L’avventura, un viaggio dai mille volti: dalla letteratura inglese del ‘700 fino alla pellicola ‘Il Richiamo della Foresta’

La parola ‘avventura’ può significare molte cose: evasione, conquista, libertà… Alcuni autori della letteratura inglese del ‘700 e il regista Chris Sanders ci offrono tre interessanti chiavi di lettura, che aprono la porta ad differenti sconfinati orizzonti.

 

 

 

 

Il tema dell’avventura, dell’esplorazione di un mondo lontano e ignoto è da sempre uno degli argomenti maggiormente trattati nella letteratura, in particolar modo in quella settecentesca inglese, in cui troviamo autori come Daniel Defoe e Jonathan Swift. L’universo del viaggio e della scoperta è una dimensione che spesso ha solleticato l’interesse anche nel mondo del cinema, come nel caso del recente film “Il Richiamo della foresta” – tratto dall’omonimo libro di J. London.

ROBINSON CRUSOE

Robinson Crusoe è un giovane ragazzo appartenente alla borghesia inglese della metà del diciassettesimo secolo, momento cruciale per questa classe sociale, che si sta sempre di più affermando ed espandendo. Suo padre è descritto come un uomo severo ed autoritario, che vorrebbe che il figlio intraprendesse la carriera d’avvocato, ma Robinson, all’età di 28 anni decide di salpare per mare, mosso da un’irrefrenabile desiderio di evasione e scoperta. Il suo ardore, però, non sarà solamente all’insegna dell’avventura e dell’esplorazione, in quanto spesso il protagonista, conseguentemente alla sua scelta, si troverà ad affrontare situazioni molto difficili, che lo metteranno alla prova. Dopo un primo naufragio, alcuni anni di schiavitù a Salé, in Africa, Robinson passerà un periodo di relativa tranquillità, prima di decidere di imbarcarsi nuovamente, scelta che lo condurrà sull’Isola della disperazione (così denominata dal protagonista), baluardo importantissimo per il suo lo sviluppo e la sua rinascita. Qui, trovatosi inizialmente totalmente solo, eccezion fatta per la  compagnia di alcuni animali, Robinson comincerà a plasmare l’ambiente che lo circonda con l’intento di ricreare la realtà inglese dalla quale proviene, partendo sostanzialmente da zero, avvalendosi soltanto di alcuni attrezzi recuperati fortunosamente dalla nave naufragata. Attraverso l’intraprendenza e la tenacia del protagonista, l’autore vuole rappresentare e celebrare i valori dell’emergente classe borghese, come ad esempio l’arte dell’ingegno, dell’astuzia, della razionalità e dello spirito d’iniziativa. Un altro aspetto complementare è quello religioso, poiché R, dopo un sogno rivelatore, sarà investito dalla fede: la Bibbia sarà la lettura che lo accompagnerà durante tutta la sua permanenza sull’isola, conducendolo all’interno di un viaggio spirituale di riscoperta di se stesso da una prospettiva completamente diversa. Infatti la sua avventura assume tinte provvidenziali, in quanto il protagonista nel suo diario annoterà che le tappe che ha vissuto nel corso di queste esperienza appartengono ad una sorta di percorso di fede, in cui superando tutte le avversità sul suo cammino il protagonista giunge ad una piena maturazione di se.

I VIAGGI DI GULLIVER

L’opera ‘I viaggi di Gulliver’ è invece da ricondurre all’autore irlandese Jonathan Swift, e seppur appartenendo allo stesso filone letterario, ovvero quello dei romanzi d’avventura, ha una connotazione totalmente diversa rispetto a quella di Defoe. L’opera Swiftiana è erroneamente letta come un racconto per bambini, mentre invece l’intento dell’autore è quello di muovere una feroce critica nei confronti della società europea del ‘700 attraverso l’utilizzo della satira. Il viaggio di Gulliver si compone di 4 parti differenti, dove in ciascuna di esse il protagonista verrà a contatto con 4 popolazioni differenti. Con ognuna di esse Swift ha voluto rappresentare diverse condizioni di vita in differenti modelli di società, individuando in ognuna di queste delle criticità che, seppur differenti, secondo l’autore esistono sempre e comunque, poiché è la vita sociale stessa ad essere caratterizzata intrinsecamente da vizi e corruzione. Quindi, in conclusione, l’esperimento di Gulliver di trovare un mondo alternativo che non fosse corroso e contaminato dai difetti riscontrabili, secondo l’autore, nell’Europa dell’epoca, si rivelerà completamente fallimentare sotto ogni aspetto, pur addentrandosi in mondi utopici e fantastici. Il sarcasmo di Swift è totale e determinante, acuto e pungente a tal punto da sfiorare la misantropia.

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

Il Richiamo della Foresta è un film di Chris Sanders, che ha fatto capolino nelle sale cinematografiche nel 2020, tratto dal celeberrimo omonimo libro di Jack London. Qui il viaggio e l’avventura vengono visti sotto un’ottica ancora diversa rispetto alle due di cui abbiamo parlato precedentemente: se Defoe da un taglio più ‘spirituale’, mentre Swift uno più critico e sarcastico, London (e di conseguenza Sanders) si concentra più sull’aspetto legato all’universo del ‘selvaggio’ e del ‘primitivo’.  Infatti, nel film assistiamo alla vicenda di Buck, cane che vive nella fattoria di un giudice. Improvvisamente la sua vita verrà del tutto stravolta, quando verrà rapito da un uomo che lo rivenderà come cane da slitta. Antiteticamente, sarà proprio questo tragico evento a tracciare il punto di partenza per la svolta nella vita del protagonista, che culminerà con la scoperta e l’accettazione della sua vera natura, attraverso il famoso ‘richiamo della foresta’. In seguito a varie peripezie, che lo vedono coinvolto dapprima nel diventare l’alfa nel guidare la muta di cani da slitta che consegna la posta e poi nell’essere il fedele compagno di Jhon Thornton, un vecchio eremita che vive lontano dalla civiltà, Buck acquisirà sempre più consapevolezza di sé e del suo vero destino. Infatti, vivendo in prossimità di un bosco immerso in un contesto di natura incontaminata, esplorerà questa dimensione insieme ad un branco di lupi, perdendo gradualmente il suo lato addomesticato e procedendo verso una direzione di ritorno alle origini, dove a prevalere è quasi unicamente la spontaneità assoluta. Il messaggio di London, in questo caso, invita l’uomo a riflettere sui valori ancestrali e primitivi come appunto l’istinto e la simbiosi con la natura, temi che ormai appaiono lontani anni luce dalla nostra concezione del mondo attraverso il filtro del nostro occhio civilizzato, ma che in qualche modo rappresentano le nostre radici più intime e profonde, che liberandoci dalle sovrastrutture sociali ristabiliscono il contatto con la parte più ancestrale del nostro essere umani.

 

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