Il Superuovo

Le voci dei matti emergono dalle registrazioni di Arezzo e dagli scritti di Pirandello

Le voci dei matti emergono dalle registrazioni di Arezzo e dagli scritti di Pirandello

La voce della follia che si trovava già negli scritti di Pirandello appare ora nelle registrazioni dei pazienti del vecchio ospedale neuropsichiatrico di Arezzo.

È l’estate del 1977 e Anna Maria Bruzzone si trova nei pressi di Arezzo, dove l’ospedale neuropsichiatrico è già in dismissione. Scorge una signora passeggiare e le chiede di raccontarle la sua condizione e la sua esperienza all’interno del manicomio, ma quella è sfuggente: non vuole parlarne perché vuole solo dimenticare quella vita. Ma la ricercatrice non si arrende, e piano piano riesce a raccogliere una quantità significativa di testimonianze.

Nei nastri ci sono le voci dei matti

Si riteneva perduto, l’archivio di Arezzo, e invece è stato trovato nel 2016 a Torino, nella casa dove ha vissuto l’insegnante e ricercatrice Anna Maria Bruzzone. Grazie al lavoro di questa donna oggi è possibile compiere studi sugli ospedali psichiatrici ascoltando le testimonianze di chi ci ha vissuto. I nastri riemersi ci raccontano la vita nei reparti della cittadella manicomiale e costituiscono una raccolta unica in Italia e forse in Europa. Tra le voci c’è per esempio quella di Elvira, che racconta di chi veniva legato in un letto ingiustamente. Anche lei veniva legata, ma riusciva a sciogliersi con una tecnica tutta sua: “io sono stata una serpe, sempre, una serpe” racconta. Tra i ricordi peggiori c’è quello legato alla cosiddetta “inquiete”: l’ambiente delle torture, dove i pazienti poco docili e difficili da tenere a bada venivano spediti. Erano diversi, i tipi di inquiete, che poteva essere leggera oppure mortale. Si sapeva poco di quegli ambienti, dove di sicuro c’è che i pazienti venivano costretti a vivere come delle bestie, privi di igiene e privati della dignità di esseri umani. Eppure a quelli sarebbe bastato così poco: stare un po’ all’aria aperta, godere del sole d’estate. “Eravamo schiavi, quella è schiavitù!”

Anna Maria Bruzzone

Pirandello e la follia

Quello della pazzia è uno tra i temi ricorrenti delle opere di Luigi Pirandello, che la vedeva come l’unica strada per l’autenticità. Dagli scritti del celebre autore emerge quasi un rifiuto della visione positivistica della psicologia umana: chi per il Positivismo è pazzo, per Pirandello è solo un individuo che riesce a guardare più lontano. Anche il linguaggio è differente, tra i personaggi dei suoi racconti. Il lessico scientifico appare spesso poco preciso e impiegato per delle formulazioni errate, mentre i personaggi in preda alla follia si servono di espressioni poetiche. È la poesia, dunque, il linguaggio della follia.

Il treno ha fischiato…

Il pensiero di Luigi Pirandello sulla follia emerge chiaramente dalla novella “Il treno ha fischiato…”, pubblicata per la prima volta nel febbraio del 1914. Belluca è il protagonista, che vive ingabbiato tra il suo lavoro e una condizione familiare poco serena. Follia e rivelazione si fondono quando una sera il rumore di un treno in lontananza risveglia ogni sua consapevolezza perduta: fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava  […] sì, sapeva che la vita si viveva! Così si ribella, Belluca, inveisce contro il superiore, e come se fosse impazzito viene legato e portato all’ospizio dei matti.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: