Le opere di Brera nell’ospedale Humanitas e l’effetto terapeutico dell’arte.

Arte e medicina. Pittura e terapia. Oppure “La Cura e La Bellezza”. Così si chiama il progetto che ha mosso i primi passi in Italia per rendere possibile “Brera in Humanitas”, una grande esposizione artistica dei grandi capolavori conservati nella Pinacoteca di Brera.
“Brera in Humanitas”
Ecco come due realtà così distanti ma profondamente unite possono incontrarsi. L’arte e la medicina, nell’ottica di una “terapia artistica” per chi vive il mondo ospedaliero quotidianamente, sia da paziente che da lavoratore.
Ecco come l’ospedale Humanitas di Rozzano, col progetto “Brera in Humanitas“, propone con la Pinacoteca di Brera riproduzioni ingrandite dei dettagli di straordinarie opere (ben 15 quadri), nei quali ogni pennellata è valorizzata dall’alta qualità dei pannelli e permette a chi aspetta in sala d’attesa, ai pazienti ma anche allo stesso personale sanitario di godere dell’esperienza artistica direttamente in ospedale.
Una prospettiva senz’altro diversa di intendere l’arte. Il direttore della pinacoteca James Bradburne afferma che l’obiettivo principale sta nel valorizzare l’arte come cura, nel suo senso più profondo. Di centrale importanza è anche valorizzare il tempo speso in ospedale, nella condivisione umana di emozioni insieme all’esperienza di bellezza dell’arte. Un concetto che già troviamo in pensatori come Freud.

Freud e l’arte come terapia
Il mondo della psicoanalisi ha sempre avuto interesse verso la produzione artistica. La figura dell’artista viene analizzata nel profondo e il concetto di “genio” rivisto e rivalutato. Il nesso più evidente tra produzione artistica e psicanalisi sta proprio nell’approfondire quei processi psichici che caratterizzano l’attività artistica.
Non mancano però le critiche del mondo artistico di fine ‘800 che si rifiuta di vedere le nobili manifestazioni artistiche come semplici espressioni di processi pulsionali “dal basso”. Freud sostiene che nel rapporto psicanalisi-arte non vadano ricercate inutili teorie semplicistiche che riducono la produzione artistica a determinati processi mentali. Anzi, Freud ricerca nell’attività dell’artista l’espressione di quei temi (o ”sogni secolari”) radicati profondamente nella mente umana.
Inoltre l’arte ha un importante valore terapeutico. L’autore sublima pulsioni e desideri nell’opera, nella quale lo spettatore godrà nel vedere quelle stesse pulsioni realizzate senza senso di colpa. L’arte, afferma Freud, compirebbe la stessa funzione del sogno. Le dinamiche espresse nell’opera permettono al fruitore di trovare nell’arte ciò che nella vita reale manca (perché potrebbero avere conseguenze socialmente riprovevoli).
La condanna dell’arte in Platone
Facendo un salto indietro nel tempo, nella Grecia del V secolo a.C., troveremo opinioni contrastanti rispetto al ruolo dell’arte. Infatti, nonostante la Grecia è stata la culla dell’arte classica espressa nelle sue sublimi opere, filosofi come Platone condannano e criticano il ruolo dell’attività artistica.
La filosofia platonica, costituita intorno alla teoria delle idee e ad una concezione del mondo sensibile come illusione e falsità, si pone il grande obiettivo di condurre l’uomo “fuori dalla caverna” dei tali illusioni, per conoscere la verità delle idee. In questo senso l’arte è ciò che di più lontano possa condurre alle idee. Se da una parte questo concetto appaia controintuitivo, abituati a concepire l’arte nel senso “romantico”, cioè come slancio del genio artistico verso l’assoluto, Platone concepisce l’arte in modo diametralmente opposto.
L’arte imitativa, come quella scultorea o pittorica, non si limiterebbe ad altro se non a copiare gli oggetti per come appaiono, dunque a produrre “copie di una copia”. Ancora peggio sarebbe l’arte drammatica o comica, che pretende di suscitare emozioni da eventi falsi , slegando l’anima dal controllo razionale.