Le tachigrafie ci accompagnano da secoli, prima nei manoscritti e poi negli sms

Scrivere è un’attività faticosa, sia che si tratti si vergare a mano lunghi testi, sia che si tratti di scrivere messaggi utilizzando uno smartphone. Per fortuna ci vengono in aiuto le tachigrafie!

Le tachigrafie, conosciute più comunemente come abbreviazioni, sono nate per i motivi più disparati ma vantano una genealogia molto nobile. Scopriamo come e perché si utilizzavano, in relazione anche alle abbreviazioni più usate durante la copiatura di un testo manoscritto.

Le tachigrafie

Il termine tachigrafia deriva dall’aggettivo greco ταχύ, cioè veloce, unito al nome γραφή, cioè grafia, scrittura: tachigrafia significa così scrittura rapida, veloce e, in pratica, abbreviata. Esse ormai, pur facendo parte della nostra vita quotidiana, sono diventate quasi inutili poiché sono rarissime le occasioni in cui  dobbiamo obbligatoriamente scrivere avendo a disposizione un limitato numero di caratteri. Ormai non sono più utilizzate per necessità ma per comodità. Sulla loro nascita non abbiamo molte notizie e probabilmente la necessità di abbreviare le parole è sorta il giorno seguente a quello in cui è nata la scrittura, ma possiamo dire qualcosa circa il loro periodo aureo. Il termine tachigrafia è utilizzato generalmente in campo linguistico e, sebbene il fenomeno possa sembrare banale, non lo è affatto. I motivi per cui si abbrevia quanto scriviamo sono infatti tra i più svariati ma riconducibili a due esigenze: la necessità di risparmiare spazio o l’abitudine. Per quanto riguarda la prima farò l’esempio per eccellenza: l’sms.

L’SMS

Sms è un acronimo (attenzione: NON una tachigrafia!) e sta per short message service. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, la comunicazione avveniva prettamente previo l’utilizzo degli SMS che avevano un costo fisso e un numero di caratteri prestabilito. 160 erano infatti i caratteri compresi in un messaggio: che se ne scrivesse uno o 159, il costo dell’SMS era sempre lo stesso. Ma attenzione: se i caratteri scritti erano 161, ecco che allora il costo del messaggio era doppio. Da qui nacque l’esigenza di massa di utilizzare le abbreviazioni. “Ciao cm stai? Io cmq tt bn gg trn a casa presto xk ho da fr tvttttb”. Questo poteva essere un esempio di sms con ben già un centinaio di caratteri circa. Questo tipo di scritture, così abbreviate, era particolarmente diffuso tra i giovani, che fossero ragazzi o ragazze. Se invece si considerava la fascia di popolazione più adulta, si è notato che in genere gli uomini, non avendo molto da dire, non avessero la necessità di abbreviare e quindi tendessero a scrivere le parole per intero. Una testimonianza di ciò, è ancora oggi sotto i nostri occhi: anche se Whatsapp è gratis, gli uomini rispondono molto più concisamente rispetto alle donne. Per queste ultime, il problema era molto evidente e, per risparmiare, era necessario scrivere in modo così abbreviato che il ricevente a stento comprendeva il contenuto del messaggio. In più, a facilitare le cose, per chi si ricorda c’era il t9. Maledetto.

Una volta i telefoni avevano i tasti…

Una volta infatti, tanto tempo fa, i telefoni avevano i tasti. I tasti variavano in numero da 12 a 15 circa e l’alafabeto era contenuto nei tasti dei numeri da 2 a 9. Tre o quattro lettere per tasto. Il che vuol dire che se non usavi il t9, per scrivere la s, dovevi schiacciare il 7 ben quattro volte. Per i giovani uno strazio. Ecco che allora si impostava il t9: il tasto veniva schiacciato una sola volta per lettera e il telefono capiva da solo che parola tu volessi comporre. Peccato che i tasti da schiacciare per scrivere ad esempio cane, erano i medesimi che dovevi schiacciare per scrivere dame: per quanto la tecnologia fosse all’avanguardia, erano pur sempre gli anni Novanta. Immaginate cosa capiva il telefono quando venivano scritte le abbreviazioni. Con la nascita di Whatsapp le cose cambiarono e il numero dei caratteri non fu più un problema. Tuttavia qualcuno di particolarmente affezionato alla scrittura della sua giovinezza, ancora adesso invia messaggi ricchi di k, x.

I manoscritti

Se oggi c’è ancora qualcuno che abbrevia, se pur l’unica fatica che deve fare è quella di schiacciare un tasto, provate ad immaginare cosa avrebbe fatto se avesse dovuto copiare a mano l’intero Bibbia di Teodulfo. Ecco, le abbreviazioni sarebbero state così incomprensibili che avremmo tuttora problemi a comprendere la lingua in cui è stata copiata. Per fortuna le abbreviazioni dei manoscritti sono abbastanza codificate e i monaci, pazienti uomini grazie a cui è stata conservata l’interezza della letteratura a noi pervenuta, avevano regole ferree. Le abbreviazioni dei manoscritti erano sostanzialmente di due tipi, uno dei quali… simile almeno in parte alle tachigrafie del periodo degli sms. Ad esempio il cum era abbreviato con una c leggermente allungata, e l’et veniva scritto più o meno così: &. Altre volte invece succedeva che si abbreviasse qu, magari scrivendo una q con una stanghetta, oppure il pro. Un altro tipo di abbreviazione era definita titulus e consisteva nella sovrascrittura di alcune lettere, principalmente mn che venivano poste sopra la lettera che le avrebbe dovute precedere. Così, ad esempio, si sarebbe potuto scrivere māoscritto! Esse, se pur diverse da quelle a noi più vicine, sono la testimonianza di una modalità di scrittura antica, ma non così tanto.

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