Le parole sono importanti: l’uso metaforico del termine “schizofrenia” favorisce disinformazione e pregiudizio

La schizofrenia è una sindrome di cui, molto spesso, si ignora il significato. Che ruolo giocano i media nella diffusione di questa disinformazione? Scopriamolo.

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”, scrisse Alda Merini. Questa riflessione apre le porte a un argomento molto importante, quando si parla di disturbi mentali e di come vengono descritti dai media. Molte ricerche in merito hanno dimostrato che, spesso, i pregiudizi e lo stigma nei confronti della schizofrenia sono alimentati dalla disinformazione.

Che cos’è la schizofrenia?

Il termine “schizofrenia” è stato introdotto per la prima volta nel 1908 da Bleuer e significa “scissione della mente”.  Si tratta di una sindrome caratterizzata da alterazioni del pensiero, della percezione e da affettività inappropriata o appiattita, in presenza di una coscienza lucida e capacità intellettive conservate.
Secondo il DSM V, per effettuare diagnosi di schizofrenia devono essere presenti due o più di questi sintomi per un mese:

  • Deliri (convinzioni assurde e errate resistenti a qualsiasi confutazione)
  • Allucinazioni (percezioni sensoriali senza che nessun oggetto reale stimoli l’organo di senso)
  • Eloquio disorganizzato
  • Comportamento disorganizzato o catatonico
  • Sintomi negativi (diminuzione dell’espressione delle emozioni e/o inerzia)

Da un punto di vista eziologico, la schizofrenia è una sindrome multideterminata da vari fattori:

  • Biochimici (anomalie nell’ attività dopaminergica, serotoninergica e noradrenergica)
  • Genetici (i figli di entrambi i genitori schizofrenici hanno il 46% di probabilità di sviluppare la sindrome)
  • Ambientali (povertà, precarietà, dinamiche familiari disfunzionali)
A beautiful mind
A beautiful mind celebra non solo i meriti accademici di John Forbes Nash, Jr., ma anche la sua lunga e dura battaglia contro la schizofrenia.

Il ruolo dei mass media nell’incremento dei pregiudizi

Numerose ricerche hanno dimostrato che l’immagine della malattia mentale, proposta dai media, influenza le credenze e gli atteggiameti delle persone rispetto a essa.
Stout e collaboratori nel 2004 hanno dimostrato che film, televisione e giornali raffigurano le persone affette da disturbi mentali come violente, indesiderate e pericolose.
Dietrich nel 2006, mise a confronto un gruppo sperimentale, che leggeva una storia di omicidio perpetrato da un paziente affetto da disturbo mentale, e un gruppo di controllo che leggeva un articolo scientifico sulla schizofrenia. Dopo le rispettive letture, i primi consideravano più violenti i pazienti affetti da schizofrenia, rispetto a chi aveva letto l’articolo scientifico.
Per intenderci, lo schizofrenico, nell’immaginario collettivo, è visto più come Leonardo Di Caprio in “Shutter Island”, rispetto a Russel Crowe in “A beautifoul mind”. Tuttavia, la realtà dei fatti dimostra che le persone affette a schizofrenia raramente sono pericolose per gli altri e ancora più raramente commettono omicidi. Nella maggior parte dei casi tendono a isolarsi e a suicidarsi.

L’uso metaforico del termine “schizofrenia”

Secondo il LEXICON (International Media Guide For Mental Healt), una guida per giornalisti atta a migliorare l’accuratezza nel riportare notizie riguardanti persone affette da disturbi mentali, la schizofrenia è il termine maggiormente usato con significati impropri.
I giornali, stando alle ultime ricerche in merito, usano il termine “schizofrenia” con accezione metaforica e lontanissima dal significato clinico. In particolare, uno studio del 2011 effettuato su quotidiani italiani, ha mostrato che l’aggettivo “schizofrenico” viene usato come sinonimo di “imprevedibile”,  “avente doppia personalità”, “bizzarro”, “pericoloso” e “violento”. (Magliano et. all)
Questa, come altre ricerche effettuate in tutto il mondo, dimostrano che ad alimentare lo stigma e il pregiudizio nei confronti delle persone affette da schizofrenia, non sono solo gli atteggiamenti denigratori e manifesti ma anche la disinformazione provocata dall’uso improprio del termine.
Il LEXICON e Nanni Moretti ricordano a tutti i giornalisti del mondo che le parole sono importanti e che il silenzio è un’ottima alternativa, se non si sa di cosa si stia parlando.

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