L’ARTE DELLA FIDUCIA: “IO E BEETHOVEN” CI INSEGNA CHE TALVOLTA BISOGNA SAPERSI AFFIDARE AGLI ALTRI

Tutti conoscono Ludwig Van Beethoven, compositore e genio musicale. La sua vita è segnata dalla musica e dal racconto della sua sordità. Ma come fece a conciliare le due cose?

Nel panorama musicale europeo la figura di Beethoven rappresenta un pilastro su cui molti musicisti successivi basarono la loro vita. La sua musica è ricordata per i forti ideali che esprimeva, l’amore per l’umanità, la fratellanza e la gloria di Dio, talmente potente che nel 1972 l’Inno alla Gioia divenne Inno d’Europa. Purtroppo la sua musica, quanto la sua vita, fu condizionata dalla sua gravissima sordità. Il film “Io e Beethoven”, ben racconta il disagio degli ultimi anni della vita del compositore austriaco, ponendo l’accento sul carattere dell’uomo, che dovette fidarsi per forza di qualcun altro per riuscire a lavorare.

LA TRAMA

“Io e Beethoven” è un film del 2006 diretto da Agnieszka Holland e tratta liberamente degli ultimi anni della vita del compositore austriaco, affetto da tempo da una forma di sordità che intaccò profondamente il lavoro e la vita personale. È il 1824 e Beethoven (Ed Harris) sta difficilmente ultimando la stesura della nona sinfonia, compito messo a dura prova non solo dal suo malmostoso carattere , ma anche dalla sua sordità sempre più grave. In suo aiuto vengono mandati due studenti, tra cui Anna Holtz (Diane Kruger), la quale fin da subito dimostra il suo talento musicale correggendo alcune parti dell’opera. Nonostante all’inizio lui sia parecchio ostile nei suoi confronti ne rimane comunque colpito, permettendole di aiutarlo nella conclusione dell’opera. Non solo, seguendo le direttive di Anna nascosta tra i musicisti, Beethoven riesce a dirigere l’orchestra durante la prima della sinfonia, senza andare fuori tempo, commuovendo addirittura il nipote Karl. Nonostante il successo della Nona Sinfonia Beethoven non pare soddisfatto e inizia a cercare nuove emozioni musicali. A causa di ciò il suo atteggiamento pare peggiorare, spaventando Anna con alcuni ambigui comportamenti, ma la ragazza capisce di dover restare al suo fianco se vuole apprendere la vera arte. La fiducia di Anna nel talento del maestro è incrollabile, tanto che neanche il fiasco della “Grande Fuga” demolisce il suo giudizio. Mentre tutti criticano l’incomprensibile opera, Anna ne coglie l’immensità, convinta che il messaggio in essa contenuta verrà capito dai posteri.

Beethoven (Ed Harris) e Anna (Diane Kruger) in una scena del film.

LE IMPRECISIONI STORICHE

La prima più importante imprecisione del film è banalmente Anna Holtz, figura totalmente inventata. È storicamente esatto però che diverse studentesse di musica lavorarono nello studio del compositore. Christopher Wilkinson riporta infatti che durante le ricerche sul film trovò informazioni su una di queste, talmente unita a Beethoven che «al termine della prima esecuzione pubblica della ‘Nona’ sinfonia, salì sul palco per aiutare Beethoven a rivolgersi verso il pubblico per ricevere il fragoroso applauso e l’entusiastica ovazione». La sordità del compositore al tempo della Nona Sinfonia era infatti gravissima. Egli non sentiva per nulla gli applausi, e non parlava moltissimo se non con un taccuino in cui scriveva le poche cose che aveva da dire, quindi è improbabile che parlasse o si confidasse con qualcuno. Inoltre, considerato il carattere dell’uomo, è impossibile che Beethoven accettasse correzioni alla sua opera, quindi l’intervento di Anna sugli scritti del maestro è assurdo anche solo da pensare. È vero però che lo aiutarono nella direzione della sua ultima Sinfonia durante la prima esecuzione. Ma a differenza di Anna, nascosta dietro alcuni strumenti, Micheal Umlauf, direttore musicale, era tranquillamente in piedi accanto a lui.

LA VITA

Ludwig Van Beethoven nacque a Vienna nel dicembre 1770 e fin da bambino il suo talento fu ben chiaro a chi lo circondava. All’età di undici anni giù suonava il piano con destrezza, frutto perfetto del talento musicale che si trasmetteva nella sua famiglia da due generazioni. La figura del piccolo Mozart segnò tutta la sua infanzia, e anche il padre lo costrinse alla musica, a volte anche con un atteggiamento particolarmente violento. Approfonditi gli studi si trasferì a Vienna dove conobbe Haydn a cui fece ascoltare le sue prime opere. Ben presto quasi tutte le corti aristocratiche di Europa notarono il suo talento, dandogli il giusto trampolino di lancio. La sua fama crebbe esponenzialmente dal 1795, quando Beethoven compose le sue opere principali, tra cui le sue prime sinfonie. Il 7 aprile 1805 presentava al pubblico per la prima volta la sua Terza Sinfonia, detta «Eroica». L’idea di Beethoven era quella di produrre opere dallo stile straordinario da dedicare a Napoleone Bonaparte. Il suo periodo d’oro durò fino al 1817, periodo in cui perse del tutto l’udito. Dopo il 1817 iniziò a circondarsi di allievi e ammiratori con cui condivideva i suoi quaderni di conversazione, cioè i taccuini con cui si esprimeva. Oltre a questo, scrisse diverse operette e compose la Nona Sinfonia, ma non produsse molto altro. Negli ultimi anni della sua vita fu scosso da diverse malattie, che lo debilitarono fino alla morte, avvenuta nel 1827 . Nonostante la sua musica fosse considerata stantia da molti anni, scavalcata da Rossini già anni prima, al suo funerale parteciparono ben ventimila persone.

LA SORDITÀ

Beethoven tentò per molto tempo di nascondere il suo difetto acustico. Era profondamente toccato da questo impedimento e tentò di arginare il problema isolandosi dal mondo, ma questo aumentò solo le cattive dicerie sul suo carattere. Secondo le fonti era talmente depresso e rassegnato da aver pensato al suicidio, ma accantonò l’idea decidendo di concentrarsi sulla sua musica. Si rivelò un’idea geniale, era il 1800 e iniziava il suo periodo di massimo splendore musicale. Invece di abbattersi, pare avesse trovato dei metodi per sentire comunque ciò che componeva. Si dice avesse tagliato le gambe del pianoforte, così da suonare direttamente a terra, l’orecchio appoggiato al pavimento per sentire le vibrazioni. Johann Mälzel (l’inventore del metronomo) costruì per lui dei cornetti acustici nella speranza di aiutarlo, ma non erano affatto utili. Si dice che spesso Beethoven li tirava contro il muro quando era arrabbiato, cosa che si nota negli esemplari ammaccati esposti nella sua casa a Bonn. Nonostante molti tentassero di aiutarlo e lui stesso si fosse ingegnato pur di suonare, quando compose la Nona Sinfonia ormai era irrecuperabile. “Io e Beethoven” racconta gli ultimi anni della malattia del compositore e ne sottolinea talmente bene la gravità da rendere l’interpretazione della Nona un piccolo capolavoro su schermo. Beethoven pare completamente perso, quasi confuso, inconsapevole dei suoni intorno a lui, e non può far altro che fissare Anna. Lei sa cosa sta facendo, ma lui no, e insieme, armonia resa benissimo dalla scena, producono un’opera che fa piangere il pubblico in sala. Notevole vedere come lui si affidi completamente ad Anna, che, con gli occhi chiusi, conduce il maestro verso la gloria.

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