Le Regole d’Ampezzo: il lascito feudale al ventunesimo secolo

Il mondo risulta nientemeno che un susseguirsi d’influenze. Epoche passate, stili di vita e pensieri tra i più concettualmente disparati hanno contribuito al suo mutamento sino al raggiungimento della forma che noi, oggi, conosciamo. Dunque, pare lecito chiedersi se esista un qualcosa che abbia mantenuto pura la propria natura lungo l’intrepido trascorrere dei secoli, un qualcosa che, se ben osservato, rimandi direttamente al passato. Le Regole di Cortina d’Ampezzo, ridente località dolomitica, forniscono, di ciò, un perfetto esempio.

Ma cosa sono le Regole d’Ampezzo?

‘Vicinie’, ‘Regole’, ‘Partecipanze’, ‘Consorterie’ sono alcuni tra i nomi che contraddistinguono le proprietà collettive sopravvissute in molteplici località europee. A Cortina, ove per l’appunto boschi e pascoli risultano da secoli proprietà collettive della comunità originaria, vigono le Regole d’Ampezzo. L’utilizzo massivo delle risorse forestali e pascolive, in tempi passati, rappresentò la fonte essenziale dei mezzi di sopravvivenza e sostentamento per la popolazione ampezzana, regolamentando il rapporto tra uomo ed ambiente e permettendo un uso sostenibile del territorio naturale della valle. Tale ordinamento, di origine particolarmente antica – da ricercare nella necessità dei primi abitanti della conca di organizzarsi contro le difficoltà di sopravvivenza legate all’ambiente montano – stabilisce diritti collettivi di godimento e gestione del territorio: le terre, di fatto, non possono essere vendute, né sono soggette a mutamenti di destinazione, poiché considerate patrimonio naturale, culturale ed economico da trasmettere ai figli, ove sussiste un uso ambo conservativo e produttivo. Inizialmente due – ‘Ambrizola Falzarego’ e ‘Larieto’ – ora le Regole risultano ben undici, unite in comunanza da circa vent’anni e gestite dai Regolieri, i capifamiglia discendenti dall’antico ceppo ampezzano. L’amministrazione del patrimonio comunitario, che comprende altresì la preservazione della lingua e della stirpe, viene conseguita attraverso i Laudi, ovverosia le antiche leggi approvate dall’assemblea costituita dai capifamiglia. Una simile branca legislativa, infatti, funge da raccolta delle consuetudini regoliere, in origine trasmesse oralmente e poi trascritte in via definitiva nel XIV secolo. Al giorno d’oggi, il Laudo regolamenta la mera vita dell’istituzione regoliera, stabilendo gli organi amministrativi e le loro funzioni, prevedendo le tipologie di attività territoriali e fissando i termini e le modalità di concessione nel caso in cui queste fuoriescano dalla tradizione. Il riferimento al sistema feudale tipico del periodo medievale viene perfettamente incarnato dalla figura del ‘Marigo’, il mero capo d’ogni Regola. Questi, infatti, era assistito dai ‘Laudatori’, i quali fungevano da consiglieri, dai ‘Saltari’, nientemeno che guardie del pascolo, dal ‘Cuietro’, un cassiere, e dal ‘Precone’, una sorta di messo atto all’esecuzione dei pignoramenti. Ogni carica era annuale e gli eletti dovevano giurare sul Vangelo la propria dedizione alla causa, venendo persino multati attraverso pignoramenti e forzati al lavoro in caso di rifiuto.

L’adeguamento all’odierno

Chiaramente, al giorno d’oggi, gran parte del Laudo consiste unicamente in un mero ricordo, sebbene talune pratiche risultino tuttora applicate, alla stregua del diritto del regoliere acquisito dal primogenito maschio o, in caso di mancanza di questi, dalla primogenita femmina. Tuttavia, ciò non toglie che tale tipicità gli abbia consentito una permanenza ed una stabilità secolari, persino ora che il mondo pare desiderare sempre maggiormente un cambiamento di rotta. Le Regole d’Ampezzo potrebbero cessar d’esistere in una realtà tanto multiculturale quanto poco tradizionalista? Forse. Ma, fintanto che la loro struttura si mantiene stabile, approfittiamo del frutto d’un simile lavoro, godendoci le meraviglie della beneamata conca dolomitica.

Simone Massenz