“Lavorare per vivere o vivere per lavorare”? Il Cdm del 1° maggio cerca di garantire nuove tutele, vediamo di cosa si tratta.

Il Consiglio dei Ministri approva il Decreto Legge sul Lavoro il 1° maggio, in occasione della Festa dei Lavoratori. Nonostante i progressi ottenuti nel corso della storia, ci sono ancora sfide importanti da affrontare
Il Decreto Legge sul lavoro
La nuova legge, modifica la riforma Fornero e abolisce il Jobs Act, due provvedimenti che avevano suscitato polemiche, ecco alcuni punti caldi di cui si sta discutendo:
- Introduzione del telelavoro obbligatorio per le attività che lo consentono
- Rafforzamento delle tutele per i lavoratori in caso di licenziamento.
- Mancanza di misure specifiche per contrastare il precariato, la disoccupazione giovanile, la disparità di genere.
- Diminuzione dell’età pensionabile per alcune categorie di lavoratori ed un aumento per altre.
- Non prevede misure specifiche per proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori.
Benché il Decreto Legge sul lavoro quindi presenti aspetti positivi, dall’altro lato non mancano gli aspetti critici che richiedono un’attenzione particolare da parte del Governo e della società nel suo complesso.

La storia del 1° maggio
La premier Meloni, ha anche tenuto a sottolineare la scelta di tenere il consiglio il 1° maggio, commentando che
“Nel giorno della festa del lavoro, il governo sceglie di lavorare”
Questa è infatti una data simbolo: la prima legge delle otto ore lavorative giornaliere entrò in vigore il 1º maggio 1867, a Chicago. Il 1º Maggio 1886, Chicago partecipò a uno sciopero generale represso duramente dalla polizia, che portò a insurrezioni in tutti gli USA ed anche in Europa. La festa del 1° maggio divenne così un simbolo della lotta dei lavoratori per ottenere migliori condizioni di lavoro e per difendere i propri diritti.

Le tutele costituzionali
Oggi, la festa del 1° maggio è ancora un’occasione per riflettere sui diritti dei lavoratori e sulla necessità di tutelare la dignità di chi lavora. La nostra costituzione ne parla all’art 4 e 35 :
L’articolo 4 stabilisce il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini e vieta qualsiasi discriminazione basata sul sesso, sulla razza, sulla lingua, sulla religione, sull’opinione politica, sulle condizioni personali e sociali. Poiché il lavoro deve essere accessibile a tutti, senza alcuna forma di discriminazione. L’articolo 35, invece, sancisce il diritto al lavoro come diritto inalienabile e dovere sociale di ogni individuo. La Costituzione italiana, quindi, riconosce il lavoro come un valore sociale, culturale ed economico, che deve essere garantito e promosso.
È perciò spiacevole apprendere che ancora oggi la società non sia in grado di rispettare a pieno questi pilastri: a partire dal gender gap della disparità salariale tra uomo e donna, passando per il lavoro in nero e purtroppo allo sfruttamento dei lavoratori, ci sono ancora tante differenze. In questo senso, l’approvazione del Decreto Legge sul Lavoro il 1° maggio, assume una forza comunicativa non di poco conto.
La storia del lavoro
Questa scelta politica rappresenta comunque una conferma della concezione del lavoro come si è evoluta nel corso dei secoli. A partire dalla Grecia antica, il lavoro era considerato una condizione servile, riservata agli schiavi; solo arrivando a Marx, per vedere il lavoro come una manifestazione di libertà e realizzazione limitata solo dalla capacità dei sistemi politici di riuscire a trasformare il lavoro in auto-realizzazione dell’individuo. Attualmente la sfida è di bilanciare la crescita economica e produttiva con il rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori. Oggi la gran parte del tempo è passata a lavorare. Diversi studi dimostrano che la disoccupazione incide sul benessere generale degli individui mentre il lavoro, oltre a garantire un salario, infonde anche una rispettabilità sociale ed un senso di autostima.
È dunque fondamentale adottare ulteriori misure, per giungere ad una maggiore giustizia sociale ed uno lo sviluppo sostenibile del paese. Affinché sia garantito il binomio “lavorare per vivere” e non “vivere per lavorare”.
