Le otto emozionanti e curiose storie d’amore della mitologia classica che forse non conoscevate

Nella mitologia antica l’amore è indiscusso protagonista e dà origine a vicende commoventi, eroiche e talvolta persino bizzarre. Ecco una selezione di alcuni miti meno conosciuti ma con delle storie davvero emozionanti.

Amori tra due divinità, amori tra uomini e dee o, più spesso, tra dei e donne mortali. Succede davvero di tutto nella vasta gamma dei miti greci e latini in cui Eros signoreggia e muove le fila degli intrecci, talvolta con esiti drammatici e talvolta a lieto fine. Fare una selezione è stato davvero complicato, vista la mole di racconti e la bellezza di ciascuno di essi. Dunque verranno descritti alcuni miti un po’ meno noti rispetto alle storie ormai di dominio pubblico (Orfeo ed Euridice, Enea e Didone, Apollo e Dafne, Eco e Narciso o Teseo e Arianna; si potrebbe andare avanti per ore). Sono vicende che riguardano semplici innamorati, talvolta respinti, più spesso ricambiati, che fanno di tutto per stare insieme e le cui storie, siamo sicuri, vi piaceranno molto.

Piramo e Tisbe, un tragico equivoco

Probabilmente si tratta della vicenda più conosciuta tra quelle che andremo a presentarvi. Nominato già da Senofonte nella sua Anabasi ma reso famoso dalle Metamorfosi di Ovidio (libro IV), questo mito narra di due giovani innamorati babilonesi, conosciutisi perché vicini di casa. Anzi, più che vicini di casa: le rispettive stanze da letto sono separate da appena un muro, solcato da una piccola fessura che diventerà l’unico modo per loro di parlarsi e di tentare quantomeno di vedersi. Infatti le loro famiglie si odiano a morte e impediscono ai due giovani di frequentarsi. Vi ricorda qualcosa? Esattamente: questo viene considerato l’antecedente letterario più diretto di Romeo e Giulietta di Shakespeare. I due si scambiano parole dolci e si mandano baci volanti da una parte all’altra di quella piccola fessura, a cui restano aggrappati come se fosse l’unica cosa a mantenerli ancora in vita. Finché non decidono di scappare, di notte, dandosi appuntamento presso un sepolcro sovrastato da una pianta dalle bacche bianche. Arriva prima Tisbe, ma dopo poco che si trova lì si imbatte in una leonessa tutta sporca di sangue per aver fatto strage di bestiame. Tisbe ha paura e scappa, ma il velo le cade e rimane nei pressi della tomba. Quando arriva Piramo, per un tragico equivoco, vede il velo in bocca alla tigre e, con maggior dolore, nota soprattutto il sangue, che crede essere di Tisbe. Allora si sdraia sul sepolcro, sotto la pianta e si pugnala per raggiungere al più presto la sua amata Tisbe che credeva morta. Quando Tisbe ritorna al luogo dell’appuntamento, vede il corpo morente di Piramo e decide di uccidersi, rivolgendo la preghiera di essere sepolta insieme al suo amato così come in vita gli fu impedito di stare insieme. Una storia commovente e molto ripresa nella tradizione letteraria. Ad esempio il poeta francese Theophile de Viau, del XVII secolo, ne trasse una tragedia.

Ero e Leandro

Altri due giovani che si amano alla follia, altri due amanti ostacolati in tutti i modi ma la cui passione supera ogni impedimento. Questa volta non sono le famiglie a frapporsi tra gli innamorati ma è il mare: Leandro abita ad Abido, città della Troade (alta Turchia, sulla costa ad ovest) mentre Ero vive a Sesto, nel Chersoneso tracico. Le due città si trovano una di fronte all’altra ma sono separate da uno stretto di mare, quello dell’Ellesponto (i Dardanelli). Ma essendo esse sorte nel punto più stretto del tratto di mare che separa i due estremi di terra, Leandro, disposto a tutto pur di incontrare Ero, tutte le notti va a nuoto fino dalla parte della sua amata, mentre lei lo guida con una lucerna per indicargli il punto esatto dove andare e quale direzione prendere. Succede però che una notte, in cui c’è un po’ di tempesta, Leandro si cimenta comunque con la nuotata (per una notte avrebbe potuto rinunciare a vedere Ero e non rischiare di morire, ma il cuore ha le sue ragioni), solamente che il vento spegne all’improvviso la fiaccola dell’amata e lei non riesce più a riaccenderla. Allora Leandro è completamente disorientato, non sa più da che parte andare e i flutti si alzano, la tempesta si inasprisce e così annega. Ero, preoccupata per il suo amato, scorge il cadavere di Leandro, portato dalle onde sulla costa di Sesto. A quella vista si strugge moltissimo e viene assalita persino dal senso di colpa, così decide di darsi la morte gettandosi dalla torre in cui vive. Il mito è narrato in una delle Eroidi di Ovidio, che mette in mostra uno sofferto scambio epistolare tra i due innamorati e anche lo scrittore greco Museo, del V secolo d.C., consegna alla storia letteraria questo grande amore che sconfigge il destino.

La vicenda del mito di Ero e Leandro in un dipinto di Turner

Aconzio e Cidippe

Ma non tutte le storie d’amore hanno un finale tragico. Anzi, alcune hanno pure un andamento bizzarro, come quella di Aconzio e Cidippe. Callimaco nei suoi Aitia (terzo libro) usa questo mito con le consuete finalità eziologiche, per spiegare cioè l’origine della famiglia importantissima degli Aconziadi di Ceo. Ovidio invece, rinunciando all’argomento eziologico, ne farà argomento di una sua Eroide. Si svolge tutto a Delo, isola dove c’è uno dei più importanti santuari di Apollo e dove, per una festa in onore del dio, giungono sia Aconzio sia Cidippe. Il primo si innamora perdutamente della fanciulla che, dal canto suo, non considera il giovane neanche per sbaglio, non sa nemmeno chi sia. Aconzio è un po’ impacciato e non sa come approcciare la ragazza, così si rivolge al dio Amore in persona, che dall’alto della sua divinità ed esperienza riesce a suggerirgli questo espediente geniale: il giovane deve prendere una mela e incidervi sopra con una lama le parole “Per Artemide, giuro che sposerò Aconzio” e poi lanciare la mela addosso a Cidippe che, raccogliendola, pronuncerà il giuramento. Succede tutti i giorni di conquistare una donna lanciandole una mela in testa, almeno secondo Amore. Fatto sta che Aconzio esegue tutto nei minimi dettagli e Cidippe, ignara di tutto, legge ad alta voce il giuramento, così da pronunciarlo. Sul momento lei non bada molto a questo fatto, che ha tutta l’aria di essere un semplice scherzo. Ma da lì in poi il padre di lei, all’oscuro di questa faccenda, cerca di combinare matrimoni su matrimoni con altri pretendenti, salvo che ogni volta, qualche giorno prima delle nozze, puntualmente Cidippe si ammala e tutto naufraga. Quando alla fine si chiarisce l’equivoco, Cidippe incontra Aconzio, il giovane disposto a tutto per lei. Lo trova tutto sommato piacente e la vicenda finisce con il loro matrimonio.

Laodamia e Protesilao

Torniamo nelle vicende commoventi, quelle in cui l’amore è vinto solo dalla morte. Anzi, in questo caso per un momento la morte viene persino vinta. Laodamia, principessa di Iolco, ama Protesilao, principe di Tessaglia e grande guerriero. I due si sposano ma possono stare insieme per poco, perché Protesilao viene chiamato alle armi per la campagna di guerra contro Troia. I due si separano ma, nella versione delle Eroidi di Ovidio, con un triste presagio, c’è una lettera di Laodamia che scrive al marito di stare attento ad un certo Ettore, che si vocifera essere un ottimo guerriero. Non riceverà mai risposta. Protesilao, sbarcato tra i primi sulla spiaggia antistante la città dalle mura inespugnabili, fa strage di molti troiani ma viene ucciso proprio da Ettore. Saputa la notizia, Laodamia si addolora così tanto da impietosire gli dei, che acconsentono a Protesilao di tornare, per breve tempo, sulla terra. Solo che dovranno di nuovo separarsi per sempre e lei non riesce a sopportarlo. Così fa costruire una statua che rappresenti Protesilao e inizia ad abbracciarla e baciarla come se fosse davvero il marito in carne ed ossa. Questo mito, una specie di commistione tra le vicende di Orfeo ed Euridice e di Pigmalione, termina con la distruzione della statua di Protesilao e con Laodamia che, ormai disperata, si dà la morte.

Cefalo e Procri

Una storia che ha tutte le buone premesse ma che degenera in tutto e per tutto. Cefalo e Procri sono molto innamorati, a tal punto che lui rinuncia persino alle avances della dea dell’Aurora, Eos in persona, innamoratasi del giovane per volere di Afrodite. Cefalo non potrebbe mai tradire Procri, ma siamo sicuri che lei abbia la stessa forza d’animo? No, non siamo noi a chiedercelo, è la dea Eos che innesta questo sospetto in Cefalo che, a sua volta, decide di mettere alla prova sua moglie, convinto dell’infallibilità del suo amore. L’uomo si traveste, si presenta a casa di Procri con molti doni e la corteggia a non finire, sapendo a meraviglia quali tasti toccare per fare colpo. Procri per un po’ resiste ma poi cede alla tentazione e Cefalo si rivela alla donna, disgustato e indignato. A quel punto Procri fugge a Creta, dove diventa amante del re Minosse. Costui le fa dono di una lancia dalla mira infallibile, praticamente telecomandata e un cane di nome Lelapo che riusciva sempre a catturare le prede nella caccia. Il tutto donato a lui da Artemide in persona. Con quei doni Procri torna a casa e un giorno si imbatte in Cefalo, che si interessa quasi più ai doni che alla ragazza. Per cedergli la lancia e il cane, Procri chiede in cambio una sola notte d’amore, che si rivela essere la più passionale della loro vita. La fiamma si riaccende e i due si riconciliano, ma a quel punto scatta l’ira di Artemide (dea della caccia ma anche della castità) che non tollera che i suoi doni vengano usati come strumento per arrivare alla lussuria. La vendetta è presto servita. Artemide induce Procri a credere che Cefalo sia ancora innamorato di Eos e perciò questa lo pedina persino durante una battuta di caccia. Per non farsi vedere, si nasconde dietro un cespuglio ma, facendo un po’ di rumore, causa un fruscio dei rami che attira Cefalo e il cane Lelapo, convinti che lì si nasconda una facile preda. A quel punto l’uomo sprona il cane all’attacco e scaglia il giavellotto infallibile, colpendo e uccidendo la sua amata Procri. Anche qui la fonte più diretta sono le Eroidi di Ovidio.

Morte di Procri

Leucotoe, Helios e Clizia

Di questa storia di gelosia e vendetta si conosce molto spesso solo la parte finale, quella in cui Clizia, disperata per il rifiuto di Helios, dio Sole, si tramuta in un girasole, rimanendo così sempre rivolta verso il suo grande amore senza abbandonarlo mai. La parte precedente è leggermente più oscura e forse ignota. La protagonista è l’incolpevole e bellissima Leucotoe, mai personaggio attivo ma sempre un’innocente che subisce le angherie degli altri. Venere, per vendetta di un altra faccenda ancora precedente, induce Helios ad innamorarsi di lei e a quel punto il dio farebbe qualsiasi cosa per possederla. Decide di prendere le sembianze della madre di Leucotoe, Eurinome, e si intrufola nella camera da letto della fanciulla. Quando poi si rivela in tutta la sua maestosità, Leucotoe non può che cedere alla violenza sessuale. Il tutto scatena la gelosia perversa di Clizia, innamorata perdutamente di Helios tanto da arrivare a denunciare l’accaduto al padre di Leucotoe il quale, pacato e delicato, va su tutte le furie e decide di far seppellire viva la figlia, vittima innocente dalla fine atroce. Questo è il motivo per cui Helios non degna più di uno sguardo la povera Clizia, dando origine a quel devoto ed estremo amore che porta alla metamorfosi in fiore. Una bellissima storia, un po’ diversa dalle altre che vi abbiamo raccontato, ma con un background davvero tragico.

Salmacide ed Ermafrodito

Anche questa è una storia che lascia in qualche modo interdetti. Si tratta dell’unica qui riportata che coinvolga direttamente due divinità, senza personaggi mortali. Viene narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, anche se l’autore deve averla tratta probabilmente da una precedente tradizione incerta: il primo a menzionare la vicenda fu Teofrasto, allievo di Aristotele, poi ci furono altre citazioni come in Diodoro Siculo. Salmacide è una ninfa, in particolare di una fonte molto importante nella regione della caria. Le ninfe, è noto, sono consacrate ad Artemide (o Diana, alla latina, dato che in questo caso la fonte è esclusivamente Ovidio) perciò hanno l’obbligo di castità e verginità. Ma un giorno, alla fonte di Salmacide, arriva il bel giovane Ermafrodito, dio figlio di Ermes e di Afrodite (Mercurio e Venere) come si può intendere anche dall’etimologia del nome. Salmacide se ne invaghisce e tenta di sedurlo, disposta persino a contravvenire alle leggi di Artemide. Ermafrodito la respinge seccamente, ma poi si immerge nudo a fare il bagno nella fonte, circondata da un boschetto che fornisce la giusta dose di intimità. Salmacide, che già non si dava per vinta prima, alla vista del corpo scultoreo del giovane dio, dopo averlo spiato nascosta dietro un albero, gli salta addosso alle spalle, avvinghiandosi a lui e contemporaneamente baciandolo. Egli cerca di divincolarsi ma non ci riesce e, nel frattempo, Salmacide supplica gli dei con tutta se stessa di poter formare una cosa sola con il corpo di Ermafrodito, rimanendo legati per sempre in un solo soma. Gli dei esaudiscono il suo ardente desiderio e, da allora, Ermafrodito diventa un essere androgino, sia uomo sia donna, maledicendo la fonte che gli aveva portato la sventura di essere per sempre fuso insieme ad una ninfa di cui non gli interessa nulla.

Atalanta e Ippomene

Chiudiamo con una vicenda che ha un lieto fine. La protagonista è Atalanta, ragazza prodigio che è abilissima nella caccia e nel combattimento, talmente impavida e coraggiosa che partecipò o quantomeno si candidò a partecipare alla spedizione degli Argonauti. ma una sua particolare caratteristica è quella di essere imbattibile nella corsa. Atalanta corre più veloce di tutti e questo torna ben presto a suo vantaggio. Sì perché il padre vorrebbe che lei si trovasse un marito, ma lei sa bene che, una volta sposata, perderebbe tutte le sue doti e non vuole questo. Allora si rivela disposta a sposare solo colui che la vincerà in una gara di corsa, aggiungendo però una condizione raccapricciante: in caso di sua vittoria, il pretendente dovrà morire. Nonostante il rischio altissimo, molti accorrevano per la sua bellezza e si cimentavano nella gara, salvo poi essere tutti sconfitti e uccisi. Un giorno arriva il bel giovane Ippomene, anche lui come gli altri attirato dall’avvenenza della fanciulla. Ovidio, la nostra fonte principale, ci dice che Atalanta, vedendo Ippomene, rimane impressionata dalla sua bellezza e si dispiace, in cuor suo, che un tale bel ragazzo sia inevitabilmente condannato a morte. Come a dire: “Ah, se solo potesse battermi!” Ippomene, dal canto suo, sa bene di non avere nulla di più rispetto agli altri concorrenti e perciò ricorre all’aiuto di Venere. La dea, interessatasi alla causa del giovane, gli dona tre mele d’oro (di nuovo la mela come tramite d’amore), quelle delle esperidi, e gli suggerisce di lasciarle cadere durante la gara, una alla volta. Quando viene il turno di Ippomene, il giovane inizia la corsa con queste tre mele d’oro, fardelli pesanti che lo mettono in svantaggio da subito. Ma poi, un po’ alla volta, inizia a lanciare i frutti davanti a sé e Atalanta, incuriosita, si ferma a guardarli e a raccoglierli. Così Ippomene ha tempo di recuperare e, intanto, il fardello ora passa nelle mani di Atalanta, che diviene meno agile nella corsa. Alla fine Ippomene trionfa e Atalanta, impressionata dal giovane, acconsente a sposarlo, per nulla dispiaciuta di perdere i suoi poteri. In realtà la storia avrà un ulteriore finale, un po’ meno felice di questo, con Venere arrabbiata per l’ingratitudine di Ippomene nei suoi confronti. Ma questa è un’altra storia.

1 commento su “Le otto emozionanti e curiose storie d’amore della mitologia classica che forse non conoscevate”

  1. Grazie per una bella informazione. Sono d’accordo con l’articolo e alcune frasi qui, componi bene la frase, capisco cosa intendi, questo costruirà un’opinione in me perché in questo articolo mi ricorda qualcosa del passato nella mia vita.

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