L’apartheid, la rivolta di Soweto e Mandela: scopriamo questi temi con la poesia “Invictus”

Dal 1948 al 1991 il Sudafrica è stato marchiato dalla politica dell’apartheid, una realtà fortemente discriminatoria che fu combattuta da vari volti, primo fra tutti Nelson Mandela.

Sollevamenti dagli incarichi istituzionali, imposizioni culturali e linguistiche, nette distinzioni nei luoghi pubblici, violenza. Questo è ciò che è stato subito dalla popolazione autoctona sudafricana dal ’48 al ’91. La poesia “Invictus” rivela la sofferenza e la determinazione che accompagnarono Nelson Mandela negli anni di prigionia, fino al raggiungimento della sua missione.

Le origini e gli sviluppi dell’apartheid

Il termine apartheid, la cui traduzione corrisponde al termine “separazione”, rimanda a un arco temporale cruciale nella storia del Sudafrica, costellato da sofferenze, imposizioni e privazioni culturali. Il fenomeno dell’apartheid affonda le proprie radici nella presenza nello stato africano dei c.d. “afrikaner”, denominazione riferita alla popolazione bianca di origine europea legata agli abitanti del Vecchio Continente (primariamente olandesi) che nei secoli addietro vi si stabilirono. La regolarizzazione di tali presenze portò dunque alla costituzione di una vera e propria comunità, la quale adottò la denominazione afrikaner per evidenziare il proprio senso di appartenenza alla terra africana sebbene le origini fossero europee. Questo portò alla definizione all’interno del paese di una componente nativa e una componente di origini europee. La prima volta che venne utilizzato il termine apartheid per indicare una distinzione di senso politico tra la popolazione bianca e quella nera è stata nel 1916, per mano del primo ministro Jan Smuts, ma fu a partire dal 1948 che tale ideologia trovò una traduzione concreta. In quell’anno difatti, a seguito della vittoria alle elezioni del Partito Nazionale, cominciarono ad essere edificate le basi per un’effettiva distinzione. Le politiche discriminatorie erano volte a distinguere i bianchi, i bantu (popolazione nera africana), i coloured (persone con legami etnico-culturali misti), asiatici, indiani e pakistani. In sostanza, l’obiettivo era quello di definire una netta separazione tra i bianchi e “tutti coloro che non erano bianchi”. In quanto maggioritario, la popolazione bantu soffrì particolarmente tali condizioni, poiché vennero varate delle leggi che vietavano matrimoni misti, che vincolavano la registrazione presso l’anagrafe alle caratteristiche razziali, che istituivano luoghi pubblici separati e che autorizzavano trattamenti razzisti sul posto di lavoro. Vennero inoltre edificati dei ghetti, detti bantusan, zone in cui i bantu furono costretti ad abitare, necessitando invece di un permesso, detto pass book, per potersi recare nelle “zone bianche”.

La rivolta di Soweto

Il 16 giugno 1976 si consumarono alcuni degli scontri più violenti e cruciali nell’oscuro capitolo dell’apartheid. Dopo decenni di discriminazioni e politiche razziste, nel 1975 si assistette all’entrata in vigore di una legge che previde l’obbligo, presso le “scuole nere”, di impartire insegnamenti facendo uso esclusivamente della lingua inglese o di quella afrikaans (utilizzata appunto dagli afrikaner). Tale scelta fu percepita come un ulteriore e doloroso colpo alla cultura e alla dignità della popolazione nativa.

“Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un capo che parla afrikaans o inglese. È suo interesse conoscere entrambe le lingue.”

Ministro dell’istruzione Punt Jason

Tale provvedimento fu percepito come un rinnovato tentativo di rilegare la popolazione nera ad un’oppressione sempre maggiore, motivo per il quale si avviò un processo di mobilitazione. A Soweto, quartiere periferico di Johannesburg e abitato prevalentemente da bantu, migliaia di giovani si organizzarono per avviare una serie di proteste. Il 16 giugno 1976 gli studenti delle “scuole nere” marciarono verso lo stadio di Orlando. Quella che però cominciò come manifestazione pacifica volta ad esporre i propri ideali con il fervente desiderio di poter finalmente raggiungere un punto di svolta dopo anni e anni di discriminazioni si trasformò in uno scontro violento a seguito degli interventi della polizia. Quest’ultima volle reprimere con forza la mobilitazione studentesca e il numero di feriti e di vittime fu molto alto, difatti si ricorda ad esempio la morte del piccolo Hector Pieterson, che perse la vita in tale giorno alla sola età di dodici anni. Secondo le fonti, delle 575 persone che si spensero durante gli scontri, ben 451 vennero uccise dalla polizia. Gli spargimenti di sangue, le violenze e le percosse furono un prezzo molto alto da pagare e l’unica conquista fu la possibilità di insegnare anche con lingue diverse dall’inglese e dall’afrikaans.

Nelson Mandela e la poesia “Invictus”

Nato a Mvezo (Sudafrica) nel 1918 e studioso di lettere e legge, Nelson Mandela è il simbolo della lotta all’apartheid. Nel 1944 entrò a far parte dell’African National Congress e a partire dell’introduzione delle politiche di segregazione razziale dette avvio al suo attivismo per il riconoscimento dei diritti della popolazione autoctona sudafricana. Il suo modus operandi si basava primariamente sulla pratica della disobbedienza civile, ma la sua attività venne percepita rapidamente con ostilità. Negli anni della militanza fu condannato molteplici volte alla prigionia, in quanto considerato un volto contrario alle istituzioni vigenti. Il primo arresto avvenne nel 1952 e venne seguito da molti altri, portandolo ad agire in clandestinità. La poesia “Invictus” scritta dal poeta inglese William Ernest Henley lo accompagnò e lo sostenne nelle lunghe e sofferenti giornate spese in cella, in condizioni classificabili in una distanza astrale rispetto a tutto ciò che viene fatto rientrare nell’espressione “diritti umani”. Il titolo dell’opera è traducibile come “mai sconfitto” ed esprime pienamente la forza d’animo e la determinazione caratterizzanti l’attivismo di Mandela.

“Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo da un polo all’altro,

Ringrazio qualunque dio esista

Per la mia anima invincibile.”

Queste righe danno voce alla fermezza di Mandela nella persecuzione dell’obiettivo di porre fine definitivamente alla politica dell’apartheid, un traguardo che riuscì difatti a raggiungere a seguito della liberazione avvenuta l’11 febbraio del 1990, quando concorse alla carica di presidente del Sudafrica alle elezioni del 1994 che riuscì a vincere.

“Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino”

Nelson Mandela ha fatto tesoro di queste parole, trasformandole quasi in un mantra da seguire quotidianamente. Con il suo impegno e l’agonia a cui fu condannato a lungo, Mandela ci ha mostrato che spesso lottare per idee, valori e diritti significa intraprendere un percorso tortuoso e costellato da sofferenze, ma una volta raggiunto l’obiettivo, ecco che si può sostenere orgogliosamente di aver dato una svolta all’umanità.

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