Le città inquinate del Piemonte di oggi riportano in vita quelle di Dickens di ieri?

Il livello di PM10 nelle città del Piemonte è aumentato di cinque volte rispetto alla norma a causa di sabbia proveniente dal Sahara. Il preoccupante inquinamento delle città ci riporta indietro ai tempi di Dickens e alla Rivoluzione Industriale. 

La settimana scorsa l’ARPA ha affermato che nella città di Ceresole Reale, in Piemonte, il livello di PM10 era non solo superiore alla norma, ma lo era di ben cinque volte. Il tutto a causa della sabbia del Sahara, trasportata sulla nostra penisola. Un livello di inquinamento tale che si dovranno utilizzare misure preventive, come limitazioni alla circolazione dei mezzi di trasporto o all’uso smodato di macchinari per il riscaldamento. Una situazione del genere, con città, non solo Ceresole, dove l’aria è quasi al limite del respirabile per via dell’inquinamento e delle polveri sottili, dove la vita si deve modificare per fare fronte al fenomeno dell’inquinamento, ricorda fin troppo chiaramente l’universo dei racconti di Dickens, ambientati durante la rivoluzione industriale.

 

 

La notizia di Ceresole e l’inquinamento in Piemonte

Ma cosa è successo a Ceresole? Il 25 gennaio 2020 l’ARPA (l’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale) ha confermato il fatto che nella stazione della cittadina in Piemonte sono stati registrati preoccupanti livelli di PM10, superiori di ben cinque volte la norma. Per dirla concretamente, sono passati da 10 ug/m3 registrati il 21 gennaio a 47 ug/m3 del 23 gennaio. Un tale aumento è stato causato da un trasferimento di sabbia proveniente dal Sahara in seguito a una vasta corrente di bassa pressione che ha raggiunto non solo l’Algeria, il Marocco e la Spagna, ma anche la nostra penisola e, in particolare, le città comprese nell’arco alpino occidentale. Il Piemonte non è estraneo a notizie che riguardano l’inquinamento, anzi, lo stesso capoluogo di regione (Torino) nel corso degli ultimi anni è rientrato nella top ten delle città più inquinate d’Italia più di una volta. Quando accade che il livello di polveri sottili supera il consentito, allora la comunità deve prepararsi ad adottare misure preventive, la più evidente delle quali è il divieto assoluto di circolazione di mezzi non euro 4 (ma in alcuni casi estremi anche euro 5). La mancata circolazione di automobili, una sorta di nebbia che avvolge la città, il divieto di aprire le finestre in determinate ore della giornata (in vigore a Torino qualche anno fa), la speranza che arrivino vento o pioggia a spazzare via l’inquinamento, sono tutti aspetti che sembrano riportare il mondo contemporaneo alla Rivoluzione Industriale, come se il tempo si fosse fermato e le città, logorate dall’inquinamento, non fossero cambiate.

 

 

Dickens e la Città del carbone

Coketown non è solo un nome qualsiasi di una città fittizia inventata dallo scrittore. Il suo nome vuol proprio dire Città del carbone. E’ un nome parlante, dunque, che fa riferimento alla vita nella città. Una città che era fatta di mattoni rossi, o meglio, che avrebbero dovuto essere rossi se il carbone, il fumo e lo sporco lo avessero permesso. Queste sono le parole iniziali del racconto, una frase che da sola sarebbe bastata a raccontare ed esemplificare quello che stava succedendo a Coketown. Dickens non a caso usa il passato del verbo essere quando la descrive. It was a town made of red brick, una città che quindi era, che ormai nel presente non è più così e difficilmente, a meno che non avvengano sconvolgenti cambiamenti, ritornerà al colore originale. Ogni cosa a Coketown è impregnata del fumo del carbone, ogni cosa è uniformata dalla coltre di fumo e di sporco che la ricopre, perfino le persone stesse, ormai alienate, che vivono vite tutte uguali, camminano attraverso strade tutti uguali, compiono gesti tutti uguali.

 

Le città del carbone oggi

Dickens pubblica il suo romanzo, Hard Times, nel 1854. Ambientato a Coketown segue il tema principale del versetto paolino nella Lettera ai Galati che spiega quanto ciascuno raccolga ciò che semina. Tratta quindi di una sorta di responsabilità civile, o meglio, di proto responsabilità, dal momento che è ancora presto per chiamarla responsabilità civile nei termini in cui la si intende oggi. Le descrizioni della città, tuttavia, non richiamano, non si possono associare con quanto succede in molte città inquinate oggi? Le descrizioni sono quasi le stesse: sporco, polveri, aria irrespirabile, una sorta di cappa che avvolge la città, persone che vi vivono che camminano e si muovono come automi. Sono due immagini facilmente sovrapponibili. Certo, non bisogna correre il rischio di sovrapporle troppo, senza notare le differenze legate al contesto storico, a quello culturale, alla diversità stessa dell’inquinamento, prima dovuto al carbone oggi alle polveri sottili, allo smog, all’anidride carbonica. Può comunque essere, però un punto di partenza da cui riflettere per chiedersi come si possa risolvere il problema, in che modo possa essere possibile un evidente miglioramento e da ultimo, non per importanza, come mai le società ricadano sempre negli stessi errori poiché nessuno ammetterebbe con facilità di trovarsi in situazioni simili a quelle di quasi 200 anni fa.

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