La funzione della lingua ieri e oggi, dall’invenzione del parlato alle citazioni sotto culi e addominali

Abusiamo spesso delle parole di altri, ma i citati sarebbero d’accordo? 

Utilizziamo spesso citazioni senza comprenderne a pieno il significato. Questa dinamica sociale di oggi ci pone davanti a un quesito: siamo schiavi di un trend o semplicemente queste frasi di artisti e pensatori ci stimolano un emotività inconscia?

Citazione o libero plagio? 

È facile perdersi nella superficialità, aggrapparsi alla prima impressione. Rivediamo le nostre decisioni raramente. Una volta trovata una soluzione quella rimane anche a costo di doverla complicare, burocratizzare, semplificare e complicarla di nuovo fino a nuove disposizioni. Questa dinamica è amplificata sui social, ci ritroviamo a postare foto con le stesse pose e le stesse smorfie, l’unica cosa che cambia è la citazione che fa da cornice, che contestualizza. La libertà di espressione è sacrosanta, ma quand’è che un’espressione è veramente libera?

La ripetizione è molto lontana dal concetto di libertà: ripetendo ciò che è stato detto o scritto da altri, spesso e volentieri viene distorto, modificato, sconvolto a tal punto da dire che Machiavelli scrisse che “il fine giustifica i mezzi”. Siamo tutti d’accordo che il concetto si avvicini fortemente a quanto detto, eppure mai il nostro Politico scrisse quelle esatte parole tanto comuni nelle nostre conversazioni. Prendere un concetto e riutilizzarlo senza averlo conosciuto a fondo è l’equivalente di inventarlo di sana pianta.

Libertà in questo senso significa, secondo me, poter convogliare il nostro pensiero in parola senza che nessuno senta il bisogno di additare quel nuovo esperimento metafisico, magari ancora incerto e poco pratico, ma vero e ispirato come ogni altro prima di questo.

Dal pensare al parlare

È fondamentale tenere presente che ognuno di noi è soggetto a milioni di dinamiche inconsce che ci guidano nelle nostre scelte. Il nostro pensiero segue vie misteriose, eppure è lì, sempre presente in ogni momento della nostra vita. Ma cos’è questo agglomerato di impulsi, parole, immagini e connessioni che ci permette di svolgere qualsiasi attività reale o immaginaria? Cosa sta guidando le mie dita sulla tastiera? Perché quella cosa si chiama così? Chi tesse le fila di un discorso? Come faccio a conquistare il tipo o la tipa che mi piace?

Domande come queste se ne possono formulare all’infinito, basta prendere un qualsiasi aspetto delle nostre esistenze, ogni emozione, ogni movimento. Tutti i pensieri concepibili si prestano ad essere da noi interpretati, nominati e classificati. Quindi viene istintivo supporre che questa possa essere una caratteristica tra le più antiche di cui l’uomo ha sentito una necessità obbligata.

Il primo stadio di elevazione del pensiero potrebbe infatti essere il parlato, un modo semplice e condiviso che permettesse di comunicare con i propri simili e magari avvertirli che quelle bacche gialle vicine al torrente, dove si era perso John qualche giorno prima, sono velenose ed è quindi impellente impedire a tutti di fare in futuro l’errore di John.

In questo esempio vi sono i tre concetti fondamentali per capire a cosa ci serve una lingua comune: il primo è il non presente (“vicino al torrente”), è molto difficile, senza parlare, far capire che ci stiamo riferendo a quella specifica immagine che abbiamo nella nostra testa (sarebbe stato tutto più semplice se non appena iniziato il nostro percorso di evoluzione avessimo avuto tutti uno smartphone, con fotocamera ovviamente); la seconda e la terza innovazione sono invece di carattere temporale e riguardano rispettivamente le possibilità di poter parlare del passato e del futuro. Come per il primo caso anche il tempo non può essere espresso senza le parole, essendo il tempo stesso un concetto inventato dall’uomo, ma la teoria per cui siamo noi ad aver creato qualsiasi collegamento tra parole e oggetti, reali e ideali, non è qui di importanza rilevante. (Si veda la teoria delle rappresentazioni di Serge Moscovici, “Le rappresentazioni sociali”)

Di cosa parlare?

Così, più i suoni prendevano forma, più cresceva la necessità di nominare qualsiasi cosa affinché questa non fosse priva di significato. Col tempo, questi figli dei mangiatori di banane che eravamo un tempo, iniziarono a capire che ci potesse essere qualcosa di più grande e magnifico sopra di noi, e si iniziarono a chiedere perché ci fossero i fulmini? Perché ci innamoravamo? e… (la prossima è bella tosta) Qual è lo scopo dell’esistenza umana?

Iniziammo a poter discutere anche del trascendentale, tutto ciò che “non è reale”. Da questo momento fu possibile tramandare informazioni, storie, miti e filosofie. Iniziammo a dialogare tra di noi riguardo cose alte, lontane da noi e forse solo immaginate o sognate. Forse questo ha complicato le nostre esistenze, ma avevamo grandi obiettivi e il desiderio di evolversi e scoprire era un interesse collettivo necessario. Dall’immagine dunque, siamo passati a dare importanza alla parola. Oggi però la situazione si è capovolta e quindi l’immagine è tornata a prevalere sul pensiero. Sotto le foto di culi, addominali scolpiti o duckface non troviamo una frase innovativa, bensì una mistura di slogan, pezzi di poesie o canzoni, insomma tutto ciò che funziona come tendenza sociale. Oggi è molto comune offendere con le parole, colpevolizzare e sentenziare con le parole, dire cose come “speriamo ti stuprino” o “Salvini muori” e questo solo perché è la moda del gruppo a cui si appartiene. Un gruppo che sopravvive solo grazie alla rivalità con altri gruppi, il dialogo e il confronto vengono sopraggiunti da urla e scontri. Si perde in definitiva il valore principale di questa capacità creata dall’uomo per l’uomo. Conta più apparire al meglio che essere sinceramente noi stessi e questo andazzo sta consumando le relazioni sociali reali.

Alla fine la lingua è il più grande lavoro di ingegno fatto durante i secoli per donarci un modo convenzionale ottimale per comunicare tra di noi, per fare ciò di cui l’uomo ha più bisogno: socializzare!

 

Jacopo Fanucchi

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