Il Superuovo

La Rivoluzione Russa e la fine della dinastia Romanov: discutiamone con il film “Anastasia”

La Rivoluzione Russa e la fine della dinastia Romanov: discutiamone con il film “Anastasia”

Nota come evento chiave della nuova apertura ideologica caratterizzante il XX secolo, la Rivoluzione Russa ha segnato la tragica fine della dinastia Romanov, conclusasi con il “mistero Anastasia”.

Datata 1917, la Rivoluzione Russa fu animata da un fervente desiderio di cambiamento, in opposizione alle strutture tradizionali esistenti nella Russia di inizio XX secolo. Tra queste rientrava il potere imperiale, rappresentato al tempo dalla dinastia Romanov, la quale ebbe una tragica fine.

La rivoluzione

Prima del 1917 la Russia si reggeva su una forma di potere che riconosceva nella figura dello zar il suo vertice. Egli lo esercitava in modo assoluto, secondo una forma da molti considerata arcaica, che ha conosciuto solo in tarda età cambiamenti che avevano caratterizzato in passato altre società. Solo nel 1861 ad esempio, venne ufficializzata l’abolizione della servitù della gleba, una classe in cui a lungo si trovarono collocati i contadini del paese. Nel corso dei decenni lo Stato cominciò ad essere segnato da arretratezza economica, una realtà che si aggravò nel corso del Primo conflitto Mondiale. In quegli anni infatti, le sconfitte militari derivanti dalle lacune nelle attrezzature fornite ai soldati vennero accompagnate dall’esponenziale crescita del prezzo del grano, il bene di primaria produzione dello stato. Una condizione percepita come ormai insostenibile dalla maggior parte dei cittadini e che indusse, nel febbraio del 1917, all’inizio della rivoluzione nota come Rivoluzione Russa. Cominciate con le mobilitazioni operaie che si riconoscevano ideologicamente nei concetti marxisti, le ribellioni orientate all’ottenimento di una migliore distribuzione di terre e beni cominciarono a Pietrogrado per poi estendersi nel resto del paese. I tentativi dello zar Nicola II di contenere le proteste furono vani, e lo costrinsero ad abdicare, scelta che aprì la strada alla costituzione della Repubblica. Se da un lato vi erano i menscevichi, orientati a collaborare con la classe borghese per raggiungere riforme politiche e sociali, dall’altro si trovavano i bolscevichi, che avevano come obiettivo l’affiancamento a operai e lavoratori nella conduzione di una vera e propria rivoluzione. Con il ritorno dall’esilio svizzero del leader bolscevico Vladimir Il’ič Ul’janov, noto comunemente come Lenin, le tradizionali istituzioni russe giunsero al capolinea. Nell’ottobre dello stesso anno il governo provvisorio organizzato a seguito della fine dello zarismo venne rovesciato e il potere venne interamente conferito ai neo-nati Soviet. Fu poi con la ritirata russa dalla Prima Guerra Mondiale  siglata dalla pace di Brest-Litovsk e la fine della guerra civile (combattuta tra l’armata bianca vicina allo zar e ai proprietari terrieri e l’armata rossa bolscevica e conclusasi con la vittoria di quest’ultima) che si arrivò alla nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

L’allontanamento della famiglia Romanov e la strage

A seguito dell’abdicazione, Nicola II e la sua famiglia furono costretti a condurre una vita ben diversa rispetto a quella che avevano conosciuto fino a tale momento. L’impetuosa opposizione bolscevica alla famiglia imperiale rese necessario lo spostamento dei Romanov prima nella residenza di Tsarskoe Selo (i cui confini potevano essere varcati dai membri della famiglia solo sotto autorizzazione del governo provvisorio), poi a Tobol’sk, a Ekaterinburg e infine a Casa Ipat’ev. Quando i bolscevichi raggiunsero il potere, il destino di Nicola II, la moglie Aleksandra e i figli ebbe un’incrinatura drastica. Costretti a vivere segregati dalla società, sottoposti a periodici controlli e frequenti violenze, i membri della famiglia Romanov non furono più in grado di gestire i propri beni. Oltre a quelle fisiche, anche le imposizioni psicologiche furono pesanti, ad esempio le finestre delle varie camere vennero sprangate, rendendo impossibile osservare quanto stesse accadendo oltre le mura di Casa Ipat’ev. L’isolamento forzato costrinse i Romanov a notificare ogni spostamento nei corridoi dell’edificio anche per usufruire dei servizi di primaria necessità come il bagno. Le guardie perlustravano ogni angolo dell’abitazione, ma l’obiettivo era quello di porre fine alla dinastia Romanov, che anche se senza potere continuava a simboleggiare il passato autocratico. Fu nel 17 luglio 1918 che si concretizzò tale decisione, quando alcuni membri della polizia segreta bolscevica attuarono l’esecuzione della famiglia. La pratica durò per svariati minuti, poiché le figlie sopravvissero ai primi colpi d’arma da fuoco grazie ai gioielli che nascosero sotto le proprie vesti.

Il mistero “Anastasia”

Prodotto nel 1997, il film d’animazione intitolato Anastasia racconta in modalità romanzata e distante dal reale svolgimento degli avvenimenti la vita di Anastasia Romanov. Nonostante si concentri primariamente sul controverso ruolo di Grigorij Rasputin (figura storicamente esistita a fianco della famiglia Romanov), la pellicola offre una differente visione della figura della figlia di Nicola II. Con lo scoppio della rivoluzione bolscevica, quella che allora era solo una bambina si trovò a trascorrere l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza presso un orfanotrofio situato vicino a San Pietroburgo con il nome Anya, avendo come unico legame con la vita passata un ciondolo regalatole dalla nonna, ormai in esilio a Parigi. Quanto rappresentato dal film permette comunque di approfondire la vicenda nota come “il mistero di Anastasia“. Con questa denominazione si fa riferimento alla vicenda di Anna Anderson, una donna che nel febbraio del 1920 venne ritrovata in prossimità di un ponte di Berlino. A causa del suo precario stato psicologico, la donna venne ricoverata presso un ospedale psichiatrico, dove affermò di essere Anastasia Romanov. Per avvalorare la sua tesi, la donna fornì racconti relativi alla sua fuga dall’eccidio e ai membri della sua famiglia. Si aprì una vera e propria inchiesta, che coinvolse magistrati e giornalisti e che portò la donna a spostarsi, dopo le dimissioni dall’ospedale, nella Foresta Nera sotto il nome di Anna Anderson. Una vita complessa la sua, che fu costretta a fare ritorno in manicomio, nonostante i tentativi del marito Manahan di assisterla nell’evasione. Il 12 febbraio 1984 morì di polmonite, lasciando aperto il giallo che vedeva da un lato molti sostenitori di quanto da ella dichiarato e dall’altro altrettanti oppositori che la descrivevano come truffatrice. Fu solo nel 1994 che la verità venne a galla: a seguito delle analisi del Dna eseguite su alcuni resti appartenenti ad Anastasia Romanov, si concluse che quanto raccontato da Anna era frutto di una costruzione distorta elaborata dalla donna, e che lei non era affatto Anastasia. Si tratta comunque di una vicenda che ha rianimato il ricordo della triste fine a cui i Romanov vennero condannati, e che per qualche tempo ha mantenuto vivo il pensiero che almeno un membro della famiglia potesse essere sfuggito a tanta violenza.

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