Le proteste pro-democrazia in Myanmar ci spiegano la teoria dei giochi in politica

Le proteste pro-democrazia in Myanmar sono, oggi, sulle bocche di tutti: ma avranno successo? Per rispondere a questo interrogativo, avvaliamoci della teoria dei giochi. Pronti?

Dal primo febbraio 2021 dobbiamo fare i conti con notizie tragiche provenienti dall’ex Birmania: il regime democratico di Aung San Suu Kyi ha subito un golpe militare. Le comunicazioni nel Paese e tra questo e l’estero sono state interrotte, gli aggiornamenti che ci arrivano sono pochi e sporadici. Da quel giorno, è iniziata una lunga serie di proteste, portate avanti soprattutto da giovani. Riusciranno a riottenere un regime democratico? Proviamo a spiegarlo con la teoria dei giochi.

Il golpe in Myanmar

Ricapitoliamo in breve ciò che è successo. L’8 novembre 2020 si sono tenute le elezioni legislative birmane, vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, mentre la compagine rivale, il Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, molto vicino agli ambienti militari, conquista solo una manciata di poltrone. Il 26 gennaio 2021, il generale e capo delle forze armate Min Aung Hlaing contesta pubblicamente l’esito delle elezioni, richiedendo un ulteriore conteggio, pena l’uso della forza. La commissione elettorale ignora le accuse e solamente sei giorni dopo si vedono le sanguinose conseguenze. Il primo febbraio, Aung San Suu Kyi, il presidente birmano e i capi di partito più importanti vengono arrestati dall’esercito. Poco dopo, giunge la dichiarazione di stato di emergenza per un anno, durante il quale il potere sarà legittimamente nelle mani del generale Min Aung Hlaing. La giustificazione di questo rovesciamento risiede proprio nelle presunte irregolarità commesse alle ultime elezioni. Le promesse dell’esercito sono relative all’instaurazione di un vero regime democratico e multipartitico. Ma siamo scettici.

Le proteste birmane

Da qui iniziano le proteste popolari birmane, guidate principalmente da giovani e attivisti pro-democrazia. Nonostante le difficoltà comunicative (niente telefono, internet bloccato e tv assente per ‘problemi tecnici’), moltissimi sono scesi in strada per manifestare pacificamente, armati solo delle tre dita alzate. Ma è già troppo per l’esercito: il tutto è stato represso nel sangue ed è stata dichiarata la legge marziale per la maggior parte del territorio. Molti Stati hanno denunciato l’illegittimità del golpe birmano, tra cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che hanno duramente condannato l’atto, con minaccia di sanzioni. Altri Paesi, coma la Russia, la Cina, la Cambogia e la Tailandia hanno preferito restarne fuori, catalogandolo come affare interno.

Il gioco UVL di Hirschman

Hirschman, economista tedesco, in Lealtà, defezione, protesta, declina il celebre dilemma del prigioniero o, formalmente, la teoria dei giochi, in un modello semplificato, utile per prevedere la reazione degli agenti sociali dopo un deterioramento delle loro condizioni. Questo schema concettuale è chiamato UVL, acronimo di Uscita, Voce e Lealtà, che sono i tre possibili comportamenti che un attore può adottare in qualsiasi situazione. Il primo equivale ad accettare il deterioramento (che può essere un rincaro generale dei prezzi, come un colpo di Stato) e a modificare il proprio comportamento per ottenere il miglior risultato possibile dalla nuova situazione, ma non è sempre possibile. Il secondo si associa alla protesta del cittadino, che si attiva per far sì che tutto torni come prima, mentre il terzo significa accettare passivamente il peggioramento, senza cambiare le proprie azioni. La scelta dell’individuo dipende da ciò che egli si aspetta che accadrà scegliendo un’opzione e da ciò che crede faranno gli altri. Inoltre, in base ai benefici che un certo esito può dare al giocatore, viene attributo un payoff (o ricompensa). Naturalmente, sono preferibili quelli più alti.

Il gioco UVL e le proteste

Se consideriamo due soli giocatori, i cittadini e lo Stato, possiamo applicare semplicemente il modello UVL alla situazione birmana. Infatti, il peggioramento in questione è il golpe militare, con conseguente perdita di molti diritti. I cittadini possono rispondere a ciò in tre modi, ma guardando bene sono solamente due. Possono decidere di essere leali al regime, accettando la nuova condizione passivamente, oppure possono decidere di usare la voce, protestando. In questo caso, non possono uscire, in quanto l’esercito sta bloccando telecomunicazioni e mezzi per espatriare. Il popolo ha scelto di manifestare. Lo Stato può, a questo punto, decidere se rispondere positivamente alle proteste, tornando a un regime democratico, oppure se ignorarle, reprimendole. Ovviamente, ha scelto quest’ultima opzione, che lascia ai cittadini solamente un’opzione: vista la non utilità della protesta finora e la non possibilità di uscita, possono solamente rimanere leali. Ma quindi, quando una protesta ha successo? Solamente quando lo Stato dipende dai cittadini (e in questo caso non è propriamente così, visto che si è creato un regime militare) e quando questi ultimi hanno credibile minaccia d’uscita. E non è questo il caso, sfortunatamente.

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