettato all’interno di questa e sebbene tenda a rimanere in disparte e non notato dall’occhio altrui, mitiga sempre un azione violenta che attiri finalmente l’attenzione verso di lui e lo porti ad essere al centro dell’attenzione.
Ma non è solo il pensiero del prossimo che condiziona il perdente radicale, egli stesso deve essere convinto di esserlo. Non basta il condizionamento esterno, ma è quello interno che più lo influenza.

‘Parlare del perdente è difficile, e sciocco non parlarne. Sciocco, perché il vincente definitivo non può esistere e perché a ciascuno di noi è riservata la stessa fine, sia esso il megalomane Bonaparte o l’ultimo mendicante sulle strade di Calcutta. Difficile, perché è troppo facile accontentarsi di una simile banalità metafisica. In tal modo, infatti, non si coglie l’effettiva dimensione dirompente: quella politica.’

Dei sentimenti altrui poco gli importa, mentre i suoi gli sono sacri. È sempre in procinto di esplodere, soprattutto quando viene sollecitato a farlo, per esempio con scherni e sminuimento della persona.
Sebbene le azioni violente che scaturiscono dalle azioni del perdente radicale possano sembrare isolate, sono in realtà collegate dal sentimento isolante di non essere riusciti ad ottenere accesso a una collettività. I perdenti radicali non si nascondono solamente dietro ad azioni eclatanti, come omicidi o sovversione dell’ordine sociale, ma anche dietro una prova d’esame o un’assicurazione che di rifiuta di pagare.

Nel momento in cui si ritrova all’interno di un conflitto non è capace di risolverlo e si ritrova coinvolto in esso all’interno di un conflitto di interessi, il compromesso, che è in grado di disinnescare la sua energia distruttiva. ‘Ma anche il perdente radicale non è scomparso. Continua a stare tra noi. È un fatto inevitabile. In tutti i continenti sono disponibili strutture organizzative che lo accolgono a braccia aperte, solo che oggi in rarissimi casi si tratta di iniziative statali.’

Di conseguenza ognuno di noi può divenire un perdente radicale. Per esempio gli stessi operai che soggiogati da una forza superiore che li obbliga a lavorare in modo disumano, possono essere l’esempio più calzante di perdente radicale: ricoprono una posizione’ nascosta’ nella società, nessuno bada alla loro condizione, se non coloro che fanno parte del gruppo sociale degli operai. Le azioni di riscatto rivoluzionarie che hanno fatto la storia possono essere considerate come azioni di esplosione e volontà di attirare l’attenzione, ma ovviamente non è l’unica chiave di lettura tra le tante altre possibili. Dovremmo quindi aspettarci forse un’azione che porti a porre l’attenzione sulla situazione operaia, prima o poi.

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