Le celle de “Le ali della libertà” ci rivelano lo spettro della cabin fever

Questo capolavoro cinematografico ci aiuta a spiegare una teoria poco conosciuta ma estremamente attuale.

La prigione idealmente è una struttura il cui scopo è la rieducazione dei detenuti ed il loro successivo reinserimento nella società. È possibile però che le mura della propria cella finiscano per diventare un rifugio difficile da abbandonare.

Il carcere di Shawshank

Il film “le ali della libertà” racconta la vicenda di Andy Dufresne, bancario finito ingiustamente in prigione per un omicidio non da lui commesso. All’interno del carcere di Shawshank sarà testimone dei continui abusi perpetrati dalle guardie e dal proprietario della struttura, ma stringerà anche grandi amicizie con alcuni dei detenuti, tra i quali spiccano Red e Brooks. Quest’ultimo risulta interessante per affrontare una sindrome divenuta molto attuale a causa della pandemia e della quarantena ad essa dovuta: la cabin fever o sindrome della capanna. La reclusione prolungata e caratterizzata da rapporti sporadici e brevi, o del tutto assenti, può portare un soggetto a provare paura nel momento in cui dovrà abbandonare il luogo che ha rappresentato per lui un rifugio sicuro.

Brooks

Istituzionalizzazione, questa è la parola utilizzata nel carcere di Shawshank per definire chi dopo un prolungato periodo di tempo dentro la struttura fatica a reinserirsi nella società, arrivando a considerare quelle celle e quei corridoi come la propria casa e trovando una vera e propria realizzazione personale nelle mansioni svolte all’interno di essi. È il caso di Brooks, uomo ormai anziano responsabile della biblioteca della prigione. Il suo ruolo e le relazioni costruite all’interno del carcere rappresentano un punto di appoggio sicuro per lui, in contrasto con un mondo esterno in continuo cambiamento, troppo veloce per un uomo anziano che non ha fatto parte di questa evoluzione sociale e tecnologica. Una volta trovatosi libero faticherà a trovare un suo spazio, sentendosi paradossalmente imprigionato in questa nuova realtà che non ha tempo per rallentare e comprendere le problematiche relative ad un uomo della sua età.

Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione, così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno… A che serve un avanzo di galera come me? 

Cabin fever

La cabin fever costituisce una condizione psicologica che non trova però grande riscontro nella letteratura scientifica. Essendo una sindrome rappresenta un insieme più o meno caratteristico di sintomi di malessere, quali paura, ansia, angoscia e mancanza di vitalità e motivazione. Si manifesta in seguito ad periodo protratto di isolamento e distanziamento dal mondo e dagli scambi sociali presenti in esso. Questa particolare sindrome non va confusa con l’agorafobia, la quale presenta un senso di ansia dovuto al non poter sfuggire a situazioni o luoghi nei quali sarebbe difficile ricevere aiuto e/o tenere sotto controllo gli eventi. La pandemia in corso e il susseguirsi dei periodi di lockdown hanno portato ad un sensibile aumento dei casi di questa sindrome, avendo però come effetto secondario l’aver sensibilizzato maggiormente la società riguardo l’importanza della salute mentale.

Qualora si riscontrasse la presenza di questa problematica è importante ricordare che si tratta di una risposta ad una situazione attuale, il quale va affrontato gradualmente attraverso uscite dal luogo rifugio via via sempre più protratte nel tempo. Risulta utile dedicare spazio al benessere psico-fisico ed al rilassamento personale, con il fine di prevenire eventuali attacchi di panico e l’aggravarsi della sindrome. È importante riconoscere e affrontare le proprie paure. Ciononostante, se ansia, frustrazione e irritabilità persistono nel tempo, è consigliabile ricercare l’aiuto di un professionista.

 

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