Il Carnevale di Venezia è una delle più antiche tradizioni Italiane di risonanza mondiale ed influenza su moltissime produzioni artistiche, tra cui quelle cinematografiche.

Il Carnevale di Venezia fa parte del nostro immaginario collettivo, caratterizzato da maschere coloratissime, piume e opulenza. Eppure, alcune di queste, hanno dei lati piuttosto inquietanti: lo spiega bene il regista Stanley Kubrick nel suo film “Eyes Wide Shut”.
Le origini
Il Carnevale di Venezia è una tradizione antica, attestata per la prima volta in un documento del Doge di Venezia del 1094 e, duecento anni dopo, nel 1269, dichiarata dal senato della Repubblica di Venezia come festività ufficiale antecedente la quaresima.
L’obiettivo era quello di concedere alle classi sociali lavoratrici una pausa dal lavoro per divertirsi, seguendo l’insegnamento del romano “panem et circensem”.
Nella cultura tradizionale di molti popoli europei ed extraeuropei, la comparsa di maschere e costumi cerimoniali contrassegna momenti sociali di grande rilevanza, occasioni collettive di festa e di celebrazione, che si susseguono nell’andamento ciclico delle stagioni e degli anni, mantenendo le loro caratteristiche principali o modificandole, anche a seconda del costume a cui sono associate.
Come spiega l’ Enciclopedia della Moda dell’ Istituto dell’ Enciclopedia Italiana fondata da G.Treccani:
“ Una particolare varietà dell’abbigliamento rituale, infatti, è quella rappresentata dal mascheramento, e una delle funzioni della maschera è quella di coprire un’identità per rivelarne un’altra, più segreta e nascosta, talvolta legata ad aspirazioni e tensioni individuali.”
In effetti, durante il carnevale, viene meno uno degli aspetti fondamentali del costume e della sua funzione, ovvero la collocazione dell’individuo nella sua classe sociale.
Le maschere veneziane, quindi, avevano l’ obbiettivo di divertire ma anche di concedere libertà di movimento a tutti membri della società, fossero essi poveri, benestanti o aristocratici.
Le maschere originali del Carnevale erano di quattro tipologie: la Baùta, una maschera bianca dai lineamenti squadrati abbinata a un tricorno e mantello, associata simbolicamente ai membri della Serenissima; la Gnaga, a forma di gatto usata dagli uomini e abbinata a abiti femminili; la Moretta, una maschera tonda in velluto nero che celava completamente i lineamenti del viso femminile; il Volto, una faccia bianca dalle sembianze umane con svariati tipi di decorazione sugli occhi e la bocca.
Queste tipologie, poi, si sono fuse anche con quelle della Commedia dell’Arte, in un interessante mescolamento di realtà e finzione da palcoscenico. Nei secoli, inoltre, sono state create nuove maschere strettamente relazionate al contesto storico e ai disagi della popolazione, come, ad esempio, la maschera del “Dottore della Peste” caratterizzata da un rigido cappello a falda larga, un lungo naso-becco e una tunica nera.

Fingere per essere reali
La maschera falsifica ed inganna, ma, in un certo senso, racconta e rivela i desideri intimi della persona che la indossa: questo è il tema principale del libro “Doppio Sogno” di Arthur Schnitzler da cui è stato tratto il film “Eyes Wide Shut” di Kubrick. La trama vede una coppia che attraversa le difficoltà matrimoniali legate alla sessualità ambivalente e all’idealizzazione del partner, in un gioco di confusione tra realtà e finzione onirica, dove, secondo il regista, “un sogno non è mai solo un sogno”.
Kubrick non è nuovo all’uso delle maschere nei suoi film: anche in “Arancia Meccanica”, la maschera viene indossata per compiere una rivoluzione perché il travestimento libera il personaggio dalle convenzioni sociali e dal “buon costume”, permettendogli di aprirsi ai suoi istinti più reconditi e, in un certo senso, più veri.
In “Eyes Wide Shut”, dopo una serata con la moglie in cui lei gli ha confessato alcune sue pulsioni profonde e scomode, il protagonista Bill si ritrova a una festa in maschera assai inquietante, dall’atmosfera onirica che restituisce la sensazione di trovarsi in un luogo sconosciuto ma, in qualche modo, familiare: con una lettura tutta freudiana, il regista sta rappresentando il subconscio.
Attraverso i piani sequenza che seguono il protagonista tra la folla travestita, riconosciamo alcune maschere tipiche veneziane, come il “Medico della Peste”, che rappresenta qui la pulsione di morte, o quella del Jolly, la follia opulenta e esagerata. Le donne, poi, incarnano meglio di tutti l’idea del film: il loro volto è coperto dalla maschera e dai veli neri ma il corpo è completamente nudo; in questo senso, il regista sta spiegando che non è la nudità naturale del corpo a dover essere coperta pudicamente, piuttosto l’identità e l’io della persona.
Bill, anche lui in incognito con la maschera tipica veneziana “ il Volto”, dopo esser stato scoperto e salvato da una misteriosa donna, viene allontanato dal ballo e torna al mondo reale.

L’accettazione
Rientrando a casa, Bill vede la moglie dormire nel loro letto e, accanto a lei, la maschera che lui stesso aveva indossato. Improvvisamente, la moglie si sveglia raccontando di aver sognato di trovarsi a una strana festa in maschera dove, per salvare un uomo, si era prestata a pratiche sessuali con gli sconosciuti partecipanti: proprio ciò che era accaduto a lui poche ore prima.
In questo momento, l’andamento del film viene stravolto: non si è più in grado di separare la realtà dalla presunta finzione, le inquietanti maschere del ballo diventano reali e minacciose, non più relegate alla dimensione di finzione quanto, piuttosto, a quella di realtà scomoda.
Alla fine, in “Eyes Wide Shut” la maschera è costantemente presente e il regista la trasforma da oggetto puramente carnevalesco, a strumento onnipresente del travestimento dell’umanità e delle sue “menzogne sociali”.
Per la coppia protagonista del film, le pressioni della vita sono insopportabili, il futuro sembra incerto e le opzioni per variare la propria condizione, sembrano esaurite.
Allora entra in gioco il carnevale di Venezia: nella copertura dell’io razionale sotto una maschera che offusca i confini tra il soggettivo e l’obiettivo, i personaggi di Kubrick (ma anche gli spettatori) vengono incoraggiati a rivelare le loro vere pulsioni e a soddisfare i loro desideri intimi, abbracciando la visione onirica e accettando quelle maschere inquietanti, che fanno parte di ogni individuo e della società intera.