L’Europa dei diritti svela la complessità della polifonia immaginata da André Gide

In occasione della Giornata internazionale della donna si celebra in tutto il mondo tra festeggiamenti e proteste; anche in questa occasione, l’Europa appare divisa dalle sue discrepanze interne. 

Nella stessa settimana – quella dell’8 marzo! – in cui la Francia è il primo paese al mondo ad accogliere nella propria Costituzione il diritto all’aborto, l’Irlanda boccia il doppio referendum per rendere la sua meno sessista. Viene pertanto da chiedersi se si possa davvero parlare di identità comune europea, un concetto che affonda le sue radici nell’antichità greco-romana ed è stato oggetto di numerose teorizzazioni nel corso dei secoli, ma che ancora oggi fatica a trovare effettivo riscontro.

Gli Stati europei a confronto sui diritti delle donne

La Francia rende onore alle sue storiche intellettuali femministe, come Olympe de Gouges, Hubertine Auclert e Simone de Beauvoir fra le altre, ratificando a livello costituzionale il diritto all’aborto libero e gratuito per tutte le donne. La sentenza, arrivata da Versailles, dove si sono riuniti parlamentari e senatori francesi per l’approvazione finale della legge, è stata accolta con grande clamore da cittadini e cittadine riuniti sulla terrazza del Trocadéro e intorno alla Tour Eiffel, che per l’occasione è stata illuminata con uno spettacolo di luci e con i più celebri slogan femministi, come “Mon corps, mon choix“. La notizia ha fatto il giro del mondo e di tutti i media internazionali, dalla BBC alla CNN.

È evidente che gli altri Stati membri dell’Unione Europea viaggino ciascuno a una velocità differente. L’Italia appare come sempre divisa nelle opinioni e invasa dalle polemiche: mentre nei maggiori capoluoghi della penisola la causa femminista ha trovato spazio fra numerosi cortei, accesi più che mai dalla consapevolezza di dover rivendicare l’8 marzo non come una festa in cui si regalano mimose alle donne, ma come un momento di lotta congiunta per far sì che vengano attuate urgenti riforme sociali, a livello istituzionale le celebrazioni si arrestano a discorsi vuoti e iniziative alquanto goffe e banali. A chi pensava, per esempio, all’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole per contrastare la violenza di genere, o di leggi che tutelino l’occupazione femminile come la parità salariale e la creazione di nuovi posti negli asili nido, ecco non uno, ma ben tre gusti di gelato dedicati alle donne, rigorosamente rosa!

L’Irlanda se non altro ci ha provato. Un’ala molto nutrita di elettori si è dimostrata retriva a rivedere la Costituzione in senso più laico, paritario e inclusivo per quanto concerne i diritti delle donne e il concetto di famiglia. Su queste tematiche, la Costituzione irlandese è ferma al 1937: la principale prerogativa della donna in quanto madre è la cura della casa e del nucleo familiare, che resta “fondato sul matrimonio”. Eppure, quanto presentato sul banco delle proposte non era così sovversivo: si trattava semplicemente di ampliare la concezione di famiglia come “relazione duratura” e “convivenza fra coppie o con i figli”, e di estendere il dovere della “cura domestica” a tutti i componenti della famiglia. Il Primo Ministro Leo Varadkar è stato meno fortunato del suo omologo francese Gabriel Attal, e non ha retto il confronto con la propaganda ultraconservatrice; d’altra parte, le proposte di legge sono state contestate anche dai partiti più a sinistra, i quali contestano alla maggioranza centrista che i quesiti erano formulati in maniera vaga e imprecisa.

Luci e ombre della cultura europea

È chiaro, pertanto, che in molti Paesi dell’Unione le istituzioni arranchino e fatichino a stare al passo con le istanze dei rispettivi popoli, che d’altronde presentano, nella stragrande maggioranza dei casi, idee, necessità, richieste e aspettative estremamente discordanti e polarizzati. Questa condizione di estrema frammentazione persiste tanto a livello locale quanto a livello internazionale; si può parlare, dunque, di identità comune europea?

L’Europa è da sempre crocevia di popoli e culture che, confrontandosi e talvolta mescolandosi, hanno dato luogo a un patrimonio sterminato, diversificato e multiforme, di lingue, tradizioni, usanze e costumi. Esistono tuttavia delle similitudini, dei punti di contatto che portano gli studiosi a parlare di “identità europea” o meglio, “identità europee“. Col tempo poi “cultura europea” è diventato sinonimo di “cultura occidentale“, per cui ad oggi risulta complesso individuare delle specificità europee in senso stretto.

In cosa consiste, quindi, questa conclamata “identità europea”? Si è visto come le istanze socio-culturali di ogni Stato membro siano troppo diversificate ed eterogenee perché abbia luogo una vera integrazione sovrastatale. Il sentimento di identità europea è poco diffuso e labile, laddove è presente: fino a questo momento, gli organi istituzionali dell’Unione si sono limitati alla creazione di una comunità meramente economica e politica, in nome di una conclamata eredità culturale comune che tuttavia nessuno di coloro che se ne è reso portavoce ha ben distinta l’essenza. In realtà, tale retaggio si fonda su entità che si possono facilmente riscontrare in molte manifestazioni e movimenti tradizionalmente associati alle culture nazionali, che hanno plasmato il nostro modo di vivere e di pensare: la cultura classica, la religione ebraico-cristiana, il Medioevo, il Rinascimento, il Romanticismo, il razionalismo, l’individualismo, la democrazia. Ahimè, anche il capitalismo, il colonialismo e il patriarcato, che sono fra gli aspetti che più di tutti necessitano una revisione per quella che è la sensibilità odierna.

André Gide sul futuro dell’Europa

Molti pensatori occidentali hanno tentato di mettere a fuoco una loro prospettiva del concetto di “Europa”. Fra questi, spicca la voce di André Gide, che in un periodo di forte instabilità internazionale come quello fra le due guerre mondiali, vede nell’Europa come l’ultimo faro di speranza prima che l’esasperato individualismo delle nazioni causi la definitiva rovina dell’umanità.

Ma cosa sarà l’Europa di domani? […] nessun paese d’Europa può più aspirare a un progresso reale della propria cultura isolandosi, né senza una collaborazione indiretta con gli altri paesi […] tanto dal punto di vista politico quanto economico e industriale – insomma, da tutti i punti di vista – l’Europa intera corre verso la rovina, se ogni Paese d’Europa non accetta di prendere in considerazione altro che la propria salvezza particolare“.

Nella raccolta di saggi “Il futuro dell’Europa e altri scritti” Gide, europeista laico, pensa l’Europa come un insieme di voci diverse che non devono rinunciare alla propria individualità; questa, al contrario, deve risuonare come le note di uno spartito ideato e messo a punto per un “concerto europeo“. A tal proposito, riecheggia nella posterità una delle sue affermazioni più famose: “È rendendosi il più possibile particolari che si serve meglio l’interesse più generale”.

Gide è uno dei più ferventi sostenitori della creazione di un canone letterario europeo condiviso, che raccolga testi facili da tradurre da una lingua all’altra, in modo da agevolare la diffusione di istanze comuni e uniformi nelle loro particolarità: un’opera letteraria che si rispetti non può non essere rappresentativa del suo paese d’origine, ma deve veicolare un messaggio universale, nel quale tutti gli uomini possano riscoprire quanto li accomuna al prossimo.

 

 

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