Cosa distingue pedagogicamente l’educazione tra le generazione silenziosa e quella z? Le piccole Virtù esplicano l’abisso che li separa.

“dipendenti dai social media, odiano le email, non si prendono la briga di leggere, abusano degli strumenti di intelligenza artificiale per i compiti e pensano solo a se stessi”: questi sono i pregiudizi che i ragazzi della generazione z devono sempre subire e sorbire. Ma ecco che in nostro aiuto interviene l’autrice palermitana Natalia Ginzburg che esplica nel suo saggio Le piccole virtù il contrasto nell’educazione tra la sua e generazione e, agli occhi un lettore odierno, quella Z.

L’Educazione nell’era della generazione Z.
La Generazione Z, come ogni gruppo, ha i suoi pregi e difetti, che sono spesso il risultato delle circostanze storiche, tecnologiche e culturali in cui sono cresciuti. Alcune virtù fondamentali della nuova generazione sono sicuramente la resilienza; infatti, a causa dei continui cambiamenti di scenari tecnologici e sociali, i nostri giovani sono capaci di affrontare e adattarsi alle prossime sfide del futuro. Tuttavia, è innegabile l’aumento della dipendenza dalla tecnologia, la quale può essere la causa di problemi di salute mentale e isolamento sociale. Si battono per l’inclusività e, dunque, l’accettazione delle differenze culturali, etniche e di genere, ma sanno essere anche molto impazienti, abituati alla gratificazione istantanea. La loro consapevolezza ambientale e la loro sensibilità alle questioni climatiche influenzano la classe politica e dirigente ad adattarsi alle necessità ambientali del pianeta, tuttavia, dopo la pandemia causata dal covid-21, rampante è il numero di adolescenti e bambini con problemi e difficoltà nella comunicazione faccia a a faccia, così come lo stress e l’ansia, dovuti a un scenario futuro, sia ambientale che lavorativo, poco rassicurante. Tuttavia, una cosa che accomuna tutte le generazioni sono le critiche che ciascuna di essa riceve da quella precedente. Natalia Ginzburg, in tal merito, riesce a illuminare quel abisso cognitivo che separa la sua generazione da quella dei suoi genitori.

“Siamo lieti del nostro destino di uomini” Natalia Ginzburg e le piccole virtù
“È difficile trovare una finta tonta più finta di Natalia Ginzburg”: Queste sono le parole dure rivolte contro la scrittrice citata dal giornalista Oreste Buono. Nata a Palermo il 14 luglio a Palermo, da Giuseppe Levi e Lidia Tanzi, ultima di 5 fratelli, Natalia Ginzburg si scopre scrittrice fin da bambina. nella sua raccolta di saggi Le piccole virtù e nel saggio, il mio mestiere, ella riflette e racconta di aver saputo con certezza che sarebbe stata una scrittrice subito dopo il compimento dei dieci anni e che, da allora, si è sempre impegnata come poteva, con i romanzi e le poesie. La consapevolezza della sua vocazione la porterà a diplomarsi e a conseguire la maturità classica al Liceo-Ginnasio Vittorio Alfieri di Torino nel 1935 e a iscriversi alla facoltà di lettere. Arriva alla sua maturazione artistica completamente agli inizi degli anni 60 con la pubblicazione dei suoi tre romanzi di memorie più importanti: le voci della sera, le piccole virtù, e lessico famigliare. I maggiori di questa stagione così fervida per la sua produzione culmina con il primo e l’ultimo romanzo appena citati. Potremmo in un certo senso dire che Le piccole virtù vengano oscurati da questi due. Tuttavia, una tale affermazione rischia di eclissare l’importanza di questa raccolta di saggi che in essa cova i germi fondamentali della seconda Ginzburg, ovvero di una stagione di rottura, di completo distacco stilistico da questi tre produttivi anni: Se le voci della sera rappresentano la gioia di avere qualcosa da dire, le piccole virtù rappresentano la scoperta di avere delle cose dire, e l’unico modo per farlo è quello dell’astrazNione e la loro trasformazione in racconto di memoria, dunque, piena libertà del dire e raccontare. Questo libro pubblicato nel 1962 che consta di 11 capitoli diversi stilisticamente tra di loro perchè ciascuno di esso è stato pubblicato in un anno diverso per articoli diversi è l’unico che ha avuto una gestazione di ben 20 anni, nonostante la scrittrice torinese sia nota per essere una fervida e veloce scrittrice a tal punto da arrivare a scrivere la maggior parte dei suoi libri in poche settimane o mesi (fatta eccezione per Tutti i nostri ieri). Undici testi che si dividono tra autobiografia e saggi; undici saggi unici nel modo di sentire le vicende della vita, le cose, i gesti, le voci, i sentimenti, la storia, la caducità del tutto: il presente e il passato di una donna che, di fronte alla tragedia della vita, risponde piegandosi dolcemente come la Lenta ginestra leopardiana. I rimandi al poeta Giacomo Leopardi sono molti evidenti anche nello stesso titolo della raccolta: le piccole virtù ricordano molto le operette morali. Se nel secondo Leopardi in realtà intende parlare non di facezie ma di argomenti dal profondo peso intellettuali e filosofico, nel primo l’autrice, in un primo momento, sembra voler elogiare le piccole virtù dell’uomo, nell’ultimo saggio omonimo del libro lei afferma che si dovrebbero piuttosto coltivare le grandi virtù e, coì facendo, rivela la natura antifrastica e ironica del titolo.
“Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo, non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere“

“Noi non possiamo mentire nei libri e non possiamo mentire in nessuna delle cose che facciamo”
In questa generazione che si avvia sempre di più verso il vizio più estremo e nefasto, ovvero il silenzio (titolo del penultimo saggio delle piccole virtù), nel saggio il figlio dell’uomo la scrittrice torinese scrutina le motivazione di questo distacco generazionale, della rottura mentale, e segue la linea di faglia di questa separazione.
C’è qualcosa di cui non si guarisce e passeranno gli anni ma noi non guariremo mai perché (…) Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più.
l’autrice introduce In figlio dell’uomo il tema della caducità e la fragilità delle case, abbandonate durante i continui bombardamenti ed esili esperiti dalla sua famiglia durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia, dopo una breve descrizione del dolore che si prova nell’abbondare le cose e le persone a noi care, concentra il suo sguardo nella tara mentale che intercorre tra i giovani della sua generazione e quella dei suoi padri. I giovani scrittori e gli intellettuali post-bellici, criticati dalla vecchia generazione per il loro modo di scrivere e vedere il mondo, non riscuote che dissenso e disprezzo tra i nuovi adulti.
Non guariremo più di questa guerra. E’ inutile. Non saremo mai più gente serena, gente che pensa e studia e compone la sua vita in pace. Vedete cosa è stato fatto alle nostre case. Vedete cosa è stato fatto di noi. Non saremo mai più gente tranquilla.
Pertanto, come conclude l’autrice, non c’è pace per il figlio dell’uomo.
