L’eredità del Jova Beach Party raccolta da The Ocean Cleanup: ripulire gli oceani dalla plastica

La sfida di The Ocean Cleanup e il messaggio ambientalista di Jovanotti sono l’eredità dell’estate appena conclusa.

Illustrazione del progetto The Ocean Cleanup

È stato l’evento musicale dell’estate. Più che un concerto, potremmo definirlo una “nazione temporanea”. Stiamo parlando del Jova Beach Party, un’esperienza che ha comunicato a gran voce, fino a strapparsi le corde vocali, il problema dell’inquinamento degli oceani.

Il messaggio per l’ambiente lanciato dal Jova Beach Party

Succede sempre qualcosa di magico il giorno dopo il Jova Beach Party. È come se un’atmosfera di ciò che è stato restasse presente. La spiaggia rimane più pulita di come l’abbiamo trovata, la gente si sente più attenta, meno disposta a sporcarla. Mi sento di dire che prendersi cura dell’ambiente è la cosa più rock’n’roll che possiamo fare nel mondo di oggi.” Sono parole pronunciate da Jovanotti il 28 agosto a Lignano Sabbiadoro. È il messaggio centrale del Jova Beach Party, il metaconcerto che ha attraversato le spiagge della penisola nel corso dell’ultima estate. Una città invisibile uscita dal romanzo di Italo Calvino, connubio di grandi artisti, immenso dj-set, Woodstock del terzo millennio. È difficile dire se il JBP sia stato più un concerto attento all’ambiente o più una manifestazione ambientalista a base musicale. Ciò che è certo è l’eredità lasciata.

Ricorrente di tappa in tappa è infatti il messaggio sull’inquinamento degli oceani. “Trent’anni fa era difficile immaginare pezzi di plastica in mezzo al mare“, dice uno dei video presenti nel corso del concerto “oggi invece i nostri oceani hanno più plastica che pesci.” È una delle tante provocazioni, uno dei molti messaggi importanti lanciati nel bel mezzo del pomeriggio spensierato, tra una canzone e l’altra. Eppure, una volta calato il sipario, questa è l’eredità che rimane. È il cuore pulsante del Jova Beach Party, lo si può ascoltare solamente quando si abbassa la musica.

Jovanotti sul palco principale del Jova Beach Party

La Great Pacific Garbage Patch è l’emblema dell’inquinamento umano

Ciò che è stato riportato riguardo alla plastica negli oceani è purtroppo vero. Trova il suo emblema in quella che è stata definita come Great Pacific Garbage Patch, ossia “grande chiazza di immondizia del Pacifico”. Si tratta di un enorme accumulo di spazzatura nella zona settentrionale dell’Oceano Pacifico. L’estensione dell’isola non è stabilita con certezza, ma potrebbe aggirarsi tra i 700 mila e i 10 milioni di chilometri quadrati, ovvero da un’area poco più grande della Spagna a una più estesa degli Stati Uniti. In essa si trovano più di 3 milioni di tonnellate di detriti (anche se alcune stime non ufficiali parlano di valori superiori di almeno due ordini di grandezza). La sua origine è dovuta al verso delle correnti oceaniche che spingono la plastica caduta in mare in un vortice a spirale. La corrente interessata è chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico. I problemi legati alla sua presenza sono molteplici. Diversi esemplari della fauna locale muoiono soffocati a causa dell’ingestione della spazzatura. Inoltre, le microplastiche possono rientrare nella catena alimentare degli organismi marini e risalire fino all’uomo, aumentando il rischio di problemi tossici e cancerogeni. Infine, non è da escludere che in tale chiazza di immondizia possano proliferare innumerevoli agenti patogeni.

È poi opportuno sottolineare che l’isola non è l’unico ammasso di spazzatura presente nei mari. Ne esiste almeno un secondo di densità simile nella parte settentrionale dell’Atlantico (North Atlantic Garbage Patch), mentre potrebbero essere in via di formazione altri tre accumuli, uno nell’Oceano Indiano e due nelle parti meridionali di Atlantico e Pacifico.

Fotografia della Great Pacific Garbage Patch

La fondazione di The Ocean Cleanup e i primi risultati delle nuove tecnologie

Una reazione al problema è stata la fondazione di The Ocean Cleanup da parte dall’olandese Boyan Slat nel 2013. Scopo della ONG è quello di sviluppare nuove tecnologie per poter ripulire gli oceani dalle masse di plastica. Diversi sono stati gli step che hanno portato allo sviluppo di un primo progetto. Sin dal 2014 l’idea era quella di realizzare una barriera di tubi a forma di U che potesse trattenere al suo interno la plastica intercettata. Prove sperimentali su modelli in scala furono effettuate nel corso del 2015 per testare la dinamica del sistema sollecitato da onde e correnti. I dati ottenuti permisero una modellazione al calcolatore della tecnologia in via di sviluppo. Successive prove in mare aperto ebbero luogo nel 2016. Scopo di queste ultime fu quello di definire un materiale che consentisse alla barriera di essere sufficientemente flessibile da non rompersi, ma abbastanza rigida da non perdere la sua forma ad U. Fu scelto di utilizzare tubi in polietilene ad alta densità (HDPE). Nel 2017 furono apportate ulteriori innovazioni al design delle barriere. In particolare, si scelse di costruire barriere di un chilometro di lunghezza, rallentate da un’ancora per evitarne la deriva. Nel 2018 il primo prototipo di questa tecnologia (chiamato Wilson, in omaggio al film Cast Away) fu testato direttamente nella Great Pacific Garbage Patch. Dopo una serie di correzioni che hanno richiesto più di un anno, a ottobre 2019 il sistema è apparso, finalmente, efficace.

Il sistema di The Ocean Cleanup

Il suo funzionamento odierno è il seguente. La barriera ad U intercetta tutta la plastica fino a tre metri di profondità. Sia il sistema che la plastica sono trasportati da tre forze principali: le onde, le correnti e il vento. Tuttavia, per catturare i detriti ci deve essere una differenza di velocità tra i due. Questa differenza di velocità è ottenuta grazie ad un’ancora galleggiante a paracadute che rallenta la deriva del sistema. La plastica, in questo modo, “arriva” più velocemente verso la barriera che ne impedisce l’ulteriore diffusione.  Dopo aver raccolto una certa quantità di spazzatura, questa viene rimossa dal centro della barriera grazie ad alcune navi di supporto. I materiali raccolti vengono poi destinati, quando è possibile, ad essere riciclati. I progetti per il futuro sono quelli di introdurre una flotta di sessanta sistemi di questo genere entro il 2021, con la prospettiva di dimezzare la presenza della plastica nella regione del Great Pacific Garbage Patch in un tempo stimato di cinque anni.

Seguiremo con attenzione gli sviluppi di questa speranzosa avventura che, stando alle parole di Jovanotti, potrebbe essere il progetto più rock’n’roll del mondo di oggi.

Le forze agenti sul sistema ad U

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