Il Superuovo

Le musiche di Vecchioni e l’opera di Leopardi fanno rivivere le poesie di Saffo

Le musiche di Vecchioni e l’opera di Leopardi fanno rivivere le poesie di Saffo

L'”Ultimo canto di Saffo” raccontato dalle musiche di Vecchioni e dalle parole di Leopardi.

File:Roberto Vecchioni - Teatro Romano, Verona - 29 maggio 2011 (5782674816).jpg - Wikimedia Commons

Saffo è stata una poetessa eccezionale ed intramontabile che nel corso della storia non è stata capita. Nel 1995 Vecchioni incide un album che si ispira a lei e più di un secolo prima, nel 1822, Leopardi scrive l’ “Ultimo canto di Saffo“.

“Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo)” di Vecchioni

Il cielo capovolto” consiste nell’album di Roberto Vecchioni, inciso nel 1995 dalla casa discografica Emi. Al su interno è presente anche un brano omonimo, accompagnato da altre nove canzoni, per un totale di dieci composizioni. L’universo è il punto di partenza della raccolta, metafora che paragona gli uomini al mare, così burrascosi ed inquieti, e le donne al cielo per la loro serenità, sicurezza e dolcezza. L’incipit è naturalmente ispirato a Saffo e la creazione di Vecchioni sfiora i sentimenti femminili, attraverso aneddoti e storie, ma anche sogni autobiografici. Con quest’album, ottenne nel 1995 tre dischi d’oro.

Nella canzone “Il cielo capovolto (Ultimo canto di Saffo)“, l’artista descrive il modo diverso in cui uomini e donne sentono e vivono le emozioni e l’amore. I primi sono senza colore proprio perchè il loro colore, come il mare che li rappresenta, prende la sua tonalità dal cielo e dalle donne che vivono il dolore e la serenità della propria anima. Il cantante immagina di essere la poetessa che esprime il suo lamento dedicato alle sue allieve del tìaso.

Che ne sarà di me e di te/ Che ne sarà di noi?/ L’orlo del tuo vestito/ Un’unghia di un tuo dito/ L’ora che te ne vai…/ Che ne sarà domani, dopodomani/ E poi per sempre?/ Mi tremerà la mano/ Passandola sul seno/ Cifra degli anni miei…/ A chi darai la bocca, il fiato/ Le piccole ferite/ Gli occhi che fanno festa/ La musica che resta/ E che non canterai?/ E dove guarderò la notte/ Seppellita nel mare?/ Mi sentirò morire/ Dovendo immaginare/ Con chi sei…

“Ultimo canto di Saffo” di Leopardi

Ultimo canto di Saffo” venne scritta da Giacomo Leopardi a Recanati nel maggio del 1822. Siamo davanti a un monologo recitato dalla poetessa greca Saffo, racchiuso in quattro strofe di diciotto versi ciascuna, organizzate in sedici endecasillabi sciolti e in un settenario e un endecasillabo legati tra loro con una rima baciata. È quindi l’ultimo canto immaginato dal poeta della scrittrice prima che si suicidasse per il rifiuto di Faone, il vecchio traghettatore del quale si era innamorata. In tale creazione letteraria lei diventa portavoce dei pensieri di Leopardi che ammira il paesaggio notturno calmo e sereno e in quell’occasione ricorda i momenti nei quali il dolore delle pene d’amore era qualcosa di sconosciuto. Non si immaginava infatti un destino così doloroso ed ora ama profondamente la natura tormentata nella quale si immedesima e con cui il suo animo inquieto si trova in sintonia.

Placida notte, e verecondo raggio/ Della cadente luna; e tu che spunti/ Fra la tacita selva in su la rupe,/
Nunzio del giorno; oh dilettose e care/ Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,/ Sembianze agli occhi miei; già non arride/ Spettacol molle ai disperati affetti./ Noi l’insueto allor gaudio ravviva/ Quando per l’etra liquido si volve/ E per li campi trepidanti il flutto/ Polveroso de’ Noti, e quando il carro,/ Grave carro di Giove a noi sul capo,/ Tonando, il tenebroso aere divide./ Noi per le balze e le profonde valli/ Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta/ Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto/ Fiume alla dubbia sponda/ Il suono e la vittrice ira dell’onda.

Nel resto della poesia compare la riflessione della poetessa su se stessa, partendo dal fatto che la natura le ha negato ogni cosa, si rende conto di non poter godere delle sue meraviglie. Si sente negata, rifiutata, dal mondo. Tutto si ritira davanti a lei, provano ribrezzo anche le acque trasparenti dei ruscelli che si allontanano quando lei avvicina il suo piede. Si interroga sulla ragione di questa infelicità, tormentandosi, senza trovare risposta. La vita è infatti un mistero e l’unica certezza risiede nel dolore umano, condanna eterna riservata all’umanità. La donna quindi è decisa a morire. Il suicidio viene descritto con termini romantici, un atto di ribellione nei confronti del Fato.

Saffo e la sua storia

Saffo di Lesbo (630 a.C. circa – 570 a.C. circa) è stata una delle prime poetesse di cui abbiamo testimonianza e quello che sappiamo di lei e della sua vita lo ricaviamo dalle sue liriche e brevi testi a lei attribuiti ma anche da minimi riferimenti di altri autori latini. Tornata dalla Sicilia, dove la sua famiglia passò il suo esilio, divenne la direttrice e l’insegnante di un tìaso, una sorta di collegio nel quale le ragazze di famiglia nobile ricevevano un’educazione. Gli antichi la ammiravano e nel XIX secolo iniziò la pratica di attribuire la sua poesia all’espressione dell’amore omosessuale femminile, coniando il termine “saffico”. Tale teoria si basò sulla testimonianza avanzata dal poeta Anacreonte, il quale sosteneva che lei educasse le sue allieve all’amore omosessuale. Naturalmente tale commento deve essere inserito all’interno dell’ottica e della visione del tempo, paragonandolo alla pederastia maschile.

La sua poetica presenta il tema della passione e dell’amore per varie figure, sia femminili che maschili. Dedicò alle sue allieve, destinate alle nozze, bellissimi canti d’amore e questo ha portato gli studiosi ad ipotizzare innamoramenti con componenti sessuali. Alcuni ritennero invece che queste manifestazioni fossero mosse da commozione a causa del crudele destino riservato alle ragazze. Ovvero quello di essere date in spose ad uomini che le avrebbero magari maltrattate, umiliate, costrette a non uscire di casa, abbandonando quel luogo in cui erano sicure ed amate. La leggenda vuole che si togliesse la vita per non essere corrisposta da Faone. Per quanto riguarda le sue poesie, abbiamo oggi solo pochi frammenti, l’unico componimento integro che possiamo leggere è l’ “Inno ad Afrodite“.

La sua lirica viene inserita nella melica monodica, ovvero “canto a solo”, in cui la poetessa esprime il suo sentire nei confronti di persone o divinità, offrendo una visione semplice e al tempo stesso intensa dell’io lirico. Amore risulta essere il protagonista dei suoi ragionamenti e delle sue riflessioni. La sua storia è stata ripresa sia in ambito letterario che musicale, come abbiamo visto con Leopardi e Vecchioni, ma anche in ambito teatrale ed artistico di cui ricordiamo Sinopoli, il pittore francesce Antoine-Jean Gros che nel 1801 dipinse “Saffo a Leucade” (“La morte di Saffo) e il pittore olandese-brittanico Sir Lawrence Alma-Tadema realizzatore di “Saffo e Alceo” (1881). Le è stato dedicato infine l’asteroide 80 Sappho.

Lesbo Isola Grecia - Foto gratis su Pixabay

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