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Leopardi amava la vita: D’Avenia e Vecchioni gli ridanno luce nuova

Per quanto se ne possa dire, Leopardi amò profondamente la vita. La sua non fu certo un’esistenza facile, ma, pur avendo tutte le ragioni per farlo, non accettò mai di arrendersi. E, pur nella fragilità fisica, nell’essere confinato in una Recanati a lui stretta, nel non essere compreso dai suoi contemporanei, e sentendosi come un passero solitario, capì che la vita valeva la pena di essere vissuta e che forse un giorno le sue parole sarebbero state ascoltate. E così volle inizialmente ricercare la felicità in quello che aveva a sua disposizione: i libri della biblioteca paterna. Determinato a tutti i costi, imparò da sè lingue come il greco, il latino, il sanscrito, per poter comprendere ancora meglio le parole degli antichi e sperare di afferrare almeno un po’ quella felicità. Ma ben presto si rese conto che il segreto della felicità era altrove. Così, a soli 19 anni, scrisse ad uno degli intellettuali più importanti del suo tempo, Pietro Giordani, dicendo che, dopo aver visto una meravigliosa giornata di primavera, voleva assolutamente diventar poeta per trasmettere la bellezza di quello che aveva visto. Non poteva aspettare. Per lui era peccato mortale lasciar spegnere quel suo ardore di gioventù.

L’immaginazione: una strada verso la felicità

Direste mai che Leopardi addirittura elaborò una teoria del piacere, ossia della felicità? Che, proprio lui che ne aveva tutto il diritto, anziché ammettere che l’uomo non può far altro che accettare passivamente questa vita, che è fatta di sofferenza, sia stato invece sempre speranzoso?

In realtà non è mai stato pessimista. Anzi, nella sua breve esistenza amò molto la vita, ma la vita fu crudele con lui, come lo è spesso con gli uomini, ingannandolo con vane speranze ed illusioni di gioventù. E quando capì di esser stato ingannato per tutto questo tempo, si domandò solo “perchè?” O’ natura, o’ natura, perchè non rendi poi quel che prometti allor? Perchè di tanto inganni i figli tuoi? Pur essendo a un passo dal dire che non esiste alcuna felicità per l’uomo, lui che la felicità l’aveva cercata così tanto, non si arrese e si ricordò di quella sensazione che lui stesso aveva provato quando fuori casa si divertiva a guardare le stelle, a immaginare cosa ci fosse dietro quella siepe. Al di là dei problemi, della vita che sembra andare sempre peggio, dei coetanei che ti chiamano ranocchio perchè sei un po’ diverso, dei genitori che ti sgridano, di quella Recanati che sembra così isolata da tutto e tutti.

È nell’Infinito – uno dei suoi Canti più belli, che quest’anno celebra i suoi 200 anni di composizione – che ci dona la chiave per trovare la felicità, ovvero l’immaginazione. Quell’unica cosa che può soddisfare il desiderio infinito di piacere che tutti gli esseri umani provano. Proprio questa, infatti, ci consente di andare oltre, oltre la sofferenza, oltre i limiti che la vita ci impone e ci fa viaggiare fino a perderci e naufragare.

Infinito – testo originale

E come non viaggiare insieme al poeta quando dice “Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo“? E come non sentire quanta speranza c’è nel Sabato del villaggio, quando dice: ” Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave “? E ancora, nella Quiete dopo la tempesta: ” Sì dolce, sì gradita. Quand’è, com’or, la vita? “

D’Avenia e Vecchioni ci parlano dell’amore di Leopardi per la vita

Alessandro D’Avenia, con il suo libro “L’arte di essere fragili “, ha voluto ridare vita a questo autore, sottolineando come in lui non bisogna vedere un pessimista, ma un amante della vita che trasformò il suo dolore in speranza e grinta. E così ci descrive Leopardi come un uomo capace di scegliere il proprio destino e non di subirlo passivamente. Come un uomo sensibile e fragile, nel senso latino che indica l’abilità di”spezzarsi”. Il suo libro è strutturato come una specie di lettera al poeta, in cui D’Avenia si prefigge anche di portare a termine uno dei progetti incompiuti di Leopardi, quello di scrivere una Lettera a un giovane del ventesimo secolo. Proprio con questo libro, uscito nel 2016, D’Avenia apre gli occhi a chi ancora oggi si ostina a vedere solo l’apparenza e non la grandezza di un autore che dovette patire molto, ma seppe rialzarsi sempre con coraggio.

Allo stesso modo, Roberto Vecchioni, nel suo nuovo album, “L’Infinito“, nella traccia omonima, dà vita a questo autore, mettendosi nei suoi panni. E ci regala un testo che è un manifesto di verità e bellezza, quei due opposti che Leopardi stesso ricercò per tutta la sua vita. Verità perchè ci mostra un Leopardi stanco di soffrire, isolato da tutti, che sta per morire e si rivolge al suo unico e caro amico, Antonio Ranieri. Bellezza perchè nonostante ciò, continua ad amare la vita e in un passo dice:

” Amare la vita e la vita che non ti ama e non ti vuole. E forse l’infinito non è al di là, è al di qua della siepe. Totonno, è troppo tardi e non c’è via d’uscita, bisogna solamente, credimi, aggrapparsi alla vita. E non chiedere invano, al cielo, al mondo e a Dio, perché ogni destino nasca dentro un addio. Ma tu che mi conosci, almeno tu che sai, diglielo tu che il mondo io non l’ho odiato mai. E se mi sono perso a vagar l’infinito punivo l’universo di un amore tradito: tramontata la luna torna di nuovo il sole, vattene via per sempre, vattene via dolore. ”

Eleonora Raso

 

 

 

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