Incendio nel tempio di Shuri: il Giappone perde uno dei suoi simboli

l’edificio rappresentava il centro politico e sociale del Regno che per tre secoli è stato conteso tra Cina e Giappone.

Hiroshige (fonte Pinterest)

Con l’incendio di qualche giorno fa non solo è andato in fumo un edificio di seicento anni, ma anche un simbolo della storia artistica del buddismo e della cultura asiatica, testimone di continue influenze culturali in un sistema isolato come era all’epoca l’estremo oriente.

Il giorno dell’orrore

La notte di Halloween ha riunito centinaia di persone in feste surreali in cui la paura conviveva allo stupore nel vedere strani incontri, permettendo alle persone di esprimere -concentrati in poche ore- istinti della propria personalità spesso repressi perché non convenzionali.

Ha riunito anche persone che hanno ugualmente assistito ad uno scenario unico ma all’insegna del dolore e delle domande. L’alba del primo novembre ha lasciato ben visibili le cicatrici del fuoco sul corpo di una delle creazioni più strane dell’arte asiatica; almeno tre grandi parti del Complesso di Shuri, tempio situato sull’Isola di Okinawa, in Giappone. L’edificio principale (Seiden), quello nord (Hokuden) e quello sud (Nanden), risalenti al XV secolo, sono andati distrutti: come se in una notte si sbriciolasse la Cupola di Brunelleschi o il Duomo di Milano. L’incendio, di cui ancora non si è certi sull’origine, non ha avuto problemi a propagarsi vista la struttura tipicamente lignea dei templi. A ricordare questo edificio ci saranno, oltre alle innumerevoli foto dei turisti, le banconote che ne riportano l’incisione della Porta centrale.

E dopo che il crollo della guglia di Notre Dame ha sospeso il mondo per un istante, perdiamo un’altro luogo simbolo della complessità dell’arte, risultato dalla storia di quei luoghi contesi tra Cina e Giappone.

Castello in fiamme (fonte IlFattoQuotidiano)

Storia contesa

l’Isola di Okinawa, una delle centinaia che costellano il mare intorno al Giappone, è stato il centro culturale, politico e religioso del Regno di Ryukyu, ricco centro di commercio che ha visto nel 1400 il suo periodo d’oro. La sua storia nasce quando i tre principati che gestivano l’isola decidono di farsi guerra. I Chuzan, quelli che prevalsero, instaurarono la prima dinastia Shö nel 1429, dopo il riconoscimento della Cina. Essendo un’isola a metà strada tra la terraferma e il Giappone, il Regno risente subito dei vantaggi dei commerci e in particolare dell’amicizia con la Cina, certificata dalla relazione tributaria del 1372, che permetteva alle navi isolane di usare i porti cinesi.

Allo stesso tempo però, questa posizione privilegiata non poteva che creare giochi di influenze tra le due grandi potenze vincine, ed è così che il regno è rimasto in uno stato di limbo economico, religioso e artistico per quasi tre secoli. Infatti nel 1590 il Giappone tenta di invadere la Corea chiedendo supporto al Regno; questi, legati alla Cina, nega gli aiuti a Hideyoshi che per vendetta invade l’isola prendendo il controllo delle floride rotte commerciali sfruttandole per trattare indirettamente con la Cina.

Questa situazione avvantaggiava tutte le parti in causa tanto da far perdurare questo equilibrio fino al 1879: in tutto ciò il Giappone lasciava al Regno di Ryukyu ampie libertà, il quale non poteva adottare le usanze nipponiche per via di una legge emanata dalla Cina, che intanto godeva dei commerci grazie al Regno.Questa condizione di dipendenza economica e politica rispecchia in pieno l’evoluzione dell’arte dell’estrema Asia, condotta tutta sul modello cinese, isolato dal resto del mondo col quale è entrato in contatto solo poche volte.

Ceramica Ming, XV sec. (fonte Pinterest)

Dipendenza cronica

In Cina, proprio per l’isolamento socio- politico rotto solo da qualche sovrano illuminato, l’evoluzione del linguaggio artistico ha seguito un percorso lento, sconvolto da poche novità che però di volta in volta ne hanno modificato i caratteri: stiamo parlando della diffusione del Confucianesimo, poi dell’arrivo del Buddismo grazie alla dinastia Wei proveniente dall’India, del Cristianesimo e dell’Islamismo grazie alle nuove vie aperte dai T’ang e prontamente rifiutate, e poi della cultura Zen. Arrivando in Cina, questi elementi venivano poi diffusi in Corea, Giappone e chiaramente nel Regno di Ryukyu. Le produzioni artistiche sono tutte basate su quelle cinesi, dalle statue alle strutture architettoniche, per finire alle ceramiche famose in tutte il mondo.

La pittura riprende per secoli i modelli cinesi sviluppati dall’uso dell’inchiostro di china, quindi i tradizionali paesaggi monocromi oggetti di continue ricerche dai pittori successivi, immersi nella natura dei templi che grazie l’influenza Zen si abbelliscono di calmi giardini dedicati alla meditazione. Questo continuo studio dei maestri cinesi uniforma tutta la pittura asiatica tanto che il termine Yamato- e, usato per le opere pittoriche giapponesi, comparve solo nel XI secolo. La tradizione figurativa è rinnovata dalla diffusione della xilografia, sperimentata da Monorobu in Giappone e famosa per le opere di Hiroshige, che giunte in Europa creano una vera e propria attrazione febbrile verso l’arte asiatica.

L’architettura T’ang (VII secolo), come la Pagoda dell’oca selvaggia, si diffonde in poco tempo in Giappone lasciando edifici in legno ad oggi considerati tra i più antichi del mondo. Queste strutture, come il tempio di Shuri, seppur più tardo, rispecchiano tutta la storia di quelle isole tanto da essere un Sito protetto dall’UNESCO.

L’arcipelago delle isole di Okinawa ancora oggi è considerato una Zona blu, ovvero uno di quei posti in cui l’aspettativa di vita è nettamente sopra la media mondiale, quasi a confermare la posizione atipica che è parte della sua storia.

Hirishige, xilografia (Pinterest)

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